scritto per noi da
Matteo Fagotto
Non c'è fine al terremoto politico e militare in cui è precipitata la Somalia. Come se non bastasse l'avanzata delle milizie islamiche, che controllano ormai quasi tutto il Paese ad eccezione delle enclaves di Baidoa e, in parte, di Mogadiscio, oggi si è consumato forse l'ultimo atto del braccio di ferro all'interno del governo di transizione (Tfg). Il presidente, Abdullahi Yusuf, ha infatti sfiduciato il premier Nur Hassan Hussein, definendo l'esecutivo da lui guidato "corrotto, inefficiente e traditore". Il tutto mentre gli insorti organizzavano una conferenza stampa a Mogadiscio per annunciare di non essere disposti a trattare la pace. Se, come annunciato dal loro premier Meles Zenawi la settimana scorsa, le truppe etiopi dovessere lasciare la Somalia nei primi giorni del 2009, per il governo somalo potrebbe essere la fine definitiva. Incapaci da sempre di trovare un'unità di intenti al proprio interno, le autorità somale negli ultimi mesi hanno dato numerosi segnali di una spaccatura interna impossibile da sanare. Hussein ha già annunciato di non riconoscere la decisione di Yusuf, che per diventare ufficiale dovrà ricevere l'avallo del Parlamento, dove i seguaci di presidente e premier si preparano alla battaglia politica. La guerra, quella vera, la stanno invece vincendo gli insorti, la cui ala radicale ha oggi annunciato la non disponibilità a trattare con le autorità. Vedendo il Tfg in rotta, e senza una forza militare che le possa contrastare una volta partite le truppe etiopi, le milizie islamiche sentono la vittoria a un passo.
Anche perché, a livello internazionale, non sembra ci sia accordo nel rimpiazzare le forze etiopi (più di diecimila uomini) con un contingente dell'Onu. A presidiare le poche zone di Mogadiscio ancora in mano al Tfg rimarranno quindi i 2.600 soldati dell'Unione Africana, incapaci di far fronte da soli alla forza degli insorti, che dopo aver conquistato tutto il sud della Somalia stanno stringendo la morsa attorno alle due città ancora in mano al governo. In una situazione del genere, l'Etiopia potrebbe forse decidere di far rimanere i propri contingenti ancora per qualche mese, in modo da non lasciare il Tfg e l'inefficiente esercito somalo al loro destino. Ma, come ha più volte denunciato Zenawi, la guerra somala sta costando troppo all'Etiopia, lasciata da sola a svolgere il "lavoro sporco" tra il disenteresse della comunità internazionale.Alla luce degli ultimi avvenimenti, il quadro politico e militare somalo si è fatto se possibile ancora più confuso. La spaccatura tra presidente e premier, da sempre in disaccordo su come affrontare il problema degli insorti, fa da contraltare alle divisioni del campo islamista, con l'ala più moderata disposta a dare attuazione a un accordo di pace siglato pochi mesi fa con il governo e quella più radicale decisa a continuare la lotta armata. Chiamato nel novembre 2007 a sostituire l'allora premier Mohammed Gedi, Hussein non ha mai legato con il presidente Yusuf, nonostante il carattere molto più moderato rispetto al suo predecessore. Anche se il Parlamento dovesse ratificare la scelta del presidente, difficilmente il nuovo governo riuscirebbe a risolvere i problemi che attanagliano il Paese. Quello consumatosi oggi potrebbe essere l'ultimo atto di una telenovela politica a cui gli insorti potrebbero porre fine molto presto.
Matteo Fagotto