14/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Mercenari o professionisti della sicurezza? I contractors fanno discutere
militari in iraq“Questi professionisti vanno a inserirsi nel vuoto che si crea nel settore della sicurezza per il mancato intervento di organizzazioni internazionali e stati sovrani”, continua Pigoli, “l’Iraq in questo senso, è un esempio lampante. Dove gli interessi pubblici e privati non trovano un’adeguata protezione, interviene il settore privato. Fin quando il settore non viene regolamentato, si incapperà sempre in queste valutazioni controverse, dove coesistono operatori regolari e operatori invisibili.”
 
Pigoli ricorda che, in materia, “a livello di diritto internazionale, manca una definizione specifica di mercenario, eccezion fatta per alcune convenzioni che si riferiscono a conflitti del passato, non più attuali oggi. All’epoca si riteneva mercenario colui il quale prendeva soldi da governi o da servizi segreti per svolgere servizi ad hoc: trafficare armi, finanziare gruppi armati o combattere in prima persona. Oggi va chiarito il termine mercenario, perché se ci si riferisce allo svolgere un’attività a fini di lucro, questo può dirsi di qualunque categoria. La distinzione è negli obiettivi: come mercenario si può identificare colui che, in una zona di guerra, svolge attività militare o di sicurezza che supera i confini della legalità. Diverso il nuovo operatore della sicurezza che è una nuova figura professionale, con compiti precisi, militari o di sicurezza, di persone o cose. Manca una definizione ed è urgente darla.”
 
Per capirne di più, si possono visitare i siti di queste aziende. Per esempio il sito della Presidium è ben fatto e, dopo aver precisato che la sede legale è alle isole Seychelles, specifica di essere “una società operante nei settori della sicurezza, della difesa, della protezione del business e della gestione delle crisi in aree a medio e alto rischio”, specifica ancora di non intrattenere “nessun business con regimi sotto embargo, Paesi che violano i diritti umani, governi che appoggiano il terrorismo internazionale, organizzazioni terroristiche, organizzazioni criminali”, ma sostiene anche di essere “legata alla logica di sviluppo e stabilità occidentale” e, nella zone del sito missione, assume veri e propri obiettivi socio-politici, quando sostiene che “la rotta da seguire, per non rischiare di tornare indietro annullando lo sviluppo dell'umanità, è determinata dalla volontà di resistenza contro coloro che minacciano la visione occidentale di sviluppo e democrazia.”
 
Quindi il dubbio resta: professionisti della sicurezza o combattenti per una missione?
Sicuramente è un fenomeno in crescita e neanche tanto nuovo come si crede.
Accanto ai mercenari tradizionali (basti pensare all’episodio del tentato golpe in Guinea Equatoriale del marzo scorso), operano tutta una serie di aziende private, che operano in una serie di servizi militari di sicurezza, un tempo di esclusiva competenza degli Stati nazionali.
 
Questi giganti economici assistono gli apparati bellici di Paesi sovrani, soprattutto negli Stati Uniti.
Forniscono supporto di ogni tipo: dalla logistica al reclutamento. Secondo una ricerca dello stesso Pigoli, dal 1994 al 2002, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, ha stipulato più di 3000 contratti con società militari private statunitensi. La Hulliburton ha in appalto la logistica della missione Usa in Iraq. Un giro d’affari da 100 miliardi di euro l’anno, con 15mila uomini impiegati in missione che guadagnano fino a 1000 euro al giorno.
Gli agenti privati di sicurezza rappresentano in buona sostanza un contingente militare in Iraq, più numeroso di quello britannico e secondo come numero solo a quello statunitense.
Il dubbio è su come possano coesistere in zona di guerra due tipologie di operatori così diverse come il militare tradizionale e queste figure che si occupano di fornire servizi ai militari stessi, o proteggono personaggi pubblici e interessi privati.
 
“La coesistenza può diventare un problema”, spiega Pigoli, “sotto l’aspetto operativo si crea un problema di ambito di competenza, rispetto alla protezione di obiettivi uguali, mentre sotto l’aspetto morale ci si chiede fino a che punto possa arrivare la privatizzazione della guerra. Oggi i militari si occupano solo della fase bellica lasciando ai privati tutto il resto, ma un domani dovremo aspettarci professionisti della guerra che la fanno al posto dei militari? Guardando ai trend in atto, l’ipotesi più verosimile è quella di un abbassamento del livello di coinvolgimento, ma solo a livello qualitativo, non certo quantitativo. In Iraq arriveranno a più di 30mila unità e, anche se non con la stessa pubblicità, c’erano già nel 1991.”

Christian Elia

Articoli correlati: Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità