07/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In una Grozny deserta e presidiata dall’esercito russo, si è insediato Alu Alkhanov

Alu Alkhanov (sinistra) e Ramzan KadyrovLe serrande dei negozi sprangate. Le scuole chiuse. La gente tappata in casa. Le strade deserte presidiate in forze dai soldati russi. Le vie di accesso alla città sigillate da decine di posti di blocco militari. Così si presentava ieri Grozny, in occasione della cerimonia ufficiale di insediamento del nuovo presidente ceceno, Alu Alkhanov, il nuovo uomo del Cremlino chiamato da Putin (con le farsesche elezioni del 29 agosto) a prendere il posto di Akhmad Kadyrov, ucciso in un attentato cinque mesi fa.

La cerimonia si è svolta sotto un tendone eretto tra le rovine del complesso governativo e sorvegliato da centinaia di soldati russi delle forze speciali. Sul palco campeggiavano i nuovi simboli nazionali ceceni, recentemente imposti da Mosca in sostituzione di quelli preesistenti, ritenuti dal Cremlino troppo ‘nazionalistici’. La novità non riguarda tanto la bandiera, modificata di poco, quanto lo stemma nazionale, da cui è sparito il lupo, simbolo tradizionale del combattivo e indomito spirito del popolo ceceno, assieme alle nove stelle rappresentanti i nove clan da cui questo popolo si dichiara discendente. Al loro posto, una torre di trivellazione petrolifera e la stilizzazione di una delle tipiche torri di avvistamento del XVI-XVII secolo che si trovano sulle montagne della Cecenia.

Nessun annuncio ufficiale era stato dato in precedenza per ridurre il rischio di attentati da parte degli indipendentisti. Il baffuto e poco carismatico ex comandante dei vigili urbani di Grozny, e successivamente ex ministro degli Interni del regime kadyrovita, è apparso teso e scuro in volto. C’è chi dice non s i fosse ancora ripreso dalla bruciante eliminazione dalla Coppa Uefa della squadra di calcio di Grozny, il Terek, sconfitto venerdì scorso nello stadio di Basilea.

Ma più probabilmente ieri il neopresidente ceceno Alkhanov, sorvegliato alle spalle da un’emblematica coppia di guardie, un soldato russo armato di mitra e un ceceno in abiti tradizionali con pugnale alla cinta, pensava a un altro stadio. Il Dinamo Stadyum di Grozny, dove lo scorso nove maggio il suo predecessore, durante una cerimonia pubblica, è stato dilaniato dallo scoppio di una bomba piazzata in tribuna dai guerriglieri ceceni. “So bene di essere nel mirino dei ribelli terroristi, di essere diventato il loro nemico numero uno. Ma ciò non è una novità per me, essendo sopravvissuto a cinque tentativi di assassinio”.

Alkhanov con le guardie russa e cecena“Io porterò avanti l’opera di Kadyrov, e giuro che riuscirò a imporre la legge e l’ordine in Cecenia per uscire dall’incubo in cui questo paese vive da anni”, ha annunciato girandosi verso il rappresentante di Putin, Dimitri Kozak. Come intenda farlo non è difficile da immaginare, dato il suo passato di responsabile ufficiale - in quanto ex ministro dell’Interno - delle violenze perpetrate dagli apparati di sicurezza kadyroviti nei confronti della popolazione civile cecena. E date le sue dichiarazioni che hanno spazzato via le speranze di chi aveva interpretato troppo ottimisticamente alcune sue frasi sulla necessità di una soluzione negoziale della questione cecena. “Non ho mai detto di essere disposto a trattare con il leader indipendentista Maskhadov, e non lo farò mai”.

A confermare che Alkhanov non abbandonerà il pugno di ferro usato dal suo predecessore, ieri sedeva vicino a lui il personaggio che più di ogni altro è responsabile delle atrocità commesse contro i ceceni: il figlio dell’ex presidente, il ventisettenne Ramzan Kadyrov, che non è succeduto al padre solo per la sua giovane età, ma che, con la carica di vice primo ministro, rappresenta ora il vero uomo forte dell’amministrazione filo-russa in Cecenia. Lui comanda quelle che potrebbero essere definite come le ‘SS cecene’, un corpo paramilitare di quattromila collaborazionisti ceceni ufficialmente addetti alla protezione del presidente, in realtà dediti al ‘lavoro sporco’: rapimenti, torture, stupri, esecuzioni extragiudiziali e quant’altro utile a terrorizzare la popolazione.

La vecchia e la nuova bandiera cecenaPopolazione che, dopo Beslan, a causa della rappresaglia anti-terrorismo russa, sta vivendo uno dei periodi più neri degli ultimi anni di conflitto. Soprattutto coloro che vivono alle pendici dei monti del Caucaso vicino ai confini con il Dagestan, nella zona compresa tra Vedeno, Nohzai-Yurt, Alleroy e Shali. Qui l’aviazione e l’esercito russo stanno bombardando da settimane le foreste in cui si nasconderebbero i vertici della resistenza indipendentista cecena, compreso l’ex presidente Aslan Maskhadov,  che secondo i russi avrebbe le ore contate. Qui i violenti combattimenti tra esercito e ribelli stanno causando ogni giorno decine di morti da entrambe le parti. I villaggi della zona sono stati tutti circondati dai soldati e vengono quotidianamente rastrellati dalle famigerate milizie del giovane Ramzan Kadyrov, lo stesso che ieri festeggiava l’insediamento di Alkhanov ascoltando i suoi discorsi su “un futuro di pace e una vita serena per il popolo ceceno”.

Enrico Piovesana

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