I servizi accusano il Pkk (che nega) per l'attentato a Istanbul. Ma i fattori in gioco sono tanti
Mentre ad Ankara i giudici della Corte costituzionale hanno in mano il futuro
politico della Turchia, questa mattina Istanbul è ancora impegnata nel doloroso
conteggio delle vittime del doppio attentato di ieri sera, nel quartiere residenziale
di Gungoren. Il bilancio è salito a 18 morti e 154 feriti, di cui almeno sette
però in gravissime condizioni. Con il Paese diviso tra il dolore per la tragedia
e l'attesa della sentenza che potrebbe portare alla chiusura del partito di governo
Akp, dai servizi segreti turchi è già partita la prima indicazione sulla responsabilità
dell'attentato: i ribelli curdi del Pkk, che avevano promesso di “portare l'inferno”
nelle città turche per vendicarsi dei raid contro le loro basi nel nord dell'Iraq.
Ma il Pkk, per bocca del suo leader politico Zubeyir Aydar, ha negato questa mattina qualsiasi
coinvolgimento. “Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la
libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fare alcuna connessione
con il Pkk”, ha detto Aydar.
Le accuse ai curdi. Il dito contro i curdi è stato puntato già ieri sera, anche in assenza di qualsiasi
rivendicazione. Non disponendo degli elementi in mano alle forze di sicurezza,
va comunque notato che l'accusa contro i “terroristi”, senza neanche specificare
curdi, parte di solito in automatico per qualsiasi atto violento in territorio
turco. Al Pkk, nonostante ufficialmente sostenga di voler colpire solo obiettivi
militari, sono stati attribuiti in passato diversi attentati in località turistiche
come Kusadasi e Antalya – rivendicato da un fino ad allora sconosciuto gruppo
di “oltranzisti” chiamato “Falchi per la libertà del Kurdistan”. I guerriglieri
del Pkk – come ripetuto costantemente a
PeaceReporter durante la sua visita a uno dei loro più grandi
accampamenti sulle montagne irachene – negano qualsiasi responsabilità per questi attacchi,
accusando invece i servizi segreti turchi di orchestrare una campagna di violenza
come pretesto per mantenere alta “l'emergenza terrorismo”. Ma in seno al gruppo
separatista – sebbene dal carcere Abdullah Ocalan ripete da anni che l'obiettivo
ora è solo una maggiore autonomia e la conquista di più diritti civili – sono
attive da tempo divisioni sulle strategie di guerriglia, in assenza di un capo
carismatico come Ocalan, tanto che sull'esatta leadership del Pkk si possono fare
solo supposizioni.
L'ipotesi islamica. L'altra possibile pista potrebbe essere quella islamica. Istanbul è già stata
vittima di attentati suicidi rivendicati da minuscoli gruppi affiliati ad al Qaeda.
Il 5 novembre 2003, due autobomba guidate da altrettanti kamikaze esplosero nei
pressi delle sinagoghe di Neve Shalom e di Bet Yiakov, causando 25 morti e oltre
300 feriti. Due settimane dopo, due kamikaze fecero saltare in aria due autobomba
davanti alla sede della banca inglese Hsbc, causando 16 morti, e nel cortile del
consolato britannico, con 13 morti e in totale 450 feriti. Ultimo episodio di
violenza attribuito agli islamici, anche se non rivendicato, è stato l'attacco
da parte di un gruppo armato al consolato statunitense a Istanbul, tre settimane
fa. Le modalità dell'attentato di ieri – un primo ordigno minore per attirare
la folla, un secondo devastante per fare più vittime possibili – ricorda una modalità
tristemente affermatasi negli ultimi anni in Iraq. E mai utilizzata prima d'ora
in Turchia.
Il caso Ergenekon. Per i teorici dello “Stato profondo” - la commistione tra l'establishment devoto
ai valori laici di Ataturk e servizi segreti deviati – va ricordato che sul piatto
dei tanti casi aperti c'è anche la questione dell'organizzazione Ergenekon. Negli
ultimi mesi, in corrispondenza con le accuse di voler instaurare uno stato islamico
rivolte al partito del primo ministro Recep Erdogan, la polizia turca ha affondato
ancora di più il colpo contro questa oscura rete composta da ex generali, esponenti
nazionalisti, giornalisti, che secondo l'accusa aveva pianificato una serie di
atti violenti e omicidi eccellenti contro i “nemici della Turchia”, ma che stava
anche organizzando un colpo di stato in caso di "deriva islamica". L'inchiesta
su Ergenekon, in particolare con una seconda ondata di arresti avvenuta nelle
ultime settimane, si è sovrapposta con l'apertura del caso giudiziario contro
l'Akp, tanto che alcuni analisti temono un confronto dietro le quinte tra la vecchia
guardia dell'establishment laico-militarista e gli islamici al governo, anche
attraverso atti violenti che rappresentino un “segnale” all'altra parte.
La sorte dell'Akp. Mentre si cerca di risalire ai responsabili della strage di Gungoren, la Turchia
attende con il fiato sospeso il pronunciamento della Corte costituzionale sulla
sorte dell'Akp, accusato di voler islamizzare la Turchia andando contro i principi
laici della repubblica fondata da Ataturk; ad esempio, rimuovendo il divieto di
indossare il velo islamico nelle università. Basterebbe una maggioranza di sette
giudici su 11 per decretare lo scioglimento del partito e l'esclusione dalla politica
per alcuni anni di decine di suoi dirigenti, tra cui lo stesso Erdogan e il presidente
della repubblica Abdullah Gul. In tal caso, dato che l'Akp detiene circa il 60
percento dei seggi in Parlamento, sarebbe inevitabile andare ad elezioni anticipate,
dove probabilmente i membri dell'Akp potrebbero presentarsi come indipendenti
e poi confluire in un nuovo gruppo. Oppure, un nuovo partito potrebbe rinascere
con un volto più moderato dalle ceneri dell'Akp, che nacque proprio dopo la chiusura
dell'islamico Partito del benessere a fine anni Novanta (negli ultimi cinquanta
anni, la Corte costituzionale ha bandito oltre 20 partiti, ma nessuno aveva mai
il sostegno dell'attuale movimento al governo). Negli ultimi giorni si è fatta
strada anche un'ipotesi alternativa: quella di una dura presa di posizione della
Corte contro l'Akp, ma che porti più a sanzioni economiche che a una dissoluzione
del partito. La sentenza è attesa entro questa settimana: i giudici sono già riuniti,
ma difficilmente si arriverà a un verdetto entro oggi.
Tra passato e futuro. Quel che è certo, nella ridda di supposizioni e ipotesi, è che nel giro di un
anno la Turchia ha completato una trasformazione in negativo. Nelle elezioni del
22 luglio, l'Akp aveva ottenuto il 47 percento dei voti e si parlava di un Paese
ormai stabile, pronto a introdurre nuove riforme sulla via dell'Unione Europea,
con investimenti stranieri in crescita. Oggi, la repubblica di Ataturk rischia
di tornare alla paralisi politica. Si scopre ancora esposta al potere occulto
dell'establishment laico, e troppo dipendente dagli investimenti stranieri: l'enorme
debito pubblico è una preoccupazione, anche perché la Borsa di Istanbul è calata
di quasi il 40 percento rispetto ai picchi di dodici mesi fa. Soprattutto, dato
che nell'ultimo anno le violenze tra forze armate e guerriglia del Pkk hanno causato
centinaia di morti, si ritrova con una guerra in casa. E chiunque abbia piazzato
la doppia bomba di Istanbul, ha colpito un Paese in lotta con se stesso per il
suo futuro.