Varata a Parigi l'Unione del Mediterraneo, quello dei migranti resta il tema caldo. Il parere del prof. Vassallo Paleologo
Il
13 luglio, a Parigi, è nata l'
Unione del Mediterraneo.
Quarantré paesi che si affacciano sul Mare Nostrum danno vita
al nucleo di quella che dovrebbe portare l'Unione europea a
congiungersi con i paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente.
Tutto
da dimostrare. Sotto gli auspici del presidente francese Sarkozy
si è parlato di pace in Palestina, di ambiente, energia e
migranti. Ma quanto vale, in realtà, questa Unione?
PeaceReporter l'ha chiesto al professor Fulvio Vassallo
Paleologo, docente di Diritto privato e di Diritti umani presso
l'Università di Palermo e membro dell'Associazione studi
giuridici sull'immigrazione (Asgi). Allora professore, momento
storico o vernissage?
''Vernissage
è il termine esatto. Già in campagna elettorale, prima
di diventare presidente, Sarkozy aveva annunciato questo cambio della
politica europea nel Mediterraneo, funzionale alle politiche
economiche e di controllo dei flussi migratori dell'Ue. C'è la
grande ambizione di utilizzare questo strumento per favorire il
dialogo tra Israele e i paesi arabi, mettendoli allo stesso tavolo
per risolvere la più grande delle questioni politiche che
attraversano il Mediterraneo: la questione israelo – palestinese'',
spiega il docente. ''E' troppo presto per valutare quanto l'Unione
possa davvero contribuire a una soluzione del conflitto. La prima
occasione, però, dopo il vertice, non si può dire che
sia andata bene. Ieri mattina l'ex premier britannico Tony Blair,
nella sua veste d'inviato del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) per
il Medio Oriente, doveva recarsi a Gaza, ma la visita è stata
annullata per motivi di sicurezza. Il clima sul campo non mi pare che
sia cambiato''.
Il nodo dei migranti. Ambiente,
sviluppo, energia. Tanti i temi sul tavolo dell'Unione, ma per il
momento sembra sempre quello dell'immigrazione clandestina il nodo
gordiano dei rapporti tra le sponde del Mediterraneo. ''L'aspetto più
preoccupante è quello della gestione dei flussi migratori,
legata a una certa politica economica nei confronti dei paesi del
Nord Africa. I singoli paesi dell'Ue hanno già instaurato dei
forti rapporti di cooperazione allo sviluppo (basta pensare alla
Spagna con il Marocco o con il Senegal), anche per contrastare
l'immigrazione clandestina, incassando un'alta percentuale di
rimpatri'', spiega Vassallo Paleologo. ''Emerge una concorrenza tra
le politiche nazionali e l'aspirazione dell'Europa a praticare una
politica congiunta nei confronti dei paesi del Nord Africa. Le
risorse destinate a questa ambizione dell'Ue sono però molto
esigue e questo segna un baratro tra i propositi enunciati e le
realizzazioni concrete''. Una distanza nella quale, alcuni, sembrano
muoversi a proprio agio. ''Lo ha capito molto bene il Colonnello
Gheddafi, ostinato avversario di questo progetto dell'Unione
Mediterranea. Probabilmente l'intensificarsi degli sbarchi di
clandestini in questi giorni è legato a questa avversione'',
commenta il docente universitario. ''Sono persone fatte partire dalla
Libia e quindi c'è stato un allentamento dei controlli della
polizia libica sul territorio, che adesso è blindato. La Libia
è contraria all'Unione e, in questo momento, sta facendo
valere i suoi argomenti, in particolare il ricatto sulla gestione dei
flussi migratori verso l'Italia''.
Gheddafi alla finestra.
Contraddizioni e divergenze, fino a ritenere impossibile una vera
strategia comune tra le sponde del Mediterraneo? ''I singoli stati
destinano al contrasto dell'immigrazione clandestina da due a tre
volte la somma che spendono per le politiche di accoglienza e
d'integrazione. Mancano canali d'ingresso nella legalità in
quasi tutti i paesi europei, o dove ci sono, sono esigui, soprattutto
rispetto alle richieste del mercato del lavoro. C'è un volano
economico che produce di continuo immigrazione clandestina, proprio
per questo scarto tra richieste del mondo del lavoro e possibilità
di accesso legale allo stesso – spiega Vassallo Paleologo - A
questo aspetto economico si aggiunge il risvolto catastrofico della
situazione dei richiedenti asilo, C'è una latitanza
dell'Europa sulle politiche dell'asilo: i richiedenti sono abusati
dai paesi in transito e poi, comunque, costretti a battere le vie
dell'immigrazione clandestina. Se noi confrontiamo il denaro che
spendono i singoli paesi per contrastare l'immigrazione clandestina,
solo l'Italia spende diverse centinaia di milioni di euro all'anno,
con quello che spende l'Europa per la cooperazione allo sviluppo,
vedremo una differenza enorme di costi a favore delle misure
repressive dei singoli stati''.
La fine del Processo di Barcellona.
Una politica che vede, almeno nelle somme stanziate, una netta
predominanza dell'aspetto repressivo rispetto all'aspetto della
cooperazione allo sviluppo. Basterebbe questo per ritenere il
Processo di Barcellona del 1995 superato, fatto che la nascita
dell'Unione sembra sancire. Che bilancio si può trarre di
questi tredici anni? ''Negli ultimi quattro anni, con alti e bassi,
il numero d'immigrati che arrivavano clandestinamente da sud su
Lampedusa in Sicilia era stabile. Nell'ultimo anno gli sbarchi sono
triplicati'', spiega il professore. ''Inoltre nuove rotte si aprono,
come quelle della frontiera orientale dell'Unione, anche se ancora se
ne parla poco. Insomma, a ogni incremento del contrasto seguono
l'aumento delle vittime e la diversificazione delle rotte, ma mai il
calo del fenomeno. Fin quando la repressione è la politica
privilegiata, il bilancio del processo di Barcellona non potrà
che essere catastrofico. La domanda di lavoro non cala, quindi il
fenomeno avrà costi sempre più elevati, e non solo a
livello economico o di vite umane. Quello che serve è
l'integrazione e l'apertura di canali d'ingresso legali, ma per
qualcuno questo è buonismo''.