23/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La missione Onu disposta a usare gli animali per sostituire gli aerei da trasporto in Darfur
L'ultima trovata dell'Onu, per sopperire alla mancanza di mezzi di trasporto per la missione di peacekeeping in Darfur, è stata chiedere all'India la disponibilità dei “cammelli da combattimento”, impiegati dall'esercito alle frontiere con il Pakistan. Nonostante il sostegno diplomatico alla missione, che dovrebbe sbarcare nella regione sudanese nei prossimi mesi, i Paesi occidentali sono restii a impegnarsi in prima persona, mettendo a disposizione i mezzi per garantirne il buon esito. Vanificando così un anno di sforzi diplomatici per far accettare a Khartoum l'invio dei caschi blu.

I cammelli da combattimento dell'esercito indianoMissione. Non sono bastati gli appelli di Jean-Marie Guehenno, responsabile Onu per le missioni di peacekeeping, il quale aveva più volte avvertito che, senza mezzi adeguati, la missione Onu – Unione Africana è destinata a fallire. A poche settimane dallo sbarco dei primi contingenti, che dovranno integrare la missione di 7.000 uomini dell'Ua già presente sul terreno, l'organizzazione è in alto mare. E così, l'Onu dovrà ricorre agli animali indiani, capaci di trasportare armi, munizioni, viveri e acqua per circa 80 km al giorno, addestrati a non impaurirsi in caso di scontri e a seguire le mosse dei soldati, strisciando per terra se necessario.
Oltre a mancare i mezzi aerei, l'installazione delle basi e delle infrastrutture necessarie non decolla, nonostante la comunità internazionale abbia investito molto, soprattutto a livello diplomatico, per far accettare al Sudan l'invio dei caschi blu. Un braccio di ferro, quello tra Khartoum e i membri del Consiglio di Sicurezza, durato più di un anno. Da una parte, i Paesi occidentali non hanno molta fiducia nella leadership militare (quasi tutta africana) che guiderà la missione, dall'altra il Sudan ha più volte annunciato che non tollererà contingenti non venuti dal continente, ad eccezione di qualche reparto di specialisti messo a disposizione dalla Thailandia e dai Paesi scandinavi.

Campi profughi. Intanto, oggi l'esercito sudanese darà il via a una vasta operazione di sicurezza, che nei sei giorni successivi dovrebbe portare al sequestro di tutte le armi illegali presenti nei campi di sfollati del Darfur. Il primo a essere interessato sarà il campo di Kalma, presso la città di Nyala, nel Darfur meridionale, una struttura che ospita circa 90.000 persone. I tre giorni di tempo, dati dall'esercito ai civili perché consegnassero spontaneamente le armi, non hanno sbloccato la situazione. Anzi, gli sfollati ne avrebbero approfittato per erigere barricate all'interno del campo e impedire così all'esercito di entrarvi. I civili temono i possibili abusi dei soldati, e hanno paura che il provvedimento sia un pretesto per evacuare il campo e trasferire la popolazione. Una pratica che, secondo alcune testimonianze, il governo avrebbe cominciato ad adottare dallo scorso mese.
Anche le trattative di pace sono al palo: il meeting di Tripoli, che avrebbe dovuto segnare la riconciliazione tra i gruppi ribelli e il governo, si è concluso con un nulla di fatto, con i gruppi armati che da quattro anni combattono il regime di Khartoum incapaci di trovare una posizione comune al tavolo dei negoziati. Per la fine della guerra, cominciata nel febbraio 2003 e costata finora almeno 200.000 vittime, bisognerà ancora attendere. 

Matteo Fagotto

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