24/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



L'arresto pretestuoso di un attivista rilancia i dubbi sulla democrazia nel Paese dell'Asia centrale

scritto per noi da
Giulia Panicciari

Mancano pochi mesi all'assunzione da parte del Kazakhstan della presidenza dell'organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). Tale decisione è stata presa nonostante le rimostranze da parte di diverse organizzazioni indipendenti che hanno espresso perplessità nei confronti del rispetto dei diritti umani e delle libertà civili nel Paese.

Un episodio, in particolare, ha ravvivato la polemica sul ruolo del Kazakhstan all'interno dell'Osce. A luglio scorso Evgenij Zhovtis, uno degli attivisti più conosciuti del Paese, è stato arrestato in seguito ad un incidente d'auto avvenuto a pochi chilometri da Almaty, l'ex capitale. La notte del 26 giugno Zhovtis, fondatore del Comitato per i diritti umani e il rispetto della legge in Kazakhstan, stava guidando su una strada di campagna poco illuminata e, dopo esser stato abbagliato da due auto che venivano in senso opposto, ha involontariamente travolto e ucciso sul colpo un uomo di 35 anni. L'episodio, nei mesi successivi, ha assunto risvolti sempre meno chiari.
Il processo a suo carico si è svolto a inizio settembre. Il giudice ha respinto qualsiasi prova presentata da esperti indipendenti, che dimostravano l'inevitabilità della tragedia e la mancanza di violazioni del codice stradale da parte del conducente. I sostenitori di Zhovtis hanno presentato una lettera scritta dalla madre della vittima, chiedendo l'assoluzione dell'imputato e riconoscendo la fatalità dell'accaduto. La lettera non è stata messa agli atti. Questo documento sarebbe bastato a scagionare l'imputato, perché il codice penale kazako prevede che l'accusa cada in caso di riconciliazione tra accusato e famiglia della vittima. Il 3 settembre Evgenij Zhovtis è stato condannato a 4 anni di carcere.

L'opposizione politica locale e gli attivisti per i diritti umani in Kazakhstan e a livello internazionale (tra i quali Human Rights Watch e il Comitato internazionale sul caso Zhovtis, fondato ad agosto da esponenti kazaki che stranieri impegnati nella difesa per i diritti umani), ritengono che la condanna sia stata determinata da ragioni politiche. Le modalità del processo ne sono una prova. Zhovtis, infatti, si è esposto più volte in nome del rispetto dei diritti umani. Nel maggio 2009 è comparso di fronte alla Commissione di Helsinki affrontando la questione della presidenza dell'Osce e presentando una lista di giornalisti e oppositori politici che sono stati arrestati o processati a causa delle loro vedute politiche. La sua associazione, il Comitato per i diritti umani, si occupa da anni di monitoring delle riforme legislative a sostegno della democrazia nel paese, si batte contro la tortura e interviene in maniera attiva per la protezione dei rifugiati e altre categorie sociali vulnerabili, oltre ad esprimere apertamente le proprie posizioni contro il governo. I lunghi anni passati a difendere i cittadini del Kazakhstan da persecuzioni o casi di ingiustizia legale, sono valsi a Zhovtis riconoscimenti quali il Friedrich-Ebert Foundation Award e il Democracy and Civil Society Award, da parte dell'Europa e degli Stati Uniti.

Sergei Duvanov, giornalista locale impegnato nell'organizzazione di un comitato per la difesa di Zhovtis, conferma che il processo è stato usato dalle autorità per isolare l'attivista. Quando nell'incontro di Madrid nel 2007 il Kazakhstan è stato candidato alla presidenza dell'Osce per il 2010, l'allora ministro degli Esteri Marat Tazhin aveva promesso riforme che avrebbero concesso maggiore libertà di espressione, pluralismo politico e un nuovo sistema elettorale. A febbraio del 2009 gli esperti dell'Ue e degli Stati Uniti hanno constatato che le riforme in realtà non prevedono cambiamenti effettivi e la situazione resta lontana dagli standard richiesti dall'Osce. In un rapporto recente dell'Hrw vengono denunciati provvedimenti restrittivi sulla libertà religiosa e di associazione, e restrizioni introdotte sui media e in particolare su Internet, nonché l'atmosfera generale per cui i giornalisti vivono sotto costante minaccia di persecuzione e talvolta subiscono minacce personali.

Sin dalla sua indipendenza, il Kazakhstan non ha mai conosciuto una vera svolta politica.  Nursultan Nazarbaev era il Primo Segretario del Partito Comunista locale quando, nel 1991, ha assunto le vesti di Presidente della Repubblica del Kazakhstan. Le elezioni successive hanno visto ripetersi la vittoria di Nazarbaev e del suo partito, il Nur Otan. Nazarbaev è divenuto di fatto presidente a vita, in seguito ad alcune riforme costituzionali. I partiti di opposizione hanno da sempre subito atti persecutivi o si sono visti negare la registrazione presso il Ministero della Giustizia.  Se la candidatura alla presidenza dell'Osce ha favorito un monitoraggio più serrato sulla situazione interna del paese, dall'altra parte non ci sono stati segni di miglioramento verso una forma più democratica di governo. Per Andrea Berg, ricercatrice per Hrw in Asia Centrale "il Kazakhstan non è pronto ad assumere un incarico così importante [come la presidenza dell'Osce]".  Zhovtis è una delle tante vittime della silenziosa repressione del governo nei confronti di qualsiasi forma di libertà d'espressione o di pluralismo politico. Quello che si spera è che l'imminente incarico presso l'Osce sia motivo di pressione da parte della comunità internazionale per la sua liberazione.