PeaceReporter oggi cambia colore. Si veste di rosso. Per sostenere, comunque,
chi sceglie la nonviolenza anche in una situazione in cui rimanere nonviolenti
non è facile. In Birmania, Myanmar come la chiama il regime, la polizia e l'esercito
sparano contro le folle. Sparano contro i monaci che protestano contro un regime
oppressivo pagando con la loro vita la scelta - non facile per dei religiosi -
di scendere in piazza a sostegno di un popolo oppresso.
Non è necessario aggiungere parole di sdegno o di solidarietà. Basta vedere le
pagine del nostro quotidiano per comprendere la nostra linea editoriale.
Forse qualche parola andrebbe spesa sulle Nazioni Unite, rese incapaci di intervenire,
ancora una volta, per risolvere quelle situazioni di crisi per occuparsi delle
quali gli estensori della Carta dei diritti hanno creato quell'Assemblea. Poche
parole per certificare un fallimento, dovuto come al solito al prevalere degli
interessi economici o strategici sul valore delle vite umane.
Del resto, fino a che le Nazioni Unite continueranno ad essere governate dai
più grandi esportatori di armi del mondo (Cina, Usa e Russia soprattutto, ma anche
Francia ed Inghilterra non scherzano) e dai più voraci divoratori delle risorse
naturali del pianeta, semplicemente non potranno funzionare. E stupisce che chi
si autodefinisce movimento della pace, nel nostro paese, non se ne sia accorto e si accinga a santificare una istituzione
tanto compromessa.
Per non parlare di quel deserto politico che è l'Europa, ancora una volta più
che latitante nello scenario internazionale. E, ovviamente divisa tra chi in Myanmar
ha pozzi di petrolio e chi in Birmania non ha interessi, non riesce che a balbettare
qualche parola sull'avvio di uno studio di nuove sanzioni. Che speriamo arrivino
quando il popolo birmano, da solo e pacificamente, si sarà liberato del regime.