06/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Andreas Dresen e Ingo Schulze sono per la loro storia e spirito di osservazione due punti di riferimento nel mondo degli intellettuali della Germania riunificata

Andreas Dresen e Ingo Schulze sono per la loro storia e spirito di osservazione due punti di riferimento nel mondo degli intellettuali della Germania riunificata. Entrambi nati nell'ex Repubblica Democratica Tedesca, sfioravano i trent'anni nel 1989. Tanto Dresen nei suoi film, quanto Schulze nei suoi romanzi, pennellano, senza ricorrere mai a trucchi, la vita dei loro personaggi nella quotidianità che scorre lenta.

Ho incontrato il regista e il romanziere in giorni e luoghi diversi: il primo a Potsdam, in SchopenauerStrasse; il secondo a Berlino, al 207 di GreifwalderStrasse negli uffici della casa editrice Berlin Verlag. Ho immaginato una chiacchierata a tre, per conoscere il loro punto di vista sul passato della Ddr e quello sulla nuova Germania, senza i filtri e le sfumature dei loro personaggi.

L'appuntamento è a Potsdam alle otto di sera nel magnifico parco ai piedi del Palazzo di Sanssouci, la Versailles di Prussia, voluto da Federico il Grande. È una serata di quelle che solo gli sgoccioli di aprile riescono a regalarti. A queste latitudini, gli ultimi raggi solari irradiano ancora di una luce morbidissima i viali del parco. I lampioni si sono accesi da pochi minuti e le lampade ai vapori di sodio sono ancora gialle e fioche.
Il tavolo tondo è stato apparecchiato in cima alle scale nel giardino, davanti al grande salone delle feste. Una bottiglia "Cuvée Jérémy" Florimont del 1997, aspetta di essere bevuta. Andreas e Ingo prendono posto di fronte a me, rispettivamente a ore 10 e ore 2.

Partiamo dal nocciolo della questione: dopo vent'anni di vita comune possiamo dire Germania Riunificata, missione compiuta?
Andreas Dresen, (AD): Dipende dal punto di osservazione. Fino a dieci, quindici anni fa era ancora molto facile individuare, anche a Berlino, chi avesse avuto un passato nell'ex Repubblica Democratica Tedesca. Bastava scambiare due parole per capirlo. Oggi è impossibile distinguere le due entità. Ma questo discorso vale solo per Berlino e dintorni. Se fai un giro in città come Eisenhuttenstadt, Cottbus o anche Jena lì troverai ancora quelli che erano i tedeschi dell'est. Lo stesso discorso vale per quelli dell'ovest, se piombi in una birreria di qualche cittadina della Baviera. A me non interessa se sei un tedesco dell'ovest o dell'est, piuttosto mi preoccupa di capire che tipo di uomo mi trovo davanti.
Ingo Schulze, (IS): E sono in molti, quelli dell'est, a credere che non si possa parlare di Wiedervereinigung, di Riunificazione. Tecnicamente, si è trattato di una Beitritt, dell'adesione della Repubblica Democratica Tedesca a quella Federale. Che cosa vuol dire Riunificazione? Mescolanza, scambio tra le due parti. Non c'è stato nulla di tutto questo, anzi... Le differenze si sono rimarcate. Prima della caduta del Muro, tedeschi eravamo noi e tedeschi erano anche quelli della Germania Federale. Si è cominciata a fare distinzione tra i due popoli, paradossalmente, proprio dopo la Wende quando noi ci siamo accorti di essere diversi e abbiamo iniziato a riferirci a noi stessi come Ossi, "tedeschi dell'est".
AD: Ma d'altra parte, nessuno prima di quel 9 novembre pensava che avrebbe perso una parte della loro biografia, che la loro nazione, la Ddr, sarebbe scomparsa dalle cartine...

Ma come? Ricordo benissimo che ballavate davanti alla Porta di Brandeburgo cantando "Noi siamo un solo popolo!".
AD: Questo accadeva solo dopo, però... Durante le "Manifestazioni del lunedì", le Montagsdemonstrationen che ebbero inizio a Lipsia il 4 settembre per poi diffondersi in tutte le altre città, la gente gridava Wir sind das Volