Khetai è un villaggio pashtun sulle montagne della provincia orientale di Nangarhar,
vicino al confine pachistano.
Preambolo. Dopo essere rimasto vedovo, Lal Zareen non aveva più una donna che governasse
la casa e cucinasse per lui e i suoi figli. L’unica figlia femmina, infatti, era
destinata ad andare a vivere a casa del marito non appena si fosse sposata. Quindi
gli non rimaneva che combinare subito un matrimonio di scambio per portare in
casa una donna che ci sarebbe rimasta. Così Lal ha dato sua figlia in cambio di
una moglie per suo figlio maggiore Attiqullah, di 15 anni.
Il nome della promessa sposa era Ruhmina. Lei e il figlio di Lal non si erano
mai visti né conosciuti perché vivevano in due valli diverse.
La wara. Domenica mattina, Ruhmina, vestita con gli abiti tradizionali delle nozze, parte
dal suo villaggio per la
wara, la processione di donne e bambini di entrambe le famiglie che accompagna la
sposa nella sua nuova casa, quella del suo futuro marito, intonando canti augurali.
Dopo due ore di cammino, il corteo valica un passo tra i boschi, quando il canto
delle donne viene interrotto da un’esplosione. Urla, panico. Le donne fuggono
in una nuvola di polvere. Un’altra esplosione e un’altra ancora. Quando gli aerei
da guerra della Nato se ne vanno, a terra rimangono quarantasette corpi dilaniati
di donne e bambini. Tra questi anche quello di Ruhmina.
Il massacro.“Ero a casa che aspettavo con mio figlio quando ho sentito le bombe”, racconta
Lal. “Sono corso sulla montagna e mi sono trovato davanti una scena tremenda:
pezzi di corpi e brandelli di carne erano sparsi nei prati e tra gli alberi. Mio
figlio è ancora sotto shock”.
Attiqullah se ne sta chiuso in casa, accanto al padre, ripetendo: “Oggi è il
suo matrimonio, la mia sposa sta per arrivare e poi sarò pronto a ricevere le
vostre congratulazioni”.
“Portate questi a Karzai”, urla un vecchio indicando una pila di vestiti da festa
inzuppati di sangue. “Ditegli sono il regalo delle donne che lo avevano votato,
per ricambiare il dono che lui ci ha fatto mandandoci le bombe dei suoi amici
stranieri”.
La rabbia. “Se gli stranieri che hanno commesso questo massacro non verranno puniti – minaccia
Malek Jabar, un capo tribù del posto – non ci rimarrà altro che passare con la
resistenza per vendicare le nostre donne e i nostri figli”.
“Finora abbiamo tenuto sotto controllo il tratto di confine di nostra competenza
– gli fa eco un altro capo locale, Malek Zarbaz – ma se non otterremo giustizia
per questo crimine le cose cambieranno”.
“O ci consegnano i responsabili così li possiamo impiccare oppure Karzai si deve
dimette”, urla un altro anziano Rai Khan. “Se non succede né questo né quello,
ci faremo giustizia da soli”.
Epilogo. I comandi Nato hanno negato la strage, dichiarando che le vittime erano tutti
combattenti e che le accuse di vittime civili sono la solita propaganda talebana.
Karzai non ha rilasciato dichiarazioni, ma il governo di Kabul ha subito inviato
una delegazione a Khetai. “Quando siamo arrivati sul luogo del bombardamento abbiamo
potuto verificare che qui non c’erano combattenti: le vittime erano tutti civili”,
ha dichiarato Borhanullah Shinwari, un membro della delegazione. “I responsabili
devono essere perseguiti perché la pazienza di questa gente è finita: non possono
più tollerare tutto questo”.
Ezatullah Zawab
Hafizullah Gardesh*