Tra i settecentocinquanta e gli ottocento prigionieri di guerra talebani stanno
per essere rilasciati dal carcere di Pol-i-Charki di Kabul. Il ministro della
Giustizia del governo provvisorio dell’Afghanistan, Abdul Rahim Karimi, ha preso
questa clamorosa decisione motivandola con ragioni umanitarie e legali.
“Questi prigionieri – spiega Maurizio, collaboratore della ong italiana Emergency
che presta assistenza sanitaria nel carcere – sono trattenuti in maniera del tutto
illegale, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale.
Inoltre nella prigione vivono in condizioni igienico-sanitarie disastrose”.
“Le poche latrine che ci sono – racconta Maurizio dalla prigione – sono vergognose,
e scaricano senza tubature nel cortile del carcere. La Croce Rossa Internazionale
aveva l’incarico di sistemarle, ma non ha fatto nulla. Ci sono poi un novantina
di malati di tubercolosi che andrebbero isolati per evitare il contagio e invece
stanno assieme e a tutti gli altri”.
“E avrebbero bisogno di cure particolari – dice il medico italiano – che invece
facciamo molta fatica a fornire lo ro. Solo negli ultimi giorni siamo riusciti a convincere il nuovo responsabile
sanitario della prigione, il dottr Hazim, a concedere ai detenuti tubercolotici
un’ora d’aria al giorno per stare al sole: una cura formidabile per loro”.
“Forse – osserva Maurizio – sulla decisione di liberarli tutti ha influito anche
il parere di questo nuovo supervisore medico che, a differenza da quello precedente,
un incompetente che nemmeno si faceva vedere alle riunioni, è molto presente e
si rende conto delle condizioni in cui si trovano i detenuti”.
I prigionieri sono per metà afgani e per metà pachistani. Questi ultimi dovrebbero
venire rimpatriati e i primi torneranno alle loro case. “Considerando che tra
poco ci sono le elezioni – osserva Kate Rowlands, dirigente dell’ “Afghanistan
Programme” di Emergency – e che l’attuale presidente provvisorio, Hamid Karzai,
sta cercando in tutti i modi di guadagnarsi il favore dei pashtun filo-talebani
in vista del voto, è più che probabile che il governo e suoi sponsor statunitensi
abbiano fatto un ragionamento di convenienza poltica”.
I prigionieri che aspettano la liberazione nelle celle del grande carcere di
Kabul erano stati trasferiti qui lo scorso maggio dal “carcere della vergogna” di Shebergan, nell’estremo nord dell’Afghanistan, dove durante la campagna militare Usa “Enduring
Freedom” del 2001 erano stati rinchiusi dopo essere stati catturati sui campi
di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz.
In quel carcere medievale gestito diretta ente dal signore della guerra uzbeco alleato degli americani, il famigerato generale
Rashid Dostum, arrivarono 3.500 dei circa quattoridicimila prigionieri catturati
in battaglia, gli unici sopravvissuti al massacro dei container, nei quali vennero
stipati per il trasporto come animali e dove in migliaia morirono soffocati o
falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei
cassoni.
Quelli che arrivarono a Shebergan, rimpiansero di non essere morti: torture,
pestaggi, denutrizione, sete e sovraffollamento disumano furono il trattamento
che venne loro riservato nei successivi due anni e mezzo di detenzione. Solo grazie
all’assistenza sanitaria di Emergency il numero dei detenuti morti non raggiunse
cifre tragiche, e solo grazie alle pressioni che l’ong italiana ha esercitato
sulle autorità afgane i superstiti vennero trasferiti nel più umano carcere di
Kabul.
“I prigionieri sono felicissimi e ansiosi di tornare in libertà”, dice Maurizio.
"Abbiamo distribuito loro vestiti e sandali per quando usciranno di qui, dato
che molti non hanno nulla"
Per la scarerazione si attende l'arrivo nella prigione di un rappresentante del
governo del Pakistan per discutere le modalità del rimpatrio dei prigionieri d’origine
pachistana e di un'anziano leader pashtun in rappresentanza dei villaggi dell'Afghanistan
meridionale cui faranno ritorno i detenuti afgani.
In serata si è saputo che questi due personaggi non sarebbero venuti in giornata,
e così tutto è rimandato a domani. "Inshallah", "se Dio vorrà", dicono i prigionieri.
Enrico Piovesana