Nome ufficiale: |
Republika y'u Burundi |
Ordinamento politico: |
Repubblica |
Governo attuale: |
Pierre Nkurunziza, presidente eletto dal 26 ago.
2005 |
Capitale: |
Bujumbura
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Superficie: |
27.830 Kmq |
Popolazione: |
6.800.000 abitanti |
Densità: |
237,2 ab./Kmq |
Crescita demografica annua: |
1,89% |
Lingua: |
Kirundi, francese, swahili |
Religione: |
Cristiana, musulmana |
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Popolazione urbana: |
9,6% |
Alfabetizzazione: |
50,4% (57,7% maschi; 43,6% femmine) |
Mortalità infantile: |
12,3% |
Aspettativa di vita: |
42 anni |
Tasso HIV/AIDS: |
6% |
Indice sviluppo umano: |
0.339 – 173esimo su 177 stati |
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Moneta: |
Franco burundese |
PIL: |
669 milioni USD |
Ripartizione PIL: |
Agricoltura 49%; Industria 19%; Terziario 32% |
Crescita economica (2004): |
5,1% |
Reddito nazionale lordo per ab.: |
100 USD/ab. |
Pop. sotto soglia povertà: |
68% |
Inflazione: |
10,7% |
Esportazioni: |
38 milioni USD |
Importazioni: |
157 milioni USD |
Principali risorse economiche: |
Agricoltura, minerali (nichel, cassiterite) |
Spese militari: |
38,7 milioni USD (5,78% del PIL) |
GEOGRAFIA
Situato nel cuore dell’Africa
centrale, il Burundi è uno dei più piccoli paesi africani: confina a nord con
il Ruanda, a sud e a est con la Tanzania e a ovest con la Repubblica
Democratica del Congo. Il paese è dominato da colline e altipiani, se si
eccettuano le regioni sudorientali e la fascia costiera nei pressi del lago
Tanganyika, uno dei più grandi del continente, che costituisce il limite della
depressione nota come Great Rift Valley.
Il clima è sostanzialmente tropicale, ma temperato dall’altitudine: le
temperature medie annue si aggirano attorno ai 20 gradi sugli altipiani e a 23
nella Rift Valley. Le due stagioni secche vanno da maggio e agosto e da gennaio
a febbraio, mentre per il resto dell’anno il clima è piuttosto piovoso.
STORIA
I difficili rapporti tra le
comunità che popolano il Burundi datano al XVI secolo, quando i Tutsi si
stabiliscono nel paese sottomettendo la comunità originaria, i Twa, e gli Hutu.
Si instaura così un regime feudale dove il potere è tenuto saldamente in mano
dai Tutsi tramite il re (mwami), anche se i matrimoni misti tra le varie
comunità sono piuttosto frequenti e il sistema non è molto rigido.
La situazione peggiora con
l’arrivo dei colonialisti alla fine dell’800: i territori di Ruanda e Burundi
passano infatti sotto il dominio tedesco fino alla prima guerra mondiale,
quando verranno presi in consegna dal Belgio. Entrambi le amministrazioni
coloniali si appoggiano ai Tutsi esacerbando così ancora di più le tensioni tra
i vari gruppi.
Alla fine della seconda guerra
mondiale l’amministrazione del paese rimane sotto controllo belga ma per
mandato delle Nazioni Unite, che il 1 luglio 1962 proclamano l’indipendenza del
paese sotto il re Mwabutsa IV. Dal 1959 sono però cominciati i primi scontri
tra Hutu e Tutsi, scontri che si intensificano nel ’63 con la fuga di migliaia
di Hutu nel vicino Ruanda. Nel 1965 gli Hutu organizzano un colpo di stato che
fallisce per la pronta risposta delle Forze Armate ma che porta alla fuga del
re, dichiarato decaduto e sostituito nel luglio del 1966 dal figlio Ntare V.
Quattro mesi dopo il Burundi
diventa una repubblica: il capitano Michel Micombero organizza un altro golpe
e
rovescia il re, dando il potere a un comitato rivoluzionario di cui è a capo come
presidente. Nel 1972 una nuova rivolta degli Hutu, sempre esclusi dal potere,
porta alla morte di almeno 100.000 persone.
Nel 1976 anche Micombero esce di
scena, vittima di un colpo di stato incruento che porta al potere il colonnello
Jean-Baptiste Bagaza. La dura politica del nuovo presidente, che nel 1981 vara
una nuova Costituzione facendo del Burundi un regime monopartitico e comincia
a
perseguitare il clero cattolico, aliena molte delle simpatie al presidente
favorendo il golpe del maggiore Pierre Buyoya nell’87.
