L'Eni guida il progetto per il più grande affare degli ultimi 30anni, ma il governo kazako alza la posta
"E' il più grande giacimento di petrolio scoperto nel pianeta dagli anni '60",
assicura il ministro kazako per l'energia Sauat Minbaiev. L'affare del secolo
per le compagnie petrolifere, sul quale si è precipitato il cane a sei zampe dell'Eni.
Che ha costituito un consorzio di sfruttamento nel quale partecipano tutte le
'sette sorelle' petrolifere mondiali, da Shell a ExxonMobil a Total (ognuna con un 18 percento di quota, pari a quella Eni) alla giapponese Inpex all'americana ConocoPhillips e in percentuale minore (solo 8 percento) la compagnia petrolifera statale kazaka,
la KazMunaiGas. Adesso, però, i padroni di casa vogliono passare all'incasso, o per dirla con
le parole del primo ministro cosacco Karim Masimov, "visto il lievitare dei costi
che sta facendo pendere la bilancia dei pagamenti a sfavore del governo kazako,
la nostra compagnia dovrà conquistare una partecipazione paritaria al progetto".
Che potrebbe voler dire due cose, secondo esperti d'energia contattati da PeaceReporter: o salire nel consorzio KCO al 18 percento come le grandi multinazionali, o assumere
un ruolo operativo a fianco di Eni, che è capofila del progetto di estrazione
e s'incarica di portare avanti la realizzazione dei pozzi.
Il più grande da 30 anni. In proiezione, quando il giacimento di Kashagan sul nord del mar Caspio andrà
a pieno regime con un milione 300mila barili di grezzo al giorno, il Kazakhstan
(il 'paese dei Cosacchi' in russo) entrerà prepotentemente nella classifica dei
10 maggiori estrattori di petrolio al mondo. Il giacimento di Kashagan da solo
potrebbe assicurare più petrolio di quanto ne produca da sola la Gran Bretagna
(un milione 400mila e poco più) o l'Angola, tanto corteggiata dalle compagnie
cinesi (un milione 400mila barili quotidiani). "Per dare un'idea, il giacimento
si estende più dell'area metropolitana di Londra, con un diametro di quasi cento
chilometri, una distanza maggiore che tra Amsterdam e l'Aja in Olanda", spiegano
dall'ufficio studi del cane a sei zampe.
Cosa vuole il cosacco Ma si continua a rimandare l'inizio dello sfruttamento, inizialmente previsto
per il 2005, poi spostato al 2008 e il 6 agosto, su annuncio Eni, rinviato al
2010 per avere i primi barili. "Non possiamo aspettare tanto" hanno replicato
da Astana il 23 agosto, minacciando di rivedere il contratto. "Le nostre previsioni
macroeconomiche di lungo periodo di crescita e di sviluppo si basavano sulle previsioni
Eni" ha detto il primo ministro Marimov. In pratica, i kazaki non potrebbero reperire
le risorse per costruire le infrastrutture, le scuole, le strade e gli ospedali
previsti nei loro piani economici, se non va a regime Kashagan. La maggior lamentela
verte poi sui costi della struttura, lievitati da 57 miliardi di dollari iniziali
ai 136 dell'ultima stima.
"Non conviene cambiare carte in tavola" Le parole del primo ministro sono state chiare. E anche se il comunicato ufficiale
dell'Eni dopo i colloqui di alto livello che hanno portato ad Astana l'ad Paolo
Scaroni, parla di "trattativa aperta e improntata alla cooperazione, che ha posto
le basi per una soluzione". A quanto risulta alla compagnia italiana, il numero
uno Eni non è rientrato dal Kazakhstan e dovrebbe essere ancora impegnato nei
colloqui, mentre dal 7 al 9 ottobre è prevista nel Paese asiatico addirittura
la visita del premier Romano Prodi, per far capire l'importanza di questo giacimento
per gli italiani.
Rimane da capire se gli italiani sono disposti a cambiare dei parametri del P.S.A. (Production Sharing Agreement, 'Accordo per la divisione della produzione', il contratto base per lo sfruttamento
dei giacimenti petroliferi). "Non conviene sicuramente ai kazaki cambiare il Psa" rivelano a PeaceReporter dai palazzi di San Donato Milanese, sede Eni. " Se si lamentano di un ritardo
di due anni, cambiare la struttura dell'accordo farebbe slittare di altri anni
lo sfruttamento di Kashagan", Esclusa quindi la pista cinese, che molti esperti
internazionali avevano ventilato, visti i sempre maggiori accordi economici che
il presidente N. Nazarbaiev va stringendo ultimamente col suo omologo di Pechino
Wen Jiabao.
Mentre muore la foca caspica Sembrano completamente campate in aria, poi, le accuse del ministro dell'Ambiente
Nurlan Iskakov che accusava Eni di "gravi violazioni all'ecosistema del mar Caspio"
dopo una moria di 350 rarissime foche del mar Caspio in gennaio, unici esemplari
di foca d'acqua dolce sul pianeta. "Eni ha sette impianti sulle rive vicino Kashagan,
ma al momento non sono attivi" commentano da S. Donato, mentre si sarebbero in
piena funzione parecchi stabilimenti di metallurgia kazaki in riva al mare. L'accusa
rientrerebbe nella strategia di rialzo della posta kazaka, come la richiesta martedì
scorso del premier di Astana di un risarcimento da 10 miliardi di dollari per
i ritardi nella realizzazione del progetto.