Guatemala

 
 
Ordinamento politico: Repubblica
Capitale: Guatemala
Superficie: 109.117 Kmq (1/3 dell’Italia)
Popolazione: 11.530.000
Densità: 106 ab./Kmq
Indice di sviluppo umano: 0,652 (119° posto)
Lingua: spagnolo (lingua ufficiale). Principali dialetti Maya: Quichè, Cakchiquel, Mam, KekchìReligione: cattolici (75,9%), protestanti (21,8%), altri (2,3%)
Analfabeti: 31% (2001) (Italia: 2%)
Mortalità infantile: 44 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Unità monetaria: Quetzal (1Euro =  8Quetzal circa)
PNL: 18 957 ml $ USA (2002)
PNL/ab.: 1 492 $ USA (2002)
Inflazione: 5%
Speranza di vita: 64 M, 66 F (Italia: 76 M, 82 F)
Disoccupazione: 14,5% (2002) F 73,1%
Prodotti esportati: caffè, zucchero, banane
Bilancio dello Stato: entrate 17 656,4 spese 21 327,1 (2001)
Debito estero: 3 567 ml $ USA (2001)
Aiuti dall’estero: 225 ml $ USA (2001)
Membro di OAS, ONU, WTO 
 
 
GEOGRAFIA
Il Guatemala si affaccia su entrambe le sponde oceaniche: ad Est sul Mar delle Antille e a Sud-Ovest sull’ Oceano Pacifico. A Nord e a Ovest confina con il Messico, a Nord-Est con il Belize, ad Est con l’Honduras e a Sud-Est con El Salvador. Il territorio è disseminato di numerosi rilievi vulcanici soggetti a frequenti fenomeni sismici.
Si possono distinguere tre principali regioni geografiche: a Nord (El Petèn) è la configurazione territoriale pianeggiante che predomina mentre il Centro è caratterizzato dai rilievi montuosi; vi è infine una stretta cimosa costiera a Sud, bagnata dalle acque dell’Oceano Pacifico.
Il clima è caldo-umido in pianura e via via che si raggiungono le più elevate altitudini la temperatura è  moderata e l’escursione termica molto accentuata.


STORIA
La storia del Guatemala è simile ad altre storie di molti paesi dell’America latina. Segnata dal sangue di innocenti e inermi vite spezzate e spazzate via dalla cieca furia omicida dell’interesse economico, la storia del Guatemala è storia di guerra, di guerriglia, di lotta, di un popolo che resiste. Ancora. Volendo indicare una data precisa del principio della fine della prosperità e dell’armonia delle popolazioni indigene Maya nella loro terra natale dobbiamo risalire al 1523 quando un luogotenente di Cortès, Pedro de Alvaredo, compie il suo ingresso in Guatemala al comando di un esercito composto da circa 300 soldati provenienti anch’essi dalla Spagna. L’anno successivo, dopo una lunga serie di saccheggi, viene fodata la città di Santiago de los Caballeros de Guatemala. In questa fase storica si consuma la prima grande decimazione delle popolazioni maya a seguito delle malattie trasmesse dai conquistadores o tramite un sistematico e lucido tentativo di sterminio.
Il 15 Settembre 1821 il Guatemala si rende indipendente dalla corona di Spagna: i creoli, principali artefici dell’indipendenza, costituiscono un nuovo stato nobiliare. L’indipendenza dalla Spagna tuttavia non pone fine allo sfruttamento della popolazione indigena, alla quale viene di fatto precluso l’accesso alle  cariche istituzionali e dirigenziali ricoperte, invece, dai ladinos. L’indipendenza (formalizzata nel 1823 con la formazione della prima Assemblea Costituente) non solo non mutò lo stato di schiavismo e persecuzione in cui vivevano gli indios ma era evidentemente funzionale al concentramento ed al mantenimento del potere nelle mani di una nuova classe politica emergente rappresentata da piccole oligarchie di grandi proprietari che avevano i loro referenti istituzionali in governi autoritari e corrotti, ai quali sul finire del XIX secolo, si aggiunse la sempre più influente ed invadente partecipazione delle multinazionali statunitensi. L’indipendenza in tal senso non fu percepita dagli indios come l’emancipazione da un regime di oppressione bensì come un semplice cambio di oppressore, prima esterno ed ora invece interno.