Il nuovo presidente riesce
comunque a abbassare il livello di tensione, varando una nuova Costituzione che
garantisce il multipartitismo e organizzando le prime elezioni della storia del
paese nel 1993: dalle urne esce vincitore Melchior Ndadaye, primo presidente
Hutu del Burundi, ma il sogno di pace e stabilità dura poco. Nell’ottobre dello
stesso anno Ndadaye viene ucciso dai fedelissimi di Bagaza, scatenando la
reazione degli Hutu che danno il via a una guerra civile che ha provocato più
di 300.000 vittime e che non si è ancora conclusa. L’anno successivo verrà
ucciso anche il vice di Ndadaye, Cyprien Ntaryamira, nel famoso incidente aereo
che costerà la vita anche al presidente ruandese Juvénal Habyarimana e
scatenerà il genocidio Tutsi in Ruanda.
Nel frattempo in Burundi la
guerra prosegue e Silvestre Ntibantuganya, ex-presidente dell’Assemblea
Nazionale, viene nominato capo di stato. Nel luglio del 1996 però l’ennesimo
colpo di stato riporta al potere Pierre Buyoya. Nel 2001 vengono firmati gli
accordi di pace che permettono l’avvio del processo di transizione, l’approvazione
della nuova Costituzione e le elezioni parlamentari e locali del 2005.
Il nuovo Parlamento burundese elegge come presidente Pierre Nkurunziza,
leader dell’ex-gruppo ribelle delle Fdd (Forze per la Difesa della Democrazia).
POLITICA
Nonostante la situazione nel
paese sia molto migliorata negli ultimi anni, la guerra in Burundi non
si è
ancora conclusa: dei quattro gruppi ribelli che hanno combattuto contro
il governo
di Bujumbura solo uno, le Fnl (Forze Nazionali di Liberazione), è
ancora
attivo. Le trattative per arrivare a un accordo di pace anche con
l’ultima formazione armata Hutu sono a buon punto, dopo che le parti si
sono accordate, nel luglio 2006, su una tregua che dovrebbe aprire la
strada ad un accordo complessivo.
La nuova Costituzione prevede un
elaborato bilanciamento dei poteri tra Hutu e Tutsi: i primi, che costituiscono
l’85% circa della popolazione, hanno diritto al 60% dei seggi dell’Assemblea
Nazionale e dei ministeri, rispetto al 40% riservato ai Tutsi. I seggi al
Senato e gli effettivi delle Forze Armate sono invece divisi al 50% ciascuno.
Dalle prossime consultazioni il presidente della repubblica verrà eletto a
suffragio universale.
Il sistema di
equilibrio di poteri va ancora rodato. Non è pertanto possibile fare previsioni
attendibili sul futuro politico del paese, che avrà comunque bisogno di tempo
per gettarsi alle spalle le scorie del conflitto.
SOCIETA'
Legate ai problemi politici sono
anche le questioni che riguardano i rapporti tra le varie comunità del paese.
Secoli di dominio Tutsi, che anche dopo l’indipendenza hanno sempre conservato
saldamente le redini del potere politico e militare, hanno lasciato cicatrici
pesanti nella società. I periodici massacri e le susseguenti rappresaglie che
hanno insanguinato il paese dal ’59 non potranno essere cancellati con un colpo
di spugna, ma se non altro il Burundi ha intrapreso la strada giusta. Da
risolvere è anche la questione del disarmo.
Le condizioni della popolazione risentono inevitabilmente del lungo
conflitto: il paese è tra i peggiori dieci al mondo per l’indice di sviluppo
umano, con quasi il 70% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà
e
un reddito annuo pro-capite di appena 100 dollari. Da migliorare anche i
servizi sanitari, che influiscono sulla diffusione dell’Aids (7% della
popolazione) e sulla mortalità infantile, oltre che sull’aspettativa di vita
(solo 42 anni).
ECONOMIA
Anche l’economia del paese è
completamente da ricostruire dopo la lunga guerra: la crescita economica del
2004, fissata al 5%, è illusoria perché parte da un livello di base comunque
molto basso. Da potenziare sono le esportazioni agricole, con la
privatizzazione della produzione di zucchero e caffè, e il settore minerario.
Fondamentale per i primi anni del dopoguerra sarà comunque l’aiuto dei
paesi donatori e delle grandi istituzioni finanziarie internazionali. La
bilancia commerciale, proccupantemente in rosso, andrà riequilibrata il prima
possibile.
MASS MEDIA
L'amministrazione di Nkurunziza sta suscitando non pochi dubbi sul
rispetto delle libertà politiche e di stampa. Dall'avvento al potere
del nuovo presidente, si sono moltiplicate le azioni contro le testate
indipendenti, tanto che alcuni giornalisti di spicco sono stati
costretti a fuggire dal Paese. Le notizie di un possibile golpe,
organizzato ai danni del presidente nell'estate 2006, ha permesso alle
autorità di dare un giro di vite nei confronti non solo della stampa,
ma anche di alcuni politici tra i quali l'ex-presidente Domitien
Ndayizeye. Come risultato, il Paese ha perso numerose posizioni
nell'indice della libertà di stampa pubblicato ogni anno da Reporters
Sans Frontieres.