L'Oea condanna la violazione del confine ecuadoriano, ma ne difende la causa. E proseguono le rivelazioni 'post-mortem' di Reyes
Mentre l'Organizzazione
degli Stati Americani si è definitivamente espressa sulla
querelle che ha portato a un passo dalla guerra Ecuador e Colombia,
condannando la violazione dei confini ecuadoriani, ma difendendone la
causa, ossia “la salvaguardia della sicurezza nazionale”, il già
complesso scenario interno colombiano continua ad aggrovigliarsi.
L'incursione militare che Bogotá ha scatenato in territorio
straniero, accecata dal succulento obiettivo di bombardare un
accampamento Farc al di là della frontiera per colpire il
numero due delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Raul
Reyes, non ha portato solo una grande vittoria militare e un pesante
rovescio della medaglia – ossia la crisi diplomatica. Com'è
noto, Palazzo Nariño, con questo blitz, è riuscito a
entrare in possesso del computer di Reyes, scrigno di segreti
rivoluzionari, di contatti inconfessabili, di strategie e piani di
azione, ossia del frutto di oltre 40 anni di conflitto, guerreggiato
e non. E di questi documenti, veri o presunti, si sta servendo per
gridare al lupo al lupo, fingendosi scioccato. Le Farc sembra
avessero rapporti diretto con Chavez e Correa, con Sarkozy e il
Libano, e Bogotá grida allo scandalo. Eppure, che il lavoro
delle Farc non si limitasse a sparare all'impazzata contro esercito e
paramilitari dovrebbe sembrare scontato. Non è così che
si raggiunge l'agognato obiettivo che li ha spinti a lasciare tutto e
tutti, imbracciare un kalashnikov e sparire nella selva.
Questione di punti di vista. Non dovrebbe
scioccare che un gruppo guerrigliero così strutturato sia
entrato in contatto con paesi stranieri. Da quelli limitrofi, come
Ecuador e Venezuela, a nazioni europee come la Francia, che da anni
lavora per riportare a casa Ingrid Betancourt e gli altri sequestrati
dalla guerriglia. “Dopotutto, che piaccia o meno al presidente
Alvaro Uribe, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia
rappresentano una bella fetta di colombiani che, nonostante tutto e
contro ogni propaganda governativa, non hanno nessun'altra
alternativa che credere nelle Farc – afferma il presidente
dell'associazione dei coltivatori del cacao del Caquetá -.
Sono gli abitanti delle immense aree rurali sparse ovunque, sotto e
sopra le Ande, le orde di contadini senza terra, senza dignità
e senza diritti, che dello Stato assaporano soltanto la prepotenza
dell'esercito e la violenza del suo fratellastro, il paramilitarismo.
È dunque normale che uno Stato estero perlomeno provi ad
ascoltare la posizione della guerriglia. A scioccare, piuttosto, è
lo stato disumano in cui sono costretti a vivere, che li rende
disperati al punto da riporre le speranze in un gruppo guerrigliero
che spesso ha dimostrato di aver smarrito la via e la ragione”.
Regole del gioco. “E chi è l'unico
colpevole, se non il governo?”, si chiedono i
campesinos di
San Josè, come quelli del Rio Cimitarra, i
coqueros del
sud come gli indigeni della Valle del Cauca. “Se Bogotá
volesse davvero sconfiggere le Farc – spiega Javier, coltivatore
del Sur de Bolivar – basterebbe che facesse una riforma agraria e
investisse valanghe di soldi nelle zone rurali, curando tutti i
colombiani con la stessa premura che usa per chi vive nelle grandi
città”, continuano a ripetere “Invece, per giustificare
la macchina da guerra messa in piedi con l'aiuto di Washington –
spiegava un prete keniano di Cartagena del Chairá – si
sminuisce il coinvolgimento della gente nella causa rivoluzionaria,
si liquida la questione guerriglia svilendola nel calderone del
terrorismo post 11 settembre, e si militarizza il paese”. Un gioco
che ha come unica condizione investire oltre la metà del
prodotto interno lordo nella macchina da guerra. E per il sociale, le
briciole.
Causa, effetto. Tanti soldi in tecnologia
bellica, intelligence, armi sofisticate. Tanto impegno per formare
spie degne di 007, che si infiltrino nella struttura guerrigliera per
colpirla dall'interno. Fra le tante rivelazioni, vere o presunte,
emerse dalla memoria del pc di Reyes, la storia di un'infiltrata che
si serviva di microchip installati nel seno e fra i denti per
comunicare all'esercito spostamenti e segreti Farc. Che poi sia
stata scoperta e uccisa all'istante sembra quasi non contare,
l'importante, per i mass media colombiani, è dimostrare che la
guerriglia è sempre più debole, sempre meno salda,
sempre più vicina alla fine, grazie alle strategie vincenti di
Palazzo Nariño e dei fedeli Usa.
Niente cambia. La Colombia sta vivendo un
dramma, nonostante la Oea abbia archiviato l'incidente diplomatico
che altro non era se non un capitolo di un'epopea ultraquarantennale.
E adesso, la cortina di silenzio, che almeno per una settimana è
stata squarciata dalle voci grosse di Quito e Caracas, tornerà
a isolare il paese, che resterà a dibattersi fra morte e fame,
tra i suoi quattro milioni di sfollati interni, le decine di fosse comuni,
i
desaparecidos e i sequestrati. Niente cambia, pirma e dopo
Reyes.