La prima breccia in questo manto di repressione e violenza venne aperta soltanto nel decennio che va dal 1944 al 1954. In tale frangente il Paese avviò un timido, eppure fatale (come vedremo), tentativo di democratizzazione. Due furono i presidenti che in questo decennio si fecero portatori del cambiamento: Arèvalo e Arbenz. Vale la pena citare la riforma agraria avviata da Arbenz in virtù della quale per la prima volta nella storia del Guatemala la terra sarebbe stata redistribuita secondo un principio di equità mediante l’espropriazione di 100.000 ettari (inutilizzati) della tristemente famosa United Fruit Company. Badate bene: il modello di democratizzazione promosso da Arèvalo ed Arbenz non aveva nulla a che vedere con i modelli socialisti che stavano invece trovando interlocutori in altri paesi del subcontinente americano; esso al contrario si ispirava chiaramente, dal punto di vista politico, al modello democratico occidentale e, sotto l’aspetto economico, traeva ispirazione dalle conquiste conseguite nel dopoguerra dal “Nuovo corso” rooseveltiano (il New deal). Alla luce di questa doverosa premessa apparirà ancora più incomprensibile e inaccettabile la smisurata e letale reazione statunitense a queste riforme. Un esercito di mercenari al comando del colonnello Castillo Armas, che venne armato direttamente dai servizi segreti USA, promosse un golpe che abbattè il legittimo e democratico governo di Arbenz.
Questo episodio oltre a segnare la fine del sogno di un Guatemala libero dalla violenza e guidato dalla partecipazione popolare segnò l’inizio di un’infausta instabilità politica scandita da un susseguirsi di sanguinarie dittature militari. Dal 1954 al 1983 si alternarono i governi dei generali Lucas Garcia, Rios Montt (che ritroveremo in tempi recenti per mezzo del fedele Alfonso Portillo), Meija Victores. La parola d’ordine di questo trentennio fu “terrore”: torture, omicidi politici, persone scomparse, persecuzioni, genocidio degli indios. Vittime prescelte di tali atrocità furono, oltre agli indios, politici, sindacalisti, studenti, bambini, donne, giornalisti, religiosi. Vennero costituite le cosiddette “Pattuglie di Autodifesa Civile” che, assieme ad altri gruppi paramilitari ed all’esercito regolare, svolgevano i “lavori sporchi” consistenti in repressioni generalizzate degli oppositori del regime ed al continuo e sistematico sterminio delle popolazioni indigene. Un’apparente battuta d’arresto a tali massacri si ebbe in seguito alle voci levatesi dalla comunità internazionale ed in particolare dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, con un rapporto del 1983, denunciava le cifre esatte del massacro, condannando in particolar modo il genocidio perpetrato nei confronti delle popolazioni maya, il fenomeno dilagante dei desaparecidos e l’alto numero di rifugiati all’estero.
Con gli occhi della comunità internazionale puntati addosso ed una dilagante crisi economica (che sarebbe stata ulteriormente aggravata da eventuali misure di embargo), nel 1984 il governo militare indice elezioni per un’Assemblea costituente permettendo così il reinserimento dei civili nelle alte cariche istituzionali del Paese. Quella che l’Assemblea si trovò ad approvare altro non era che una Costituzione “preconfezionata” e plasmata a proprio uso e consumo dal governo, il quale si assicurava, in tal maniera, la possibilità di perseverare nel solito modus vivendi dando tuttavia all’opposizione internazionale ed interna una parvenza di cambiamento.
