03/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Siamo in un campo profughi palestinese. Qui siriani e palestinesi vivono gomito a gomito
Strada a DamascoPer fare cinque chilometri ci mettiamo un’eternità. Incontriamo di nuovo Bashar al Assad, questa volta sui vetri dei taxi: il viso stilizzato con occhiali da sole scuri che gli conferiscono un’espressione da duro.

Il culto della personalità è un leitmotiv in Siria come in altri paesi dove il potere reale è in mano a poche persone, che nella maggior parte dei casi indossano una divisa. Man mano che ci allontaniamo dalla città vecchia, gli edifici assumono una veste sempre più dimessa. Le Moschee, che sorgono qua e là, sembrano ancora più belle e maestose, in mezzo a questo mare grigio di edifici sconquassati.

Quando scendiamo dal taxi siamo arrivati in una strada come ce ne sono tante a Damasco. Unico segno di riconoscimento il nome: sharia palestinian. Siamo in un campo profughi palestinese. “Siamo circa 130 mila a vivere qui” racconta Mohamed, che lavora all’organizzazione Bissan, nata all’interno del campo profughi. “Questo campo è delimitato da due vie che formano un triangolo all’interno del quartiere di Yarmouk. Un’insegna in ferro posta in alto all’incrocio delle due vie ne annuncia l’inizio”.
È impossibile notarla se non si alzano gli occhi al cielo. Il campo profughi appare perfettamente mimetizzato all’interno del quartiere. Qui siriani e palestinesi vivono gomito a gomito.

È un quartiere povero e i negozi che si affiacciano sulle strade vendono cibo a buon mercato. “Abbiamo gli stessi diritti dei siriani” ci spiega Mohamed “tranne in una cosa: non possiamo votare e di conseguenza neppure essere eletti”. Di fatto è un po’ come non esistere. “In Siria però siamo più liberi rispetto ai palestinesi che vivono nei campi profughi in Libano. Possiamo girare per il paese, andare a vivere in un’altra parte, acquistare una casa, accedere a qualsiasi tipo di lavoro e andare all’Università. In Libano i profughi palestinesi sono confinati nei campi” racconta Mohamed.

Percorriamo con Mohamed una stradina stretta che ci conduce a uno stabile, sede dell’organizzazione Bissan. Ci fa accomodare in un salottino. “Fra poco arriverà Marie Instaar, la donna che ha voluto e creato l’associazione Bissan”. Aspettiamo, circondati da attenzioni: il profumo di cardamomo preannuncia l’arrivo del caffè arabo, ordinato da Mohamed per darci il benvenuto.

Stazione di Damasco Mentre beviamo entra un bambino piccolo, non più di quattro anni, in braccio al padre. Mohamed ci spiega che è il padre è venuto a chiedere aiuto all’associazione Bissan perché il figlio non sente e non parla. Ora capiamo gli occhi rivolti verso il basso e l’aria sperduta di quella piccola creatura cui strappiamo un sorriso regalandogli un gioco che abbiamo in borsa. In questo edificio, donato dall’ambasciata giapponese, Marie Instaar ha creato una scuola per aiutare i bambini palestinesi che sono nati sordi e muti.
 
Appare Sanar, ci dice che sarà il nostro traduttore perché né Mohamed né Marie parlano bene inglese. È qui per fare un favore a Mohamed. Sanar porta al collo una catenina con appesa l’immagine di Che Guevara. Il viso del Che appare anche sul dispaly del suo telefonino. “Quando guardo le foto della mia famiglia mi sembra assurdo. Perché viviamo qua? I miei genitori sono stati costretti a lasciare la loro terra e così non abbiamo più nulla”.
 
Il viso di Sanar esprime in più occasioni il tormento di vivere in un paese che non gli appartiene, in cui è un ospite e nel quale non gli è permesso votare. “Quando sono inquieto, vado a passeggiare nel quartiere cristiano della città vecchia. E lì mi sembra di stare meglio”.

Il quartiere cristiano è bello e malinconico e avvolge con discrezione chiunque percorra le sue stradine. Una coperta calda quando ti viene la nostalgia di casa. In Siria vivono circa quattrocento mila palestinesi, divisi in campi sorti lontano dai principali centri abitati. I genitori di Sanar e Mohamed si trasferirono a Yarmouk dopo il 1948 quando furono costretti ad abbandonare la Palestina a causa della guerra arabo-israeliana.
 
Sonia Sartori
 
Categoria: Profughi, Popoli
Luogo: Siria