22/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le elezioni afgane si avvicinano e i talebani intensificano propaganda e attentati

La confezione di pan masalaNuove grandi madrasa circondate da muri di cinta e torrette, che più che scuole coraniche sembrano fortezze militari, stanno spuntando come funghi. Sui muri delle case campeggiano scritte che un anno fa non c’erano e che inneggiano al mullah Omar, a Osama bin Laden e ad al-Qaeda. Sulle bancarelle dei bazar cittadini si vendono audio-cassette con canzoni talebane (ma senza musica: per loro è vietata) che inneggiano ai tempi andati, parlando dei “Principi di Kabul” che oggi “mendicano per le strade di Karachi”, o dei “traditori che si sono tagliati la barba per i dollari americani”. E poi ogni sorta di merce con l’effige di Osama, come il pan masala (mix di semi digestivi) che porta il suo nome e lo ritrae tra lanciarazzi e carri armati.

Siamo nel profondo sud del Pakistan, tra le città di Quetta e Chaman, a ridosso del confine afgano. Nelle desolate pianure desertiche del Belucistan, dove i talebani sono scesi spinti dalla guerra che il regime pachistano, su pressione di Washington, ha svogliatamente sferrato contro le loro roccaforti più a nord, sulle montagne delle cosiddette Aree Tribali (Waziristan e dintorni).
Una guerra che non ha avuto altri effetti, oltre quello di terrorizzare la popolazione civile, che spingere i talebani verso queste zone, più sicure perché tradizionalmente inviolabili per il governo di Islamabad, ora più che mai ricettacolo di tutti i ‘turbanti neri’ vogliosi di rivincita, che qui hanno stabilito, e progressivamente ampliato, i loro centri di reclutamento e di addestramento.

“Da queste parti la situazione va di male in peggio”, dice Malik Nabi, un politico moderato locale. “Il numero dei talebani e dei loro sostenitori cresce di giorno in giorno. Basta fare un giro per Chaman per rendersi conto di quanti turbanti neri ci siano. Se poi si va allo stadio di sera, prima del tramonto, sembra di stare nella Kabul dell’epoca talebana. Tutte queste persone non aspettano altro che un segnale per and are in Afghanistan e saldare i loro conti”. E forse il segnale è arrivato.

Una delle madrasa in costruzione tra Quetta e ChamanLo scorso venerdì mattina, sulle porte della grande Moschea Blu di Uruzgan, nell’omonima provincia, sono apparse alcune ‘lettere notturne’ (tipico romantico sistema di comunicazione talebano) che lasciavano pochi dubbi: “La guerra santa è stata dichiarata contro gli infedeli, contro gli invasori cristiani guidati dagli Stati Uniti che hanno cercato di conquistare l’Afghanistan, e contro tutti coloro che con essi collaborano”. Firmato: “I talebani”.
Frutto forse dell’incontro che, secondo la Cia, sarebbe avvenuto qualche settimana fa in Pakistan tra i comandanti della ‘vecchia guardia’ talebana fedele al mullah Omar, quelli della nuova fazione talebana del Jaish-e-Muslameen (Esercito dei Musulmani) fondata dall’ambiguo comandante Akbar Agha e infine quelli del movimento integralista Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Hekmatyar che ha firmato un volantino che nei giorni scorsi è stato distribuito nei campi profughi afgani in Pakistan, e in cui scriveva: “Le elezioni del nove ottobre vanno boicottate perché fanno parte della campagna per la rielezione di Bush. Votare significherebbe fare un favore a lui, a Blair, a Putin e a tutti i nemici dell’Islam”.

Il bilancio degli ultimi tre giorni di dopo-guerra dimostrano che la campagna anti-elettorale dei talebani, in vista delle presidenziali del nove ottobre, è cominciata.
Due soldati Usa uccisi in uno scontro a fuoco nella provincia di Paktika e uno nella provincia di Paktia. Tre soldati dell’esercito governativo afgano sgozzati nella provincia di Zabul. Nella stessa provincia, un elicottero Apache attaccato a colpi di razzo: uccisi sei talebani. Un convoglio militare Usa attaccato nella provincia di Uruzgan: ucciso uno degli attaccanti. Il vice presidente Nematullah Shahrani sfuggito a un attentato nella provincia di Kunduz.
Una campagna iniziata due settimane fa, con l’autobomba esplosa nel centro di Kabul che ha ucciso tre guardie statunitensi della DynCorp e seminato il panico in città. Pochi giorni dopo alcuni razzi sono stati lanciati sulla periferia della capitale. Sono caduti nei campi, ma sembravano quasi una prova di tiro per aggiustare la mira per la volta successiva. Una mira che a Gardez, la scorsa settimana, è già migliorata: un missile ha mancato di un soffio l’elicottero del presidente Hamid Karzai.

Soldati Usa in perulstrazioneL’ambasciatore Usa in Afghanistan, Zalmay Khalizad (ex consulente della società petrolifera americana Unocal) ha usato toni allarmistici per mettere in guardia il suo ex collega, l’attuale presidente Karzai, da un’eventualità catastrofica. “Prima delle elezioni i talebani potrebbero sferrare un’offensiva come quella del Tet (massiccio attacco dei vietcong nel giorno del capodanno lunare vietnamita del 1968, ndr), con azioni dirette contro Kabul e le principali città afgane vicine al confine con il Pakistan, dove – denuncia Khalizad – sono ancora attive le basi e le retrovie  dei talebani”.
Su questo Khalizad ha ragione. Forse esagera però la portata della minaccia militare rappresentata dalla resistenza talebana. Certo i mille marines in arrivo in questi giorni dagli Usa come rinforzo ai 17mila già presenti in Afghanistan non basterebbero per fronteggiare una simile escalation. Lo stesso dicasi per i due battaglioni di soldati che Italia e Spagna stanno per mandare a Kabul per rimpolpare il contingente Isaf di 6.500 uomini che presidia Kabul assieme ai ventimila agenti della neonata polizia afgana.

Enrico Piovesana

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità