
“Questi professionisti vanno a inserirsi nel vuoto che si crea nel settore della
sicurezza per il mancato intervento di organizzazioni internazionali e stati sovrani”,
continua Pigoli, “l’Iraq in questo senso, è un esempio lampante. Dove gli interessi
pubblici e privati non trovano un’adeguata protezione, interviene il settore privato.
Fin quando il settore non viene regolamentato, si incapperà sempre in queste valutazioni
controverse, dove coesistono operatori regolari e operatori invisibili.”
Pigoli ricorda che, in materia, “a livello di diritto internazionale, manca una
definizione specifica di mercenario, eccezion fatta per alcune convenzioni che
si riferiscono a conflitti del passato, non più attuali oggi. All’epoca si riteneva
mercenario colui il quale prendeva soldi da governi o da servizi segreti per svolgere
servizi ad hoc: trafficare armi, finanziare gruppi armati o combattere in prima
persona. Oggi va chiarito il termine mercenario, perché se ci si riferisce allo
svolgere un’attività a fini di lucro, questo può dirsi di qualunque categoria.
La distinzione è negli obiettivi: come mercenario si può identificare colui che,
in una zona di guerra, svolge attività militare o di sicurezza che supera i confini
della legalità. Diverso il nuovo operatore della sicurezza che è una nuova figura
professionale, con compiti precisi, militari o di sicurezza, di persone o cose.
Manca una definizione ed è urgente darla.”
Per capirne di più, si possono visitare i siti di queste aziende. Per esempio
il sito della Presidium è ben fatto e, dopo aver precisato che la sede legale
è alle isole Seychelles, specifica di essere “una società operante nei settori
della sicurezza, della difesa, della protezione del business e della gestione
delle crisi in aree a medio e alto rischio”, specifica ancora di non intrattenere
“nessun business con regimi sotto embargo, Paesi che violano i diritti umani,
governi che appoggiano il terrorismo internazionale, organizzazioni terroristiche,
organizzazioni criminali”, ma sostiene anche di essere “legata alla logica di
sviluppo e stabilità occidentale” e, nella zone del sito missione, assume veri
e propri obiettivi socio-politici, quando sostiene che “la rotta da seguire, per
non rischiare di tornare indietro annullando lo sviluppo dell'umanità, è determinata
dalla volontà di resistenza contro coloro che minacciano la visione occidentale
di sviluppo e democrazia.”
Quindi il dubbio resta: professionisti della sicurezza o combattenti per una
missione?
Sicuramente è un fenomeno in crescita e neanche tanto nuovo come si crede.
Accanto ai mercenari tradizionali (basti pensare all’episodio del tentato golpe
in Guinea Equatoriale del marzo scorso), operano tutta una serie di aziende private,
che operano in una serie di servizi militari di sicurezza, un tempo di esclusiva
competenza degli Stati nazionali.
Questi giganti economici assistono gli apparati bellici di Paesi sovrani, soprattutto
negli Stati Uniti.
Forniscono supporto di ogni tipo: dalla logistica al reclutamento. Secondo una
ricerca dello stesso Pigoli, dal 1994 al 2002, il Dipartimento della Difesa degli
Stati Uniti d’America, ha stipulato più di 3000 contratti con società militari
private statunitensi. La Hulliburton ha in appalto la logistica della missione
Usa in Iraq. Un giro d’affari da 100 miliardi di euro l’anno, con 15mila uomini
impiegati in missione che guadagnano fino a 1000 euro al giorno.
Gli agenti privati di sicurezza rappresentano in buona sostanza un contingente
militare in Iraq, più numeroso di quello britannico e secondo come numero solo
a quello statunitense.
Il dubbio è su come possano coesistere in zona di guerra due tipologie di operatori
così diverse come il militare tradizionale e queste figure che si occupano di
fornire servizi ai militari stessi, o proteggono personaggi pubblici e interessi
privati.
“La coesistenza può diventare un problema”, spiega Pigoli, “sotto l’aspetto operativo
si crea un problema di ambito di competenza, rispetto alla protezione di obiettivi
uguali, mentre sotto l’aspetto morale ci si chiede fino a che punto possa arrivare
la privatizzazione della guerra. Oggi i militari si occupano solo della fase bellica
lasciando ai privati tutto il resto, ma un domani dovremo aspettarci professionisti
della guerra che la fanno al posto dei militari? Guardando ai trend in atto, l’ipotesi
più verosimile è quella di un abbassamento del livello di coinvolgimento, ma solo
a livello qualitativo, non certo quantitativo. In Iraq arriveranno a più di 30mila
unità e, anche se non con la stessa pubblicità, c’erano già nel 1991.”