Nuove grandi madrasa circondate da muri di cinta e torrette, che più che scuole
coraniche sembrano fortezze militari, stanno spuntando come funghi. Sui muri delle
case campeggiano scritte che un anno fa non c’erano e che inneggiano al mullah
Omar, a Osama bin Laden e ad al-Qaeda. Sulle bancarelle dei bazar cittadini si
vendono audio-cassette con canzoni talebane (ma senza musica: per loro è vietata)
che inneggiano ai tempi andati, parlando dei “Principi di Kabul” che oggi “mendicano
per le strade di Karachi”, o dei “traditori che si sono tagliati la barba per
i dollari americani”. E poi ogni sorta di merce con l’effige di Osama, come il
pan masala (mix di semi digestivi) che porta il suo nome e lo ritrae tra lanciarazzi
e carri armati.
Siamo nel profondo sud del Pakistan, tra le città di Quetta e Chaman, a ridosso
del confine afgano. Nelle desolate pianure desertiche del Belucistan, dove i talebani
sono scesi spinti dalla guerra che il regime pachistano, su pressione di Washington,
ha svogliatamente sferrato contro le loro roccaforti più a nord, sulle montagne
delle cosiddette Aree Tribali (Waziristan e dintorni).
Una guerra che non ha avuto altri effetti, oltre quello di terrorizzare la popolazione
civile, che spingere i talebani verso queste zone, più sicure perché tradizionalmente
inviolabili per il governo di Islamabad, ora più che mai ricettacolo di tutti
i ‘turbanti neri’ vogliosi di rivincita, che qui hanno stabilito, e progressivamente
ampliato, i loro centri di reclutamento e di addestramento.
“Da queste parti la situazione va di male in peggio”, dice Malik Nabi, un politico
moderato locale. “Il numero dei talebani e dei loro sostenitori cresce di giorno
in giorno. Basta fare un giro per Chaman per rendersi conto di quanti turbanti
neri ci siano. Se poi si va allo stadio di sera, prima del tramonto, sembra di
stare nella Kabul dell’epoca talebana. Tutte queste persone non aspettano altro
che un segnale per and are in Afghanistan e saldare i loro conti”. E forse il segnale è arrivato.
Lo scorso venerdì mattina, sulle porte della grande Moschea Blu di Uruzgan, nell’omonima
provincia, sono apparse alcune ‘lettere notturne’ (tipico romantico sistema di
comunicazione talebano) che lasciavano pochi dubbi: “La guerra santa è stata dichiarata
contro gli infedeli, contro gli invasori cristiani guidati dagli Stati Uniti che
hanno cercato di conquistare l’Afghanistan, e contro tutti coloro che con essi
collaborano”. Firmato: “I talebani”.
Frutto forse dell’incontro che, secondo la Cia, sarebbe avvenuto qualche settimana
fa in Pakistan tra i comandanti della ‘vecchia guardia’ talebana fedele al mullah
Omar, quelli della nuova fazione talebana del Jaish-e-Muslameen (Esercito dei
Musulmani) fondata dall’ambiguo comandante Akbar Agha e infine quelli del movimento
integralista Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Hekmatyar che ha firmato un
volantino che nei giorni scorsi è stato distribuito nei campi profughi afgani
in Pakistan, e in cui scriveva: “Le elezioni del nove ottobre vanno boicottate
perché fanno parte della campagna per la rielezione di Bush. Votare significherebbe
fare un favore a lui, a Blair, a Putin e a tutti i nemici dell’Islam”.
Il bilancio degli ultimi tre giorni di dopo-guerra dimostrano che la campagna
anti-elettorale dei talebani, in vista delle presidenziali del nove ottobre, è
cominciata.
Due soldati Usa uccisi in uno scontro a fuoco nella provincia di Paktika e uno
nella provincia di Paktia. Tre soldati dell’esercito governativo afgano sgozzati
nella provincia di Zabul. Nella stessa provincia, un elicottero Apache attaccato
a colpi di razzo: uccisi sei talebani. Un convoglio militare Usa attaccato nella
provincia di Uruzgan: ucciso uno degli attaccanti. Il vice presidente Nematullah
Shahrani sfuggito a un attentato nella provincia di Kunduz.
Una campagna iniziata due settimane fa, con l’autobomba esplosa nel centro di
Kabul che ha ucciso tre guardie statunitensi della DynCorp e seminato il panico
in città. Pochi giorni dopo alcuni razzi sono stati lanciati sulla periferia della
capitale. Sono caduti nei campi, ma sembravano quasi una prova di tiro per aggiustare
la mira per la volta successiva. Una mira che a Gardez, la scorsa settimana, è
già migliorata: un missile ha mancato di un soffio l’elicottero del presidente
Hamid Karzai.
L’ambasciatore Usa in Afghanistan, Zalmay Khalizad (ex consulente della società
petrolifera americana Unocal) ha usato toni allarmistici per mettere in guardia
il suo ex collega, l’attuale presidente Karzai, da un’eventualità catastrofica.
“Prima delle elezioni i talebani potrebbero sferrare un’offensiva come quella
del Tet (massiccio attacco dei vietcong nel giorno del capodanno lunare vietnamita
del 1968, ndr), con azioni dirette contro Kabul e le principali città afgane vicine
al confine con il Pakistan, dove – denuncia Khalizad – sono ancora attive le basi
e le retrovie dei talebani”.
Su questo Khalizad ha ragione. Forse esagera però la portata della minaccia militare
rappresentata dalla resistenza talebana. Certo i mille marines in arrivo in questi
giorni dagli Usa come rinforzo ai 17mila già presenti in Afghanistan non basterebbero
per fronteggiare una simile escalation. Lo stesso dicasi per i due battaglioni
di soldati che Italia e Spagna stanno per mandare a Kabul per rimpolpare il contingente
Isaf di 6.500 uomini che presidia Kabul assieme ai ventimila agenti della neonata
polizia afgana.
Enrico Piovesana