Le serrande dei negozi sprangate. Le scuole chiuse. La gente tappata in casa.
Le strade deserte presidiate in forze dai soldati russi. Le vie di accesso alla
città sigillate da decine di posti di blocco militari. Così si presentava ieri
Grozny, in occasione della cerimonia ufficiale di insediamento del nuovo presidente
ceceno, Alu Alkhanov, il nuovo uomo del Cremlino chiamato da Putin (con le farsesche
elezioni del 29 agosto) a prendere il posto di Akhmad Kadyrov, ucciso in un attentato
cinque mesi fa.
La cerimonia si è svolta sotto un tendone eretto tra le rovine del complesso
governativo e sorvegliato da centinaia di soldati russi delle forze speciali.
Sul palco campeggiavano i nuovi simboli nazionali ceceni, recentemente imposti
da Mosca in sostituzione di quelli preesistenti, ritenuti dal Cremlino troppo
‘nazionalistici’. La novità non riguarda tanto la bandiera, modificata di poco,
quanto lo stemma nazionale, da cui è sparito il lupo, simbolo tradizionale del
combattivo e indomito spirito del popolo ceceno, assieme alle nove stelle rappresentanti
i nove clan da cui questo popolo si dichiara discendente. Al loro posto, una torre
di trivellazione petrolifera e la stilizzazione di una delle tipiche torri di
avvistamento del XVI-XVII secolo che si trovano sulle montagne della Cecenia.
Nessun annuncio ufficiale era stato dato in precedenza per ridurre il rischio
di attentati da parte degli indipendentisti. Il baffuto e poco carismatico ex
comandante dei vigili urbani di Grozny, e successivamente ex ministro degli Interni
del regime kadyrovita, è apparso teso e scuro in volto. C’è chi dice non s i fosse ancora ripreso dalla bruciante eliminazione dalla Coppa Uefa della squadra
di calcio di Grozny, il Terek, sconfitto venerdì scorso nello stadio di Basilea.
Ma più probabilmente ieri il neopresidente ceceno Alkhanov, sorvegliato alle
spalle da un’emblematica coppia di guardie, un soldato russo armato di mitra e
un ceceno in abiti tradizionali con pugnale alla cinta, pensava a un altro stadio.
Il Dinamo Stadyum di Grozny, dove lo scorso nove maggio il suo predecessore, durante
una cerimonia pubblica, è stato dilaniato dallo scoppio di una bomba piazzata
in tribuna dai guerriglieri ceceni. “So bene di essere nel mirino dei ribelli
terroristi, di essere diventato il loro nemico numero uno. Ma ciò non è una novità
per me, essendo sopravvissuto a cinque tentativi di assassinio”.
“Io porterò avanti l’opera di Kadyrov, e giuro che riuscirò a imporre la legge
e l’ordine in Cecenia per uscire dall’incubo in cui questo paese vive da anni”,
ha annunciato girandosi verso il rappresentante di Putin, Dimitri Kozak. Come
intenda farlo non è difficile da immaginare, dato il suo passato di responsabile
ufficiale - in quanto ex ministro dell’Interno - delle violenze perpetrate dagli
apparati di sicurezza kadyroviti nei confronti della popolazione civile cecena.
E date le sue dichiarazioni che hanno spazzato via le speranze di chi aveva interpretato
troppo ottimisticamente alcune sue frasi sulla necessità di una soluzione negoziale
della questione cecena. “Non ho mai detto di essere disposto a trattare con il
leader indipendentista Maskhadov, e non lo farò mai”.
A confermare che Alkhanov non abbandonerà il pugno di ferro usato dal suo predecessore,
ieri sedeva vicino a lui il personaggio che più di ogni altro è responsabile delle
atrocità commesse contro i ceceni: il figlio dell’ex presidente, il ventisettenne
Ramzan Kadyrov, che non è succeduto al padre solo per la sua giovane età, ma che,
con la carica di vice primo ministro, rappresenta ora il vero uomo forte dell’amministrazione
filo-russa in Cecenia. Lui comanda quelle che potrebbero essere definite come
le ‘SS cecene’, un corpo paramilitare di quattromila collaborazionisti ceceni
ufficialmente addetti alla protezione del presidente, in realtà dediti al ‘lavoro
sporco’: rapimenti, torture, stupri, esecuzioni extragiudiziali e quant’altro
utile a terrorizzare la popolazione.
Popolazione che, dopo Beslan, a causa della rappresaglia anti-terrorismo russa,
sta vivendo uno dei periodi più neri degli ultimi anni di conflitto. Soprattutto
coloro che vivono alle pendici dei monti del Caucaso vicino ai confini con il
Dagestan, nella zona compresa tra Vedeno, Nohzai-Yurt, Alleroy e Shali. Qui l’aviazione
e l’esercito russo stanno bombardando da settimane le foreste in cui si nasconderebbero
i vertici della resistenza indipendentista cecena, compreso l’ex presidente Aslan
Maskhadov, che secondo i russi avrebbe le ore contate. Qui i violenti combattimenti tra
esercito e ribelli stanno causando ogni giorno decine di morti da entrambe le
parti. I villaggi della zona sono stati tutti circondati dai soldati e vengono
quotidianamente rastrellati dalle famigerate milizie del giovane Ramzan Kadyrov,
lo stesso che ieri festeggiava l’insediamento di Alkhanov ascoltando i suoi discorsi
su “un futuro di pace e una vita serena per il popolo ceceno”.
Enrico Piovesana