19/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L’esercito afgano circonda la prigione di Pol-i-Charki, pronto a intervenire
I prigionieri del principale carcere afgano, quello di Pol-i-Charki alla periferia di Kabul, sono in rivolta da domenica, dopo che il governo ha rifiutato di trattare con decine di detenuti che erano in sciopero della fame da due settimane.
 
L'ingresso di Pol-i-CharkiNegoziati in corso per scongiurare un bagno di sangue. Ieri i detenuti hanno preso il controllo di un'ala della prigione e pare abbiano anche preso in ostaggio due soldati afgani che ora minacciano di uccidere. L’esercito afgano circonda il grande edificio di epoca sovietica: il ministero della Difesa si è detto pronto a ordinare un blitz per porre fine alla rivolta.
Secondo quanto riferiscono fonti dell’ong italiana Emergency – che da anni gestisce nella prigione un ambulatorio per i detenuti – ieri la polizia afgana ha tentato un intervanto: si sono uditi degli spari e cinque detenuti e otto agenti sono rimasti feriti.
Ora sono in corso negoziati per porre fine alla rivolta: se dovessero fallire si teme un bagno di sangue.
 
L'interno della prigioneL’ennesimo tentativo di fuga alle origini della rivolta. Alle origini della ribellione pare ci un tentativo di fuga avvenuto durante la giornata delle visite e conclusosi con l’arresto di decine di parenti e amici dei detenuti. A Pol-i-Charki sono rinchiusi circa tremila detenuti: sia prigionieri comuni che ‘politici’, tra cui molti militanti e comandanti talebani.  
La stessa prigione è stata già in passato teatro di sanguinose rivolte e clamorose evasioni. Nel dicembre 2004 quattro poliziotti e quattro detenuti (tre pachistani e un iracheno) sono rimasti uccisi durante una ribellione. Nel gennaio 2006 sette detenuti sono evasi mischiandosi ai parenti che lasciavano la prigione al termine dell’orario delle visite. Un mese dopo, in seguito a questi fatti, la prigione ha imposto ai detenuti di indossare tute arancioni: questo ha suscitato una nuova rivolta terminata con sei morti e una ventina di feriti.
 

Enrico Piovesana

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