Le speranze che questo cambiamento (apparente) destò vennero presto disattese e i due successivi governi eletti con affluenze al voto ai minimi storici (Cerezo nel 1986, Serrano Elìas nel 1991) non furono in grado di fermare l’escalation di violenze e soprusi che continuavano a verificarsi nel Paese. La generale impunità per tali atti dava l’esatta misura della carenza di potere effettivo che lo Stato era in grado di esercitare sul proprio territorio. La continua e sistematica violazione dei diritti umani a danno soprattutto degli indios portò ad una seconda grande sollevazione della comunità internazionale, la quale permise di aprire nel marzo 1990 i negoziati tra l’esercito guatemalteco e la guerriglia che di lì a cinque anni avrebbe portato alla firma della pace definitiva. Parte attiva del processo di pace fu ricoperta dalla società civile che in questi anni assunse nuovo slancio e vigore nella rivendicazione dei propri diritti e nell’esprimere leaders rappresentativi, come Rigoberta Menchù, capaci di farsi portatori degli interessi degli indios dinnanzi la comunità internazionale e iniziando a denunciare in prima persona le violenze subite. Tale impegno e coraggio fu riconosciuto con la significativa assegnazione del premio Nobel per la pace a Rigoberta Menchù, avvenuta nel 1992… "in recognition of her work for social justice and ethno-cultural reconciliation based on respect for the rights of indigenous peoples". Negli anni precedenti all’assegnazione del premio Nobel la Menchù assieme all’antropologa Elisabeth Burgos scrisse il famoso libro “Mi chiamo Rigoberta Menchù” con il quale portò per la prima volta a conoscenza del mondo intero lo sfruttamento e le violazioni dei diritti umani che gli indigeni discendenti dei Maya stavano subendo da anni in tutto il Guatemala.
Così nel 1993 qualcosa si mosse e venne eletto presidende del Guatemala il Procuratore dei Diritti Umani precedentemente licenziato da Serrano Elìas, Ramiro de Leon Carpio. Purtroppo anch’egli non riuscì a risolvere le problematiche fondamentali che affliggevano il Paese dove continuava ad esistere e ad operare nell’impunità completa uno “stato parallelo” composto dalle Pattuglie di autodifesa Civile e da altre organizzazioni paramilitari. Si trattava di un’ulteriore dimostrazione che in Guatemala il potere politico era ancora di fatto subordinato a quello militare.
Le elezioni del 1995 mostrarono il solito trand negativo in materia di affluenza al voto, ma si distinsero da quelle precedenti in quanto per la prima volta dopo 40 anni prese parte alle consultazioni un partito democratico di sinistra.
Il presidente che venne eletto, Arzù, rappresentava le grandi lobby imprenditoriali che auspicavano, al fine di incrementare produttività e ricavi, una politica di modernizzazione del Paese, ed inoltre egli godeva del sostegno dell’ala più moderata dell’esercito. Tali influenze permisero una prima e parziale epurazione dai vertici militari di quei generali che si erano macchiati di crimini particolarmente atroci e consentì di accelerare il processo di pacificazione che portò finalmente alla firma della pace definitiva il 29 Dicembre 1996 nella Capitale. Dopo 36 interminabili anni di lotte intestine, il Guatemala trovava la sua Pace. L’URNG (Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca) si costituì in partito politico e decise di continuare la propria azione all’interno del sistema democratico parlamentare. A suggello della firma degli accordi di pace, negli anni immediatamente successivi, si giunse alla redazione di due importanti rapporti dettagliati sulle violenze perpetrate durante gli anni del conflitto civile. Si tratta di “Guatemala nunca mas” del 1998 promosso dall’arcivescovato del Guatemala, e di “Guatemala, memoria del silenzio” nel quale si mostrano le cifre esatte del genocidio della popolazione indigena attuato soprattutto negli anni delle due presidenze di Lucas Garcia e Rios Montt (1981-1983). La vergognosa e inquietante uccisione del Vescovo Gerardi, quale ispiratore del progetto di recupero della memoria storica, avvenuta due giorni dopo la presentazione del rapporto “Guatemala nunca mas”, dà l’idea che nonostante gli ufficiali accordi di pace continua a vivere ben radicato nella società guatemalteca il sentimento dell’odio che ancora troppo spesso si palesa per mezzo delle infami azioni delle organizzazioni paramilitari finanziate e guidate dagli uomini di sempre, al servizio di sporchi  interessi duri a morire.
