02/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Duemila persone hanno manifestato nei territori liberati del Sahara Occidentale per sostenere il popolo saharawi
scritta per noi da
Giulia Norcini
 
La questione saharawi rimane una vicenda irrisolta nel panorama della decolonizzazione e dell’autodeterminazione dei popoli e una macchia nella coscienza dei Governi responsabili di questa situazione.
 
foto di giulia norciniStoricamente le “colpe” sono da ricondurre principalmente a quello spagnolo che al momento di abbandonare la sua colonia, invece di avviare un processo verso l’indipendenza, la “svendette”, con gli Accordi di Madrid, a Marocco e Mauritania. Attualmente, la questione è approdata da più di 20 anni in seno alle Nazioni Unite ma nulla di concreto è ancora stato fatto per il reale svolgimento del referendum di autodeterminazione per il popolo che abitava il territorio dell’ex Sahara Spagnolo.
Il popolo saharawi si trova attualmente diviso in due tra coloro che, nel 1975 al momento dell’inizio dell’invasione militare e civile marocchina, riuscirono a scappare verso l’inospitale deserto algerino nella zona di Tindouf e coloro che rimasero sotto l’occupazione in Patria. Dal 1980 Rabat iniziò a costruire un muro per “proteggere” il territorio occupato impedendo, così, materialmente ogni contatto tra la due parti della popolazione e rendendo l’occupazione ancora più dura. Questo muro in pieno deserto attualmente misura circa 2.700 chilometricontrollato a vista da più di 160mila soldati marocchini dislocati nei 240 presidi di artiglieria pesante, da 20mila chilometri di filo spinato e, soprattutto, da ordigni inesplosi e da oltre 6milioni di mine antiuomo e anticarro (non ultime quelle di fabbricazione italiana, stimate circa in un terzo dell’ammontare complessivo).
 
foto di giulia norcini A livello internazionale nessuno tentò di prendere provvedimenti contro la costruzione di questo “muro della vergogna” che, una volta in più, rimarcava la mancata autodeterminazione per il popolo saharawi. Riguardo a questo le Nazioni Unite, nel quadro della Missione per il Referendum in Sahara Occidentale (Minurso), dal 1999 tentano di lavorare in questo senso cercando di affrontare il problema delle mine monitorandone la presenza potendo, così, ridurre il rischio per le varie attività sul territorio e, per il futuro, cercando una cooperazione effettiva con il Un Mine Action Service (Unmas) per la conduzione di una campagna di sminamento. Purtroppo, però, fino ad oggi l’opposizione di Rabat a fare qualsiasi passo verso una soluzione della questione saharawi ha impedito tutto questo e il Muro rimane una realtà che materialmente e psicologicamente allontana ogni prospettiva positiva per vedere la conclusione di questo processo di decolonizzazione ancora rimasto incompiuto.

Laddove, però, i governi e la diplomazia ufficiale incontrano tutti i loro limiti cozzando con interessi altri rispetto all’affermazione del diritto internazionale, altre strade vengono a delinearsi dal basso. Mentre la maggior parte degli Stati europei e non girano la testa dall’altra parte invece di affrontare il problema saharawi, la società civile ha da sempre manifestato una grande solidarietà e sostegno verso questo popolo che da oltre 30 anni continua a combattere la sua pacifica battaglia per veder riconosciuti i propri diritti e per poter vivere liberamente nella propria terra.

In questo senso, studenti dell’Università di Madrid hanno lanciato un appello per una manifestazione nei cosiddetti “territori liberati” del Sahara Occidentale davanti al Muro per chiedere lo smantellamento di questo simbolo della colonizzazione e ribadire la necessità dell’autodeterminazione dei saharawi. Raccolto dalle autorità saharawi e da molte organizzazioni europee, questo appello ha dato vita, lo scorso 22 marzo, alla più grande manifestazione mai vista in quell’area: oltre 2.500 persone, in primis saharawi che abitano nei campi di rifugiati nella zona di Tindouf e spagnoli, ma anche italiani, francesi, svizzeri e belgi, si sono uniti in una catena umana davanti al Muro. Volti, bandiere, colori, canti tra il vento e la polvere del deserto contro la brutalità della violenza, della repressione e dei soprusi che il Governo marocchino, giorno dopo giorno, da oltre 30 anni perpetua ai danni del popolo saharawi. A pochi giorni dall’ultimo nulla-di-fatto del quarto round di trattative bilaterali tra il Marocco e il Polisario, questa grande e pacifica manifestazione si delinea come un’ulteriore segno della grande voglia del popolo saharawi di perseverare nella speranza di poter tornare a vivere nella propria terra e, per quanto ancora lunga e tortuosa possa essere questa strada, da parte della società civile internazionale di rimanere al fianco di questo popolo nel segno dell’affermazione della legalità internazionale.