Siamo in un campo profughi palestinese. Qui siriani e palestinesi vivono gomito a gomito
Per fare cinque chilometri ci mettiamo un’eternità. Incontriamo di
nuovo Bashar al Assad, questa volta sui vetri dei taxi: il viso
stilizzato con occhiali da sole scuri che gli conferiscono
un’espressione da duro.
Il culto della personalità è un leitmotiv in Siria come in altri
paesi dove il potere reale è in mano a poche persone, che nella maggior
parte dei casi indossano una divisa. Man mano che ci allontaniamo dalla
città vecchia, gli edifici assumono una veste sempre più dimessa. Le
Moschee, che sorgono qua e là, sembrano ancora più belle e maestose, in
mezzo a questo mare grigio di edifici sconquassati.
Quando scendiamo dal taxi siamo arrivati in una strada come ce ne sono
tante a Damasco. Unico segno di riconoscimento il nome: sharia
palestinian. Siamo in un campo profughi palestinese. “Siamo circa 130 mila a vivere
qui” racconta Mohamed, che lavora
all’organizzazione Bissan, nata all’interno del campo profughi. “Questo
campo è delimitato da due vie che formano un triangolo all’interno del
quartiere di Yarmouk. Un’insegna in ferro posta in alto all’incrocio
delle due vie ne annuncia l’inizio”.
È impossibile notarla se non si alzano gli occhi al cielo. Il campo
profughi appare perfettamente mimetizzato all’interno del quartiere.
Qui siriani e palestinesi vivono gomito a gomito.
È un quartiere povero e i negozi che si affiacciano sulle strade
vendono cibo a buon mercato. “Abbiamo gli stessi diritti dei siriani”
ci spiega Mohamed “tranne in una cosa: non possiamo votare e di
conseguenza neppure essere eletti”. Di fatto è un po’ come non
esistere. “In Siria però siamo più liberi rispetto ai palestinesi che
vivono nei campi profughi in Libano. Possiamo girare per il paese,
andare a vivere in un’altra parte, acquistare una casa, accedere a
qualsiasi tipo di lavoro e andare all’Università. In Libano i profughi
palestinesi sono confinati nei campi” racconta Mohamed.
Percorriamo con Mohamed una stradina stretta che ci conduce a uno
stabile, sede dell’organizzazione Bissan. Ci fa accomodare in un
salottino. “Fra poco arriverà Marie Instaar, la donna che ha voluto e
creato l’associazione Bissan”. Aspettiamo, circondati da attenzioni: il
profumo di cardamomo preannuncia l’arrivo del caffè arabo, ordinato da
Mohamed per darci il benvenuto.
Mentre beviamo entra un bambino piccolo, non più di quattro anni, in
braccio al padre. Mohamed ci spiega che è il padre è venuto a chiedere
aiuto all’associazione Bissan perché il figlio non sente e non parla.
Ora capiamo gli occhi rivolti verso il basso e l’aria sperduta di
quella piccola creatura cui strappiamo un sorriso regalandogli un gioco
che abbiamo in borsa. In questo edificio, donato dall’ambasciata giapponese, Marie
Instaar ha
creato una scuola per aiutare i bambini palestinesi che sono nati sordi
e muti.
Appare Sanar, ci dice che sarà il nostro traduttore perché né Mohamed
né Marie parlano bene inglese. È qui per fare un favore a Mohamed.
Sanar porta al collo una catenina con appesa l’immagine di Che Guevara.
Il viso del Che appare anche sul dispaly del suo telefonino. “Quando
guardo le foto della mia famiglia mi sembra assurdo. Perché viviamo
qua? I miei genitori sono stati costretti a lasciare la loro terra e
così non abbiamo più nulla”.
Il viso di Sanar esprime in più occasioni il tormento di vivere in un
paese che non gli appartiene, in cui è un ospite e nel quale non gli è
permesso votare. “Quando sono inquieto, vado a passeggiare nel
quartiere cristiano della città vecchia. E lì mi sembra di stare
meglio”.
Il quartiere cristiano è bello e malinconico e avvolge con discrezione
chiunque percorra le sue stradine. Una coperta calda quando ti viene la
nostalgia di casa. In Siria vivono circa quattrocento mila palestinesi,
divisi in campi sorti lontano dai principali centri abitati. I genitori
di Sanar e Mohamed si trasferirono a Yarmouk dopo il 1948 quando furono
costretti ad abbandonare la Palestina a causa della guerra
arabo-israeliana.