Il bilancio di un anno terribile. Speranze e prospettive per il 2005
PeaceReporter alla fine del 2003 scriveva: "Il 2003 rischia di passare alla storia
come uno degli anni più sanguinosi della storia recente". Poi c’è stato il 2004
e il bilancio è peggiorato.
Abbiamo dovuto aggiornare al rialzo le stime dei morti civili nella guerra in
Iraq (100mila, fonte Lancet). Il conflitto israelo-palestinese ha causato altre
600 vittime. La guerra ufficialmente finita in Afghanistan oltre 1100. Di quella
cecena si è celebrato da poco il decennale con il raggiungimento del traguardo
dei duecentomila morti (con una media di 50 civili trucidati ogni giorno).
Del Nepal non parla nessuno, ma le vittime dell’ennesimo conflitto dimenticato
si possono stimare in almeno un migliaio negli ultimi 12 mesi.
Senza contare le Beslan, le Madrid o paesi come l’Arabia Saudita o la Colombia
dove è solo per ipocrisia che la guerra non è chiamata con il suo nome.
E per concludere un anno da dimenticare ecco l’immane tragedia del Sud-est asiatico.
Certo, non è una guerra, ma il maremoto ha colpito paesi e territori che da anni
vivono situazioni di conflitto, miseria e privazioni.
Il mondo dice di essersi mobilitato per aiutare i paesi colpiti. Eppure per provare
a salvare (o per dire di provare a salvare?) cinque milioni di persone in immediato
pericolo di vita si spendono solo gli spiccioli. Per la guerra in Iraq, i soli
Stati Uniti spendono ogni giorno dieci volte tanto la cifra totale promessa per
gli aiuti umanitari al sud est asiatico.
Come nelle aziende oltre al bilancio consuntivo si presenta quello di previsione.
E per il 2005 è difficile essere ottimisti. Le basi da cui partiamo sono davvero
tra le peggiori. Da poco abbiamo archiviato il 56° anniversario della Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo. Lo abbiamo celebrato sulle pagine del nostro
giornale nel silenzio assordante del mondo intero: un mondo in cui quelle parole,
universalmente condivise sulla carta, sono lettera morta e inapplicate. Contiamo
ancora a decine le guerre; a decine di migliaia le vittime delle mine antiuomo
anche nei paesi in cui le guerre sono finite; a milioni i bambini che moriranno
nei prossimi dieci anni a causa della fame e della miseria (45 milioni ne moriranno
secondo le previsioni dell’Oxfam), mentre la spesa per le armi cresce sempre di
più e quelle per la cooperazione, l’istruzione e la sanità diminuiscono.
Sono cifre di fronte alle quali la rassegnazione è quasi auspicabile, avendo
la rassegnazione come alternativa la disperazione, a cui si accompagna l’abbandono
della strada del pacifismo e della non violenza in tante parti del mondo. Ma per
noi la rassegnazione, l’abdicare alla funzione di denuncia e documentazione delle
guerre che PeaceReporter si è data, diventerebbe una inaccettabile corresponsabilità.
Conoscere ed essere informati sui conflitti è già un primo passo, insufficiente
ma indispensabile, sulla strada della pace. Raccontare le alternative praticabili
alla guerra è creare un orizzonte di speranza.
Questo è quello che abbiamo provato a fare in un anno, il primo, di PeaceReporter.
Questo, e ancora di più se ci riusciremo, è quello che vorremmo continuare a fare
nel nostro secondo anno di vita.
Ed è per questo che, malgrado tutto, ai nostri lettori auguriamo un anno di Pace
e con loro ci impegnamo a lavorare per contribuire a realizzarlo.