La missione Onu disposta a usare gli animali per sostituire gli aerei da trasporto in Darfur
L'ultima trovata dell'Onu, per
sopperire alla mancanza di mezzi di trasporto per la missione di
peacekeeping in Darfur, è stata chiedere all'India la
disponibilità dei “cammelli da combattimento”, impiegati
dall'esercito alle frontiere con il Pakistan. Nonostante il sostegno
diplomatico alla missione, che dovrebbe sbarcare nella regione
sudanese nei prossimi mesi, i Paesi occidentali sono restii a
impegnarsi in prima persona, mettendo a disposizione i mezzi per
garantirne il buon esito. Vanificando così un anno di sforzi
diplomatici per far accettare a Khartoum l'invio dei caschi blu.
Missione. Non sono bastati gli
appelli di Jean-Marie Guehenno, responsabile Onu per le missioni di
peacekeeping, il quale aveva più volte avvertito che,
senza mezzi adeguati, la missione Onu – Unione Africana è
destinata a fallire. A poche settimane dallo sbarco dei primi
contingenti, che dovranno integrare la missione di 7.000 uomini
dell'Ua già presente sul terreno, l'organizzazione è in
alto mare. E così, l'Onu dovrà ricorre agli animali
indiani, capaci di trasportare armi, munizioni, viveri e acqua per
circa 80 km al giorno, addestrati a non impaurirsi in caso di scontri
e a seguire le mosse dei soldati, strisciando per terra se
necessario.
Oltre a mancare i mezzi aerei,
l'installazione delle basi e delle infrastrutture necessarie non
decolla, nonostante la comunità internazionale abbia investito
molto, soprattutto a livello diplomatico, per far accettare al Sudan
l'invio dei caschi blu. Un braccio di ferro, quello tra Khartoum e i
membri del Consiglio di Sicurezza, durato più di un anno. Da
una parte, i Paesi occidentali non hanno molta fiducia nella
leadership militare (quasi tutta africana) che guiderà la
missione, dall'altra il Sudan ha più volte annunciato che non
tollererà contingenti non venuti dal continente, ad eccezione
di qualche reparto di specialisti messo a disposizione dalla
Thailandia e dai Paesi scandinavi.
Campi profughi. Intanto, oggi
l'esercito sudanese darà il via a una vasta operazione di
sicurezza, che nei sei giorni successivi dovrebbe portare al
sequestro di tutte le armi illegali presenti nei campi di sfollati
del Darfur. Il primo a essere interessato sarà il campo di
Kalma, presso la città di Nyala, nel Darfur meridionale, una
struttura che ospita circa 90.000 persone. I tre giorni di tempo,
dati dall'esercito ai civili perché consegnassero
spontaneamente le armi, non hanno sbloccato la situazione. Anzi, gli
sfollati ne avrebbero approfittato per erigere barricate all'interno
del campo e impedire così all'esercito di entrarvi. I civili
temono i possibili abusi dei soldati, e hanno paura che il
provvedimento sia un pretesto per evacuare il campo e trasferire la
popolazione. Una pratica che, secondo alcune testimonianze, il
governo avrebbe cominciato ad adottare dallo scorso mese.
Anche le trattative di pace sono al
palo: il meeting di Tripoli, che avrebbe dovuto segnare la
riconciliazione tra i gruppi ribelli e il governo, si è
concluso con un nulla di fatto, con i gruppi armati che da quattro
anni combattono il regime di Khartoum incapaci di trovare una
posizione comune al tavolo dei negoziati. Per la fine della guerra,
cominciata nel febbraio 2003 e costata finora almeno 200.000 vittime,
bisognerà ancora attendere.