Desplazados, effetti collaterali degli orrori della guerra.
“Sono desplazados”, dice Luis Carlos. I desplazados sono vittime innocenti della guerra colombiana e dei suoi devastanti effetti
collaterali. Persone che si sono viste costrette dagli orrori del conflitto a
lasciare la loro terra, le loro case, le loro speranze, il loro futuro. Uomini
e donne vulnerabili che hanno abbandonato le loro attività economiche per le continue
minacce o addirittura per i soprusi e le percosse ricevute.
Sono scappati con i figli in braccio, fuggendo dal conflitto armato, dalla violenza
generalizzata, dai massacri, dalle continue minacce, portando con loro solo le
poche cose che erano necessarie alla sopravvivenza : qualche coperta, dell’acqua,
un tozzo di pane. Per di più hanno vissuto gran parte della loro vita in territori
controllati dalle forze armate rivoluzionarie colombiane, le Farc, o dai gruppi
paramilitari, dove la presenza dello stato risulta molto deficitarie, esclusivamente
militari. Sono prodotti della guerra colombiana i desplazados, conseguenze drammatiche
ma tremendamente uguali a tutti i figli delle guerre che sconvolgono il mondo.
Ottocento chilometri per sopravvivere. E’ la storia di Luis Carlos Vertel e della sua famiglia, “ siamo arrivati sei
anni fa a Cartagena da Apogadó nello stato di Chocó, abbbiamo fatto ottocento
chilometri per sopravvivere.” Da quelle parti il conflitto armato è particolarmente
aspro. Certo è molto difficile abituarsi alle nuove condizioni
di vita, “Qui la maggior parte dei desplazados che sono arrivati, sono donne. Per loro è difficile trovare un impiego. Per
gli uomini è un po’ più facile; alcuni riescono ad arrangiarsi facendo gli ambulanti.”
Arrivare in una città, seppur piccola come Cartagena, per chi è sempre stato
abituato a lavorare duro nei campi non è sempre agevole, “ Qui non c’è lavoro,
e noi che siamo contadini non sappiamo cosa fare, noi sappiamo lavorare nei campi.
In città si richiedono competenze di tipo professionale, e la tecnologia paradossalmente
non ci aiuta, perché se non sappiamo scrivere a macchina, come facciamo a usare
un computer?”
Difficoltà che quotidianamente i desplazados devono affrontare, ma che inevitabilmente
creano anche delle speranze, dei sogni “Sognamo di tornare una volta ristabilita
la pace, ritorneremo a casa perchè la vita in campagna non la cambiamo con nient'altro
nemmeno se ci regalassero un palazzo in questa città”.
I bambini non vanno a scuola. Luis Carlos racconta che “i figli degli sfollati
vengono sistematicamente “rifiutati dalle scuole, perché credono che siano tutti
figli di guerriglieri o paramilitari, e quindi non li accettano. Siamo arrivati
al punto di costruircela, una scuola, grazie all’aiuto del contributo del PMA,
perché anche i nostri bambini possano ricevere un'istruzione al pari di ogni essere
umano."
La vita. “La nostra speranza, un giorno, è quella di poter di
nuovo coltivare le nostre terre. Io avevo 14 ettari di cacao da
produzione, avevo il platano, la yucca, gli animali. Quando partimmo da
laggiù, stavamo già raccogliendo il cacao, ne ricavavamo circa 500
dollari, adesso che siamo in città, non guadagniamo neanche 1.30
dollari al giorno. In campagna vivevamo bene, abbiamo avuto un
cambiamento di vita brutale".
Per un pasto caldo. Per Yarleidy, giovane chocoana che vive a Quibdó, capitale del dipartimento
di Chocó, nel nord-est del paese, le cose non sono andate diversamente. Si è trasferita
da Vigía del Fuerte, “un comune che si trova vicino a Bojayá, il
villaggio in cui nel 2002 morirono più di 100 civili rimasti coinvolti in aspri
combattimenti tra paramilitari e guerriglia”.
Solitamente, per recuperare un pasto caldo, è costretta a rivolgersi ad un centro
gestito da un gruppo di missionarie laiche. “ La maggior parte di noi è sfollata,
sono due anni che siamo qui, veniamo da Vigía del Fuerte, qui stiamo abbastanza
bene, ci hanno trattato dignitosamente. Per noi la prima necessità maggiore è
il cibo. Anche lei spera che questo conflitto si risolva presto “Ho un solo figlio,
si chiama Keiler Andrés, ha 4 mesi. Pensiamo di ritornare, ma quando la situazione
si sia definitivamente risolta, quando non ci sarà più la violenza."