Sono tempi difficili per la famosa città in Cisgiordania, tra occupazione e crisi economica
Più
di 130mila abitanti di Nablus sono sotto assedio israeliano, mentre
la situazione economica continua a peggiorare.
Una
passeggiata nelle strade antiche della città di Nablus, in
Cisgiordania, offre uno scorcio raro dell’opulenza asiatica che
abbelliva le città lungo le rotte delle carovane del Medio
Oriente.
Un passato splendente. Ma
quello che una volta era un grande centro turistico e commerciale in
Palestina è stato stroncato, dall’inizio dell’intifada nel
2000, dai posti di blocco e le incursioni quasi quotidiane
dell’esercito di Israele.
"La
chiamano la capitale economica della Palestina, ma oggi come oggi è
la capitale della disoccupazione," dice Bilal Hamouda, un
commerciante del quartiere storico. Scena di alcune delle battaglie
più violente dell’insurrezione, la città storica di
Nablus si è trasformata in un rozzo monumento alla memoria dei
combattenti locali, con le mura in calcare coperte dalle macchie
delle esplosioni, dai graffiti delle milizie e dai poster dei
martiri. Sette anni dopo, la situazione rimane tesa e l’esercito di
Israele ha fortemente limitato i movimenti verso e dalla città,
così i commercianti come Hamouda hanno molto tempo per
raccontare la storia del luogo ai visitatori.
"Nablus
è la città più vecchia del mondo. Quando venne
fondata, nel 2500 a.C., la chiamarono Shechem, che significa due
spalle," racconta, appoggiandosi allo schienale di una sedia di
plastica, di fronte al suo negozio sull’altro lato della strada.
“Poi i romani la rinominarono Neopoli, o 'Città Nuova', nome
è all’origine del nome moderno”, dice Hamouda nel suo
inglese esitante e attento.
Una lunga storia. Nablus
è conosciuta anche come Jebel al-Nar, in arabo la 'Montagna di
Fuoco', a causa di una leggenda secondo cui il paese avrebbe respinto
le armate di Napoleone, accendendo un falò e spingendo mandrie
o branchi di animali spaventati ad attaccare la cavalleria francese.
Altri
chiamano Nablus la "Piccola Damasco" a causa delle sue
sorgenti termali sotterranee e la parte antica, storica della città,
in stile turco, un labirinto di passaggi pedonali ritorti, archi in
pietra e mercati coperti.
Anche
gli israeliani la chiamano Shechem, con riferimento alle due vette
che fanno la guardia agli accessi alla città, da cui
l’esercito osserva quella che ritengono essere la città più
volatile in tutta la Cisgiordania.
Nablus,
con oltre 130mila abitanti, rimane sotto assedio, visto che tutto il
traffico che entra o esce dalla città deve passare attraverso
due posti di blocco e che alla maggior parte dei veicoli è
comunque proibito entrare o uscire.
"Dovrebbe
essere il centro economico della Palestina, ma la nostra situazione
economica è la peggiore della Cisgiordania, è persino
peggio che a Gaza", dice Majdi Abu Salha, che vende le dolci
paste knafe di Nablus, famose in tutta la Cisgiordania. Nella
città storica, che una volta viveva bene del turismo arabo che
veniva da Israele e i territori palestinesi, molti commercianti
stanno lottando per non chiudere le proprie attività.
"La
nostra economia è legata al turismo e il turismo non esiste
più a causa dei blocchi", dice Yusef al-Jabr,
proprietario di uno degli ultimi bagni turchi funzionanti a Nablus.
Pace e pane. L’entrata,
nascosta nel cuore della città storica, si apre su una serie
di ambienti a volta, dalle finestre in vetro colorato e dai pavimenti
di marmo riscaldati da sorgenti termali calde, uno dei rari esempi
sopravvissuti del lusso ottomano. I bagni turchi, parte di un’antica
tradizione di bagni termali che risale all’antica Grecia e a Roma,
si possono ancora trovare nelle città storiche del Medio
Oriente e del Nord Africa. Ma a Nablus, i bagni stanno scomparendo.
Jabr
dice che il suo bagno è stato costruito circa 450-500 anni fa,
ma la gente lo chiama ancora il “bagno nuovo” perché la
città ne aveva di molto più antichi.
Nel
2002 la più grande stanza per i bagni di vapore fu colpita da
un missile israeliano. Jabr riuscì a riparare i danni con
l’aiuto di un fratello che vive negli Emirati Arabi Uniti, ma teme
ora che il bagno abbia i giorni contati.
"Sto
cercando di salvare la nostra eredità culturale qui, ma è
molto difficile," dice Jabr.
"Le
persone vengono, ma solo per guardare. Non usano più i bagni e
così non ho quasi introiti. Guadagnerei di più se lo
trasformassi in un luogo più turistico, come un ristorante".
Quando
Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 c’erano nove bagni
in città, ma da allora la maggior parte è stata
demolita o trasformata. A qualche vicolo di distanza dal bagno di
Jabr, un’altra porta si apre su una stanza a volta, con la fontana
centrale, ormai asciutta, circondata da una manciata di semplici
macchinari, tutti fermi.
Il
proprietario, Hamed Herzullah, convertì i bagni in una
fabbrica di dolciumi a conduzione familiare alcuni decenni fa, ma ora
anche lui sente la crisi.
"Una
volta avevamo 20 dipendenti che lavoravano a tempo pieno tutti i
giorni. Adesso ci sono solo io con la mia famiglia e lavoriamo due o
tre ore al giorno," racconta.
Dietro
di lui c’è un tavolo con pile di piccole scatoline, tutte
piene di loukoum, tipico dolce ricoperto di zucchero a velo.
"Quando
hanno soldi, la gente viene e compra, ma ora no," dice
Herzullah.
"È Ramadan (il mese sacro per gli islamici) e
gli affari dovrebbero andare bene, ma tutte le famiglie qui attorno
stanno lottando per comprare il pane, non i dolci".