''Il governo di unità nazionale includerà anche Hezbollah, che a Israele piaccia o meno. Gli interessi del Libano richiedono che tutte la parti in causa vengano coinvolte in questo esecutivo''. Poche parole quelle di Saad Hariri, ma diritte al nodo gordiano della questione.
Mossa a sorpresa? Hariri, il figlio dell'ex premier libanese Rafik assassinato a Beirut a febbraio del 2005, guiderà quindi un esecutivo di unità nazionale, che vedrà seduti l'uno al fianco dell'altro ministri del gruppo '14 marzo', quello dello stesso Hariri, e gli acerrimi nemici del blocco '8 marzo', che comprende il partito sciita filo iraniano Hezbollah e i cristiani guidati dal generale Aoun. Le elezioni, all'inizio di giugno scorso, sono state vinte dalla coalizione di Hariri, che aveva cavalcato i temi noti fin dai tempi dell'assassinio del padre: l'opposizione alle ingerenze iraniane, la necessità di disarmare Hezbollah (che controlla il Libano meridionale), la vocazione 'occidentale' di un Paese che mira a ritenersi nella sfera d'influenza degli Stati Uniti e in buoni rapporti con Israele. Hariri più di una volta durante la campagna elettorale aveva ammonito i libanesi a non dare fiducia a Hezbollah, la cui vittoria sarebbe stata causa a suo dire di un nuovo attacco israeliano sul Libano come quello dell'estate 2006. Dopo la vittoria elettorale, che garantiva al blocco guidato da Hariri 71 seggi contro i 58 degli avversari nell'Assemblea di Beirut, i giochi sembravano fatti per un governo che escludesse Hezbollah, entrato nel governo di unità nazionale che ha gestito il Paese dopo l'attacco israeliano nel quale i ministri sciiti avevano avuto potere di veto.
Ieri, all'improvviso, la svolta. Inattesa, però, solo per coloro che non avevano già intuito che un accordo era nell'aria da tempo. Avevano lasciato di stucco, infatti, a poche ore dallo scrutinio dei voti, le tempestive ammissioni di sconfitta del generale Aoun e di Hezbollah. Alcuni osservatori internazionali non si erano ancora pronunciati sulla trasparenza del voto, che già gli avversari di Hariri incoronavano quest'ultimo quale legittimo vincitore della tornata elettorale. Oggi, dopo due mesi, Hariri esce allo scoperto e rende ufficiale quello che tutti sanno: nessuno può governare il Libano senza Hezbollah. Troppo forte e organizzato il partito armato per tagliarlo fuori dalla gestione del potere in un Paese da sempre diviso in tre anime: cristiani, musulmani sciiti e musulmani sunniti. Sarebbe stato come premere un pulsante per dare inizio alla guerra civile, che in Libano dal 1975 al 1990 ha causato la morte di centinaia di migliaia di persone. D'altra parte, Hezbollah è consapevole che non potrà mai aspirare al dominio assoluto sul Libano, perché troppe sarebbero le resistenze interne ed esterne a questa evoluzione.
Israele alla finestra. Il governo israeliano, come era prevedibile, non ha reagito con gioia alla notizia. Il premier di Tel Aviv Benjamin Nethanyau ha commentato che, con Hezbollah al governo, Israele riterrà colpevole l'intero esecutivo senza distinzioni di un eventuale attacco. La sensazione, però, è che il governo israeliano tenga pubblicamente un atteggiamento duro, ma che nelle staze degli ambienti diplomatici abbia già accettato l'idea di un coinvolgimento politico di Hezbollah. Alla fine anche a Tel Aviv conviene che un partito come Hezbollah sia più coinvolto nell'ambito della politica che in quella della lotta armata. Il movimento sciita, per altro, ha mostrato di non aver alcuna intenzione bellicosa, dando la caccia a quei gruppi di miliziani che avevano tirato razzi sulle cittadine settentrionali israeliane. Adesso si aspetta di conoscere la composizione del governo, ma per molti osservatori i posti da ministro saranno ripartiti 15 a 10 in favore del blocco di Hariri.
Quest'ultimo si troverà a presiedere un Consiglio dei Ministri dove sederanno alcune persone che Hariri ritiene coinvolti nell'omicidio del padre. Ma i libanesi non si stupiscono più di niente.
Christian Elia