Il nuovo terrore che in maniera strisciante si stava insediando nel Paese, la bassa affluenza al voto nuovamente registrata, l’inefficienza del precedente governo Arzù furono gli elementi che permisero la vittoria nel 2000 del Fronte Repubblicano (il partito dell’estrema destra del generale Rios Montt!) e l’elezione a presidente di Alfonso Portillo. Portillo è reoconfesso di duplice omicidio compiuto in Messico: la sua campagna elettorale fu incentrata sullo slogan che se un uomo è capace di difendere se stesso uccidendo da solo due uomini, sicuramente tale uomo sarà in grado di difendere anche la propria Nazione. Portillo concentrò i propri sforzi di Presidente principalmente nella riorganizzazione delle forze armate e ben poco si curò di porre fine alle violenze ed alla crisi economica dilagante. Nelle elezioni del Novembre 2004 la corte suprema ha riconosciuto direttamente l’ex dittatore Gen. Rios Montt idoneo a concorrere per la carica presidenziale (Montt è stato giudicato il principale responsabile del massacro di 16000 civili indios avvenuto durante la sua dittatura militare durata un  anno e mezzo). Tuttavia, e per fortuna, Montt non raggiunse il secondo turno delle votazioni e le ultime elezioni hanno visto vincitrice la coalizione conservatrice capeggiata da Berger (Alianza Nacional) che aspira al raggiungimento di una buona stabilità interna al fine di rilanciare il Guatemala nelle relazioni internazionali e stimolare ulteriormente il flusso degli investimenti provenienti dall’estero. Attualmente l’ex dittatore Portillo è rifugiato in Messico poiché accusato in patria di appropriazione di denaro pubblico. Il Generale Rios Montt si trova agli arresti domiciliari e dovrà rispondere dell’accusa di genocidio.


POPOLAZIONE
Le popolazioni Maya si stanziarono nel territorio oggi corrispondente al Guatemala in tre ondate migratorie differenti (1°: Quichè, 2°: Mame, 3°: Rabinal e Sacatepèquez) dal 2000 a.C. dove vi rimasero indisturbate fino all’arrivo di Pedro de Alvaredo. Oggi gli indios (discendenti diretti dei Maya) rappresentano l’etnia numericamente più rilevante del Paese (43% della popolazione) seguiti dai ladinos (30%); gli spagnoli “puri”, i creoli, rappresentano solo il 5% della popolazione. La percentuale di popolazione rimanente è composta da immigrati neri, piccoli gruppi indios, mulatti e zambos (incroci tra neri e indios).
Sia i ladinos che gli indios mostrano un elevato livello di natalità compensato tuttavia nei secondi da un alto tasso di mortalità infantile.
La distribuzione territoriale salta subito all’occhio: nelle regioni di ovest e nord-ovest il Paese è popolato prevalentemente da indios e nei soli dipartimenti di Alta Verapaz, Totonicapàn e Sololà questi rappresentano il 90% della popolazione. Tali regioni si caratterizzano per la penuria di infrastrutture essenziali e di servizi sociali. I ladinos sono invece insediati lungo la sezione orientale del Guatemala ed hanno la loro massima concentrazione nel Petèn. Nell’area rurale del dipartimento di Guatemala, Jalapa, Chiquimula e nella parte alta della zona pedemontana vi troviamo popolazione mista dovuta all’utilizzo, in queste regioni, di agricoltura commerciale dove gli indios si trovano impiegati nella manodopera sotto padroni ladinos.


