Dimenticata da tutti, la guerra nella regione etiope ha fatto centinaia di morti dall'inizio dell'anno
Distruzioni di villaggi, esecuzioni sommarie, stupri etnici, torture. Il governo
etiope e i ribelli dell'
Ogaden National Liberation Front, che combattono per l'indipendenza dell'omonima regione etiope a maggioranza
somala, combattono da anni una guerra senza esclusione di colpi, le cui principali
vittime sono i civili. Solo negli ultimi giorni, i combattimenti avrebbero provocato
quasi 400 morti. Nell'indifferenza della comunità internazionale, la guerra sta
assumendo sinistre analogie con il conflitto in Darfur.

In due comunicati stampa inviati a
PeaceReporter, l'
Onlf ha reso noto di aver ucciso 390 soldati negli scontri avvenuti gli scorsi 20
e 21 ottobre presso la zona di Wardheer. I ribelli avrebbero anche sequestrato
13 ufficiali dell'esercito e recuperato un ingente quantitativo di armi e munizioni.
Numeri smentiti dal governo etiope, il quale ha definito i combattimenti delle
semplici “schermaglie”. Secondo Addis Abeba, i ribelli non avrebbero i mezzi né
le capacità per condurre operazioni di così vasta portata. Uno dei pochi operatori
umanitari rimasti nella regione, contattato dalla
Bbc, avrebbe però confermato la presenza di almeno cento morti, pur non specificando
se si tratti di soldati, ribelli o civili.
Cominciata nel 1984 e continuata per più di due decenni a bassa intensità, la
guerra dell'Ogaden ha conosciuto un'escalation dallo scorso aprile, quando i ribelli
attaccarono un'installazione petrolifera cinese nella regione, provocando 74 vittime.
Da allora, il governo etiope ha lanciato una vasta offensiva per spazzare via
l'Onlf, senza ottenere risultati significativi. In compenso, gli sfollati degli ultimi
mesi sono almeno 200.000, mentre i civili dipendenti dagli aiuti umanitari sono
almeno il triplo. Sempre nei mesi scorsi, il governo ha bloccato l'accesso alla
regione sia alla Croce Rossa Internazionale che a Medici senza Frontiere, rendendo
impossibile ottenere informazioni indipendenti dall'Ogaden.

La situazione è talmente intollerabile da costringere la popolazione a fuggire
verso il porto di Bossasso, nella vicina Somalia, teatro di una guerra civile
che dura dal 1991. Secondo le testimonianze degli sfollati, per tagliare i rifornimenti
all'
Onfl l'esercito starebbe deliberatamente colpendo i civili, distruggendo villaggi
e raccolti, uccidendo il bestiame e passando per le armi chiunque sia sospettato
di sostenere i ribelli. Che, dal canto loro, vesserebbero la popolazione con prelievi
forzati di viveri, anche se in misura molto minore rispetto alle Forze Armate.
Seguendo un trend molto simile a quello visto nella regione sudanese del Darfur,
l'esercito etiope avrebbe cominciato a combattere l'Onlf ingaggiando milizie locali e bombardando i villaggi prima dell'entrata in scena
delle truppe di terra. Ma se la guerra in Darfur è oggetto di una massiccia campagna
internazionale di stampa, la tragedia dell'Ogaden è lontana dai riflettori.
Sensibile alle continue accuse lanciate contro il governo etiope, a inizio ottobre
il Congresso americano ha fatto passare una legge che vincola al rispetto dei
diritti umani i generosi aiuti americani a Addis Abeba (283 milioni di dollari
solo lo scorso anno). Un provvedimento osteggiato dal presidente George W. Bush,
per il quale l'Etiopia resta il principale partner della lotta al terrorismo nel
Corno d'Africa. La rappresentante dell'amministrazione Usa per l'Africa, Jendayi
Frazer, ha recentemente supportato la guerra in Ogaden in nome proprio della lotta
al terrorismo, accusando la vicina Eritrea per il presunto supporto dato ai ribelli.
Dopo la guerra in Darfur, il conflitto in Somalia e l'irrisolta questione del
confine etiope-eritreo, l'Ogaden è l'ennesimo fiammifero acceso nella polveriera
del Corno d'Africa.