15/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono tempi difficili per la famosa città in Cisgiordania, tra occupazione e crisi economica
articolo tratto da Middle East Online

Più di 130mila abitanti di Nablus sono sotto assedio israeliano, mentre la situazione economica continua a peggiorare. Una passeggiata nelle strade antiche della città di Nablus, in Cisgiordania, offre uno scorcio raro dell’opulenza asiatica che abbelliva le città lungo le rotte delle carovane del Medio Oriente.
 
Un passato splendente. Ma quello che una volta era un grande centro turistico e commerciale in Palestina è stato stroncato, dall’inizio dell’intifada nel 2000, dai posti di blocco e le incursioni quasi quotidiane dell’esercito di Israele. "La chiamano la capitale economica della Palestina, ma oggi come oggi è la capitale della disoccupazione," dice Bilal Hamouda, un commerciante del quartiere storico. Scena di alcune delle battaglie più violente dell’insurrezione, la città storica di Nablus si è trasformata in un rozzo monumento alla memoria dei combattenti locali, con le mura in calcare coperte dalle macchie delle esplosioni, dai graffiti delle milizie e dai poster dei martiri. Sette anni dopo, la situazione rimane tesa e l’esercito di Israele ha fortemente limitato i movimenti verso e dalla città, così i commercianti come Hamouda hanno molto tempo per raccontare la storia del luogo ai visitatori. "Nablus è la città più vecchia del mondo. Quando venne fondata, nel 2500 a.C., la chiamarono Shechem, che significa due spalle," racconta, appoggiandosi allo schienale di una sedia di plastica, di fronte al suo negozio sull’altro lato della strada. “Poi i romani la rinominarono Neopoli, o 'Città Nuova', nome è all’origine del nome moderno”, dice Hamouda nel suo inglese esitante e attento.
 
Una lunga storia. Nablus è conosciuta anche come Jebel al-Nar, in arabo la 'Montagna di Fuoco', a causa di una leggenda secondo cui il paese avrebbe respinto le armate di Napoleone, accendendo un falò e spingendo mandrie o branchi di animali spaventati ad attaccare la cavalleria francese. Altri chiamano Nablus la "Piccola Damasco" a causa delle sue sorgenti termali sotterranee e la parte antica, storica della città, in stile turco, un labirinto di passaggi pedonali ritorti, archi in pietra e mercati coperti. Anche gli israeliani la chiamano Shechem, con riferimento alle due vette che fanno la guardia agli accessi alla città, da cui l’esercito osserva quella che ritengono essere la città più volatile in tutta la Cisgiordania. Nablus, con oltre 130mila abitanti, rimane sotto assedio, visto che tutto il traffico che entra o esce dalla città deve passare attraverso due posti di blocco e che alla maggior parte dei veicoli è comunque proibito entrare o uscire.
"Dovrebbe essere il centro economico della Palestina, ma la nostra situazione economica è la peggiore della Cisgiordania, è persino peggio che a Gaza", dice Majdi Abu Salha, che vende le dolci paste knafe di Nablus, famose in tutta la Cisgiordania. Nella città storica, che una volta viveva bene del turismo arabo che veniva da Israele e i territori palestinesi, molti commercianti stanno lottando per non chiudere le proprie attività.
"La nostra economia è legata al turismo e il turismo non esiste più a causa dei blocchi", dice Yusef al-Jabr, proprietario di uno degli ultimi bagni turchi funzionanti a Nablus.
 
Pace e pane. L’entrata, nascosta nel cuore della città storica, si apre su una serie di ambienti a volta, dalle finestre in vetro colorato e dai pavimenti di marmo riscaldati da sorgenti termali calde, uno dei rari esempi sopravvissuti del lusso ottomano. I bagni turchi, parte di un’antica tradizione di bagni termali che risale all’antica Grecia e a Roma, si possono ancora trovare nelle città storiche del Medio Oriente e del Nord Africa. Ma a Nablus, i bagni stanno scomparendo. Jabr dice che il suo bagno è stato costruito circa 450-500 anni fa, ma la gente lo chiama ancora il “bagno nuovo” perché la città ne aveva di molto più antichi. Nel 2002 la più grande stanza per i bagni di vapore fu colpita da un missile israeliano. Jabr riuscì a riparare i danni con l’aiuto di un fratello che vive negli Emirati Arabi Uniti, ma teme ora che il bagno abbia i giorni contati. "Sto cercando di salvare la nostra eredità culturale qui, ma è molto difficile," dice Jabr. "Le persone vengono, ma solo per guardare. Non usano più i bagni e così non ho quasi introiti. Guadagnerei di più se lo trasformassi in un luogo più turistico, come un ristorante". Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 c’erano nove bagni in città, ma da allora la maggior parte è stata demolita o trasformata. A qualche vicolo di distanza dal bagno di Jabr, un’altra porta si apre su una stanza a volta, con la fontana centrale, ormai asciutta, circondata da una manciata di semplici macchinari, tutti fermi. Il proprietario, Hamed Herzullah, convertì i bagni in una fabbrica di dolciumi a conduzione familiare alcuni decenni fa, ma ora anche lui sente la crisi. "Una volta avevamo 20 dipendenti che lavoravano a tempo pieno tutti i giorni. Adesso ci sono solo io con la mia famiglia e lavoriamo due o tre ore al giorno," racconta. Dietro di lui c’è un tavolo con pile di piccole scatoline, tutte piene di loukoum, tipico dolce ricoperto di zucchero a velo. "Quando hanno soldi, la gente viene e compra, ma ora no," dice Herzullah.
"È Ramadan (il mese sacro per gli islamici) e gli affari dovrebbero andare bene, ma tutte le famiglie qui attorno stanno lottando per comprare il pane, non i dolci".
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