ECONOMIA
Il Guatemala è un Paese prevalentemete agricolo come si evince dagli ultimi dati nazionali in materia: i ricavi del solo settore agricolo rappresentano il 22% del PIL totale; il 40% della popolazione attiva è impiegata in tale settore, soprattutto nell’ambito dell’agricoltura commerciale, nelle grandi proprietà, che sono stimate intorno al 70% della superficie agraria totale. Purtroppo proprio in questo settore cruciale si registra la più ampia forbice di disparità tra la popolazione ricca e quella povera: il 3% degli abitanti possiede i 2/3 dei terreni agricoli dell’intero Paese. Vi è infatti una classe di grandi proprietari terrieri, formata quasi esclusivamente da ladinos che, seguendo la tradizione ormai consolidata di questo Paese, sfrutta quel grande bacino di manodopera a basso costo rappresentato dagli indios. Le implicazioni sociali, oltre che economiche (le due potrebbero essere forse scisse?!), di tale disparità sono tremende. Ogni anno migliaia di indios lasciano gli altopiani, i loro villaggi, le proprie famiglie, per essere letteralmente deportati nelle grandi piantagioni (fincas) di caffè, cotone, canna da zucchero, banane, tabasco, cacao, agrumi, dove lavorano in regime di semischiavitù senza vedersi riconosciuto il diritto ad un’equa retribuzione, ad un trattamento dignitoso. Tutto ciò implica principalmente tre problematiche: la sottrazione della figura paterna o materna (ma spesso entrambe) dal nucleo familiare generalmente ricco di giovane prole sulla quale ricade inevitabilmente la prematura responsabilità della sussistenza; inoltre i ritmi e le modalità di lavoro nelle fincas portano ad un degrado fisico e psichico dei braccianti che spesso sfocia in alcolismo e quindi incapacità futura al lavoro ed a una normale vita sociale. Infine è da ricordare che l’agricoltura applicata alle grandi piantagioni impoverisce sempre di più quelli che un tempo erano terreni molto fertili, avviandoli così ad un’irreversibile improduttività futura.
L’agricoltura di sussistenza è praticata in pochi e poco redditizi minifondi dove vengono coltivati principalmente mais, fagioli, patate, riso, sorgo; proprio a causa della scarsa redditività dei minifondi, dovuta anche all’esiguo numero di terre  rimasto coltivabile direttamente dalle famiglie, gli indios sono costretti a scendere nelle fincas per svendere il proprio lavoro. Qualora questi pochi minifondi improduttivi atti alla sussistenza dovessero venire meno e, di conseguenza, le famiglie indie a poco a poco dovessero scomparire, ai grandi proprietari ladinos verrebbe a mancare quel grande rifornimento di manodopera a basso prezzo essenziale per un alto profitto delle loro piantagioni. Ecco perché esiste ancora una, seppur marginale, agricoltura di sussistenza delle famiglie indigene.
Si allevano, prevalentemente in aziende moderne, bovini, ovini, caprini, suini e volatili da cortile. Come l’allevamento, la pesca concorre in maniera molto modesta alla ricchezza interna del paese con la sola eccezione del commercio dei gamberetti dove il Guatemala registra una buona quantità media esportata ogni anno. Le foreste del Petèn godono di un altissimo grado di biodiversità e sono ricche di materie prime, da esse si estraggono consistenti quantità di ebano, caucchiù, chicle e chinchona (da cui si estrae il chinino).
Il settore secondario è ancora poco sviluppato e la maggior parte dei prodotti industriali ed ad alta tecnologia vengono importati da paesi terzi. Le industrie del Paese in particolare patiscono la concorrenza proveniente dal confinante Messico.
Le risorse minerarie del Guatemala sono scarse anche se dagli anni settanta vi è stato un lieve incremento dell’estrazione mineraria in seguito alla scoperta di giacimenti petroliferi e di nichel. Altri elementi estratti in piccole quantità sono il  piombo, il sale, lo zinco e l’ antimonio. Le raffinerie sono localizzate nei pressi di Escuintla e Puerto Barrios dove si trovano anche cementifici ed alcune aziende che lavorano prodotti alimentari e tessili. Il compito dell’estrazione del petrolio è affidato a compagnie statunitensi che ogni anno estraggono circa 900 000 tonnellate di greggio che serve a coprire il 50% circa del fabbisogno nazionale energetico. Negli ultimi anni l’energia elettrica, grazie anche ad una più efficiente e capillare rete distributiva, ha aumentato la propria capacità raggiungendo gli attuali 6,6 mln di KWh, che tuttavia non riescono a coprire adeguatamente il fabbisogno energetico del Paese.
