Storicamente le “colpe” sono da ricondurre principalmente a
quello spagnolo che al momento di abbandonare la sua colonia, invece
di avviare un processo verso l’indipendenza, la “svendette”,
con gli Accordi di Madrid, a Marocco e Mauritania. Attualmente, la
questione è approdata da più di 20 anni in seno alle
Nazioni Unite ma nulla di concreto è ancora stato fatto per il
reale svolgimento del referendum di autodeterminazione per il popolo
che abitava il territorio dell’ex Sahara Spagnolo.

A
livello internazionale nessuno tentò di prendere provvedimenti
contro la costruzione di questo “muro della vergogna” che, una
volta in più, rimarcava la mancata autodeterminazione per il
popolo saharawi. Riguardo a questo le Nazioni Unite, nel quadro della
Missione per il Referendum in Sahara Occidentale (Minurso), dal 1999
tentano di lavorare in questo senso cercando di affrontare il
problema delle mine monitorandone la presenza potendo, così,
ridurre il rischio per le varie attività sul territorio e, per
il futuro, cercando una cooperazione effettiva con il
Un Mine Action
Service (Unmas) per la conduzione di una campagna di sminamento.
Purtroppo, però, fino ad oggi l’opposizione di Rabat a fare
qualsiasi passo verso una soluzione della questione saharawi ha
impedito tutto questo e il Muro rimane una realtà che
materialmente e psicologicamente allontana ogni prospettiva positiva
per vedere la conclusione di questo processo di decolonizzazione
ancora rimasto incompiuto.
Laddove,
però, i governi e la diplomazia ufficiale incontrano tutti i
loro limiti cozzando con interessi altri rispetto all’affermazione
del diritto internazionale, altre strade vengono a delinearsi dal
basso. Mentre la maggior parte degli Stati europei e non girano la
testa dall’altra parte invece di affrontare il problema saharawi,
la società civile ha da sempre manifestato una grande
solidarietà e sostegno verso questo popolo che da oltre 30
anni continua a combattere la sua pacifica battaglia per veder
riconosciuti i propri diritti e per poter vivere liberamente nella
propria terra.

In
questo senso, studenti dell’Università di Madrid hanno
lanciato un appello per una manifestazione nei cosiddetti “territori
liberati” del Sahara Occidentale davanti al Muro per chiedere lo
smantellamento di questo simbolo della colonizzazione e ribadire la
necessità dell’autodeterminazione dei saharawi.
Raccolto
dalle autorità saharawi e da molte organizzazioni europee,
questo appello ha dato vita, lo scorso 22 marzo, alla più
grande manifestazione mai vista in quell’area: oltre 2.500 persone,
in primis saharawi che abitano nei campi di rifugiati nella zona di
Tindouf e spagnoli, ma anche italiani, francesi, svizzeri e belgi, si
sono uniti in una catena umana davanti al Muro. Volti, bandiere,
colori, canti tra il vento e la polvere del deserto contro la
brutalità della violenza, della repressione e dei soprusi che
il Governo marocchino, giorno dopo giorno, da oltre 30 anni perpetua
ai danni del popolo saharawi.
A
pochi giorni dall’ultimo nulla-di-fatto del quarto round di
trattative bilaterali tra il Marocco e il Polisario, questa grande e
pacifica manifestazione si delinea come un’ulteriore segno della
grande voglia del popolo saharawi di perseverare nella speranza di
poter tornare a vivere nella propria terra e, per quanto ancora lunga
e tortuosa possa essere questa strada, da parte della società
civile internazionale di rimanere al fianco di questo popolo nel
segno dell’affermazione della legalità internazionale.