28/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I servizi accusano il Pkk (che nega) per l'attentato a Istanbul. Ma i fattori in gioco sono tanti
Mentre ad Ankara i giudici della Corte costituzionale hanno in mano il futuro politico della Turchia, questa mattina Istanbul è ancora impegnata nel doloroso conteggio delle vittime del doppio attentato di ieri sera, nel quartiere residenziale di Gungoren. Il bilancio è salito a 18 morti e 154 feriti, di cui almeno sette però in gravissime condizioni. Con il Paese diviso tra il dolore per la tragedia e l'attesa della sentenza che potrebbe portare alla chiusura del partito di governo Akp, dai servizi segreti turchi è già partita la prima indicazione sulla responsabilità dell'attentato: i ribelli curdi del Pkk, che avevano promesso di “portare l'inferno” nelle città turche per vendicarsi dei raid contro le loro basi nel nord dell'Iraq. Ma il Pkk, per bocca del suo leader politico Zubeyir Aydar, ha negato questa mattina qualsiasi coinvolgimento. “Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fare alcuna connessione con il Pkk”, ha detto Aydar.

Le accuse ai curdi. Il dito contro i curdi è stato puntato già ieri sera, anche in assenza di qualsiasi rivendicazione. Non disponendo degli elementi in mano alle forze di sicurezza, va comunque notato che l'accusa contro i “terroristi”, senza neanche specificare curdi, parte di solito in automatico per qualsiasi atto violento in territorio turco. Al Pkk, nonostante ufficialmente sostenga di voler colpire solo obiettivi militari, sono stati attribuiti in passato diversi attentati in località turistiche come Kusadasi e Antalya – rivendicato da un fino ad allora sconosciuto gruppo di “oltranzisti” chiamato “Falchi per la libertà del Kurdistan”. I guerriglieri del Pkk – come ripetuto costantemente a PeaceReporter durante la sua visita a uno dei loro più grandi accampamenti sulle montagne irachene – negano qualsiasi responsabilità per questi attacchi, accusando invece i servizi segreti turchi di orchestrare una campagna di violenza come pretesto per mantenere alta “l'emergenza terrorismo”. Ma in seno al gruppo separatista – sebbene dal carcere Abdullah Ocalan ripete da anni che l'obiettivo ora è solo una maggiore autonomia e la conquista di più diritti civili – sono attive da tempo divisioni sulle strategie di guerriglia, in assenza di un capo carismatico come Ocalan, tanto che sull'esatta leadership del Pkk si possono fare solo supposizioni.
 
L'ipotesi islamica. L'altra possibile pista potrebbe essere quella islamica. Istanbul è già stata vittima di attentati suicidi rivendicati da minuscoli gruppi affiliati ad al Qaeda. Il 5 novembre 2003, due autobomba guidate da altrettanti kamikaze esplosero nei pressi delle sinagoghe di Neve Shalom e di Bet Yiakov, causando 25 morti e oltre 300 feriti. Due settimane dopo, due kamikaze fecero saltare in aria due autobomba davanti alla sede della banca inglese Hsbc, causando 16 morti, e nel cortile del consolato britannico, con 13 morti e in totale 450 feriti. Ultimo episodio di violenza attribuito agli islamici, anche se non rivendicato, è stato l'attacco da parte di un gruppo armato al consolato statunitense a Istanbul, tre settimane fa. Le modalità dell'attentato di ieri – un primo ordigno minore per attirare la folla, un secondo devastante per fare più vittime possibili – ricorda una modalità tristemente affermatasi negli ultimi anni in Iraq. E mai utilizzata prima d'ora in Turchia.
  
Il caso Ergenekon. Per i teorici dello “Stato profondo” - la commistione tra l'establishment devoto ai valori laici di Ataturk e servizi segreti deviati – va ricordato che sul piatto dei tanti casi aperti c'è anche la questione dell'organizzazione Ergenekon. Negli ultimi mesi, in corrispondenza con le accuse di voler instaurare uno stato islamico rivolte al partito del primo ministro Recep Erdogan, la polizia turca ha affondato ancora di più il colpo contro questa oscura rete composta da ex generali, esponenti nazionalisti, giornalisti, che secondo l'accusa aveva pianificato una serie di atti violenti e omicidi eccellenti contro i “nemici della Turchia”, ma che stava anche organizzando un colpo di stato in caso di "deriva islamica". L'inchiesta su Ergenekon, in particolare con una seconda ondata di arresti avvenuta nelle ultime settimane, si è sovrapposta con l'apertura del caso giudiziario contro l'Akp, tanto che alcuni analisti temono un confronto dietro le quinte tra la vecchia guardia dell'establishment laico-militarista e gli islamici al governo, anche attraverso atti violenti che rappresentino un “segnale” all'altra parte.
 
Il premier ErdoganLa sorte dell'Akp. Mentre si cerca di risalire ai responsabili della strage di Gungoren, la Turchia attende con il fiato sospeso il pronunciamento della Corte costituzionale sulla sorte dell'Akp, accusato di voler islamizzare la Turchia andando contro i principi laici della repubblica fondata da Ataturk; ad esempio, rimuovendo il divieto di indossare il velo islamico nelle università. Basterebbe una maggioranza di sette giudici su 11 per decretare lo scioglimento del partito e l'esclusione dalla politica per alcuni anni di decine di suoi dirigenti, tra cui lo stesso Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul. In tal caso, dato che l'Akp detiene circa il 60 percento dei seggi in Parlamento, sarebbe inevitabile andare ad elezioni anticipate, dove probabilmente i membri dell'Akp potrebbero presentarsi come indipendenti e poi confluire in un nuovo gruppo. Oppure, un nuovo partito potrebbe rinascere con un volto più moderato dalle ceneri dell'Akp, che nacque proprio dopo la chiusura dell'islamico Partito del benessere a fine anni Novanta (negli ultimi cinquanta anni, la Corte costituzionale ha bandito oltre 20 partiti, ma nessuno aveva mai il sostegno dell'attuale movimento al governo). Negli ultimi giorni si è fatta strada anche un'ipotesi alternativa: quella di una dura presa di posizione della Corte contro l'Akp, ma che porti più a sanzioni economiche che a una dissoluzione del partito. La sentenza è attesa entro questa settimana: i giudici sono già riuniti, ma difficilmente si arriverà a un verdetto entro oggi.

Tra passato e futuro. Quel che è certo, nella ridda di supposizioni e ipotesi, è che nel giro di un anno la Turchia ha completato una trasformazione in negativo. Nelle elezioni del 22 luglio, l'Akp aveva ottenuto il 47 percento dei voti e si parlava di un Paese ormai stabile, pronto a introdurre nuove riforme sulla via dell'Unione Europea, con investimenti stranieri in crescita. Oggi, la repubblica di Ataturk rischia di tornare alla paralisi politica. Si scopre ancora esposta al potere occulto dell'establishment laico, e troppo dipendente dagli investimenti stranieri: l'enorme debito pubblico è una preoccupazione, anche perché la Borsa di Istanbul è calata di quasi il 40 percento rispetto ai picchi di dodici mesi fa. Soprattutto, dato che nell'ultimo anno le violenze tra forze armate e guerriglia del Pkk hanno causato centinaia di morti, si ritrova con una guerra in casa. E chiunque abbia piazzato la doppia bomba di Istanbul, ha colpito un Paese in lotta con se stesso per il suo futuro.

Alessandro Ursic

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