23/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Dimenticata da tutti, la guerra nella regione etiope ha fatto centinaia di morti dall'inizio dell'anno
Distruzioni di villaggi, esecuzioni sommarie, stupri etnici, torture. Il governo etiope e i ribelli dell'Ogaden National Liberation Front, che combattono per l'indipendenza dell'omonima regione etiope a maggioranza somala, combattono da anni una guerra senza esclusione di colpi, le cui principali vittime sono i civili. Solo negli ultimi giorni, i combattimenti avrebbero provocato quasi 400 morti. Nell'indifferenza della comunità internazionale, la guerra sta assumendo sinistre analogie con il conflitto in Darfur.

Guerriglieri dell'OnlfIn due comunicati stampa inviati a PeaceReporter, l'Onlf ha reso noto di aver ucciso 390 soldati negli scontri avvenuti gli scorsi 20 e 21 ottobre presso la zona di Wardheer. I ribelli avrebbero anche sequestrato 13 ufficiali dell'esercito e recuperato un ingente quantitativo di armi e munizioni. Numeri smentiti dal governo etiope, il quale ha definito i combattimenti delle semplici “schermaglie”. Secondo Addis Abeba, i ribelli non avrebbero i mezzi né le capacità per condurre operazioni di così vasta portata. Uno dei pochi operatori umanitari rimasti nella regione, contattato dalla Bbc, avrebbe però confermato la presenza di almeno cento morti, pur non specificando se si tratti di soldati, ribelli o civili.

Cominciata nel 1984 e continuata per più di due decenni a bassa intensità, la guerra dell'Ogaden ha conosciuto un'escalation dallo scorso aprile, quando i ribelli attaccarono un'installazione petrolifera cinese nella regione, provocando 74 vittime. Da allora, il governo etiope ha lanciato una vasta offensiva per spazzare via l'Onlf, senza ottenere risultati significativi. In compenso, gli sfollati degli ultimi mesi sono almeno 200.000, mentre i civili dipendenti dagli aiuti umanitari sono almeno il triplo. Sempre nei mesi scorsi, il governo ha bloccato l'accesso alla regione sia alla Croce Rossa Internazionale che a Medici senza Frontiere, rendendo impossibile ottenere informazioni indipendenti dall'Ogaden.

Il premier etiope Meles ZenawiLa situazione è talmente intollerabile da costringere la popolazione a fuggire verso il porto di Bossasso, nella vicina Somalia, teatro di una guerra civile che dura dal 1991. Secondo le testimonianze degli sfollati, per tagliare i rifornimenti all'Onfl l'esercito starebbe deliberatamente colpendo i civili, distruggendo villaggi e raccolti, uccidendo il bestiame e passando per le armi chiunque sia sospettato di sostenere i ribelli. Che, dal canto loro, vesserebbero la popolazione con prelievi forzati di viveri, anche se in misura molto minore rispetto alle Forze Armate.
Seguendo un trend molto simile a quello visto nella regione sudanese del Darfur, l'esercito etiope avrebbe cominciato a combattere l'Onlf ingaggiando milizie locali e bombardando i villaggi prima dell'entrata in scena delle truppe di terra. Ma se la guerra in Darfur è oggetto di una massiccia campagna internazionale di stampa, la tragedia dell'Ogaden è lontana dai riflettori.

Sensibile alle continue accuse lanciate contro il governo etiope, a inizio ottobre il Congresso americano ha fatto passare una legge che vincola al rispetto dei diritti umani i generosi aiuti americani a Addis Abeba (283 milioni di dollari solo lo scorso anno). Un provvedimento osteggiato dal presidente George W. Bush, per il quale l'Etiopia resta il principale partner della lotta al terrorismo nel Corno d'Africa. La rappresentante dell'amministrazione Usa per l'Africa, Jendayi Frazer, ha recentemente supportato la guerra in Ogaden in nome proprio della lotta al terrorismo, accusando la vicina Eritrea per il presunto supporto dato ai ribelli. Dopo la guerra in Darfur, il conflitto in Somalia e l'irrisolta questione del confine etiope-eritreo, l'Ogaden è l'ennesimo fiammifero acceso nella polveriera del Corno d'Africa.

Matteo Fagotto

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