Nell’ultimo periodo la maggioranza degli investimenti, sia interni che esteri, viene intercettata principalmente dal settore edilizio; esso ha registrato un notevole incremento rispetto al passato soprattutto nella Capitale dove in alcune aree si sta procedendo ad un’edificazione consistente. Purtroppo la cronaca ci informa di come tale settore venga oggi utilizzato per il riciclaggio di denaro sporco proveniente soprattutto dal narcotraffico.
Nelle zone ad alta presenza indigena invece vi è ancora un buon mercato dell’artigianato alimentato prevalentemente dal turismo, particolarmente attratto dai manufatti in legno, in ceramica e dalle realizzazioni tessili. Camminando per i mercati più famosi del Guatemala (primo tra tutti quello di Chichicastenango) si viene letteralmente catapultati all’interno dei colori e degli odori del mondo indigeno maya che rievocano la creatività e la grandezza di una popolazione che via via sta scomparendo. La bellezza di tali manufatti, l’affabilità degli indios, lo splendore paesaggistico del Guatemala fa si che ogni anno un flusso di quasi un milione di turisti porti un po’ di ossigeno alle casse della nazione. Il turismo rappresenta infatti la maggiore fonte di entrate del paese dopo le esportazioni di caffè e, via via che la situazione politica interna volge a buoni livelli di stabilità, tale risorsa vedrà sicuramente un’ulteriore incremento.
Ad oggi il Guatemala risente della mancanza di grandi infrastrutture come strade, dighe, migliore connessione elettrica quali premesse essenziali per il miglioramento delle comunicazioni interne e, soprattutto, per l’espansione del volume di scambi commerciali con l’estero; inoltre necessita di una maggiore efficienza dei trasporti e delle vie di comunicazione, carenza che influisce in maniera negativa sull’espansione del turismo. Tali politiche infrastrutturali sono oggi incarnate dal controverso Plan Puebla y Panamà (PPP): si tratta di un progetto economico di dimensioni gigantesche, proposto nel 2001 dal presidente messicano V. Fox, che dovrebbe creare un’enorme area di libero scambio tra tutti i paesi del Centroamerica. Il PPP prevede ingenti finanziamenti per il Guatemala in particolare per la costruzione di una più efficiente rete elettrica, un potenziamento delle principali strade esistenti, la costruzione di nuove strade in aree ad oggi ancora prive e lo spostamento delle cosiddette maquilladoras dalla frontiera nord del Messico con gli USA (non più abbastanza competitiva) a quella del sud, confinante con il Guatemala. Il PPP viene tenacemente osteggiato da una moltitudine di organizzazione per la difesa delle popolazioni indigene in quanto non risolverebbe il secolare problema di un’espansione economica in senso liberista che al tempo stesso contempli e salvaguardi le popolazioni indigene e non residenti nelle aree rurali (che ricordiamo costituiscono il 65% della popolazione totale). Le infrastrutture promosse da tale piano di intervento distruggerebbero completamente le popolazioni indie che da millenni popolano il Guatemala e le poche che rimarrebbero vive sarebbero confinate nei pressi delle maquilladoras e condannate via via all’estinzione. Attualmente il PPP è in fase di stallo e le sue sorti sono instricabilmente legate all’esito delle elezioni messicane che si terranno nel 2006 per la rielezione di Fox.
Al di là delle future scelte in materia di politica economica, il Guatemala già da tre - quattro anni registra un notevole incremento degli scambi commerciali con l’estero. Il primo partner commerciale sono gli Stati Uniti che assorbono il 30% del totale dell’export e forniscono al Guatemala il 36% del totale delle importazioni. Seguono gli altri paesi del centro america, mentre un ruolo via via crescente in tale settore lo ricoprono il Giappone e la Corea del Sud. Le esportazioni principali del Guatemala sono il caffè, zucchero e banane che insieme, questi tre prodotti, rappresentano il 70% dell’export totale; tuttavia le importazioni, per i motivi analizzati in precedenza, superano di gran lunga le esportazioni e, per tale ragione, il Guatemala soffre di un perenne e strutturale passivo del saldo commerciale.



POLITICA
L’Ex sindaco della Capitale, Oscar Berger, è stato eletto Presidente della Repubblica del Guatemala al secondo turno con il 54,13% dei voti scalzando così il centro-sinistra rappresentato dal candidato Alvaro Colom (45,87%). Il motto ripetuto all’infinito sui migliaia di manifesti e gigantografie che tappezzavano il paese, con il quale Berger si è affermato, recitava: “Con Berger ganamos todos”, riprendendo così, con un gioco di parole,  l’acronimo di Gran Alianza Nacional (GANA). L’alleanza conservatrice, pur rappresentando di fatto una ristretta classe imprenditoriale, si presentò alla popolazione con un presidente dal volto familiare che promise, in caso di vittoria, una vittoria di tutto quanto il popolo guatemalteco, definendosi perciò come il fututo presidente di tutti i guatemaltechi. Questo rappresentò naturalmente una netta rottura con il governo Portillo, che si faceva chiaramente portatore di interessi particolari legati alla destra e quindi all’esercito. Il Guatemala dopo la parziale disillussione degli accordi di pace chiedeva sostanzialmente un governo moderato capace di garantire stabilità interna ed una transizione verso la “normalizzazione” del Paese. A due anni dall’elezione di Berger l’economia continua a ristagnare, le violenze continuano nel silenzio generale (spaventoso il bilancio di trecento donne morte ammazzate solo nell’ultimo anno) e un’ulteriore segno della forza delle organizzazioni paramilitari viene dalla concessione di Berger agli ex membri di tali organizzazioni di sussidi in denaro. La partecipazione al voto delle ultime presidenziali è salita al 46.78%, tuttavia rimane ancora bassa e le statistiche ci indicano che un’alta percentuale dei non votanti è oggi rappresentata da quelle fasce sociali che normalmente si indirizzerebbero verso una preferenza di sinistra. Le organizzazioni sindacali, i partiti politici, i movimenti per la memoria storica e quelli per la tutela dei diritti degli indios dovrebbero condurre le proprie campagne politiche cercando di sensibilizzare proprio queste fasce sociali al fine di coinvolgerle attivamente nell’edificazione di un Guatemala nuovo; se a questo si aggiungerà la generale convinzione che a vincere non sono stati per l’ennesima volta i cittadini del guatemala (come il pretenzioso slogan elettorale lasciava intendere), forse vedremo crearsi le basi democratiche per un vero e tangibile cambiamento. Cambiamento che tuttavia non potrà prescindere in alcun modo da una politica sociale ed economica che terrà conto di quel 43% di popolazione indigena che rifiuta la marginalizzazione, chiede di coesistere in pace col resto della popolazione e soprattutto non si abbandona all’idea di lasciare quella che da millenni è di diritto la propria Madre Terra.
 

MASS MEDIA
Radio e televisori sono abbastanza diffusi  (79 ogni 1000 ab. le radio e 61 ogni 1000 ab le TV) nell’area metropolitana e nelle zone adiacenti ad essa. Nei villaggi situati sugli altopiani ed abitati dagli indios non vi è praticamente diffusione di mezzi di comunicazione di massa, conseguenza questa anche della mancanza di energia elettrica oltre al fatto che la maggior parte delle popolazioni indigene parla solo il proprio dialetto locale e non conosce abbastanza lo spagnolo. Le principali testate giornalistiche nazionali sono parzialmente consultabili on line:
Prensa Libre; Siglo Veintiuno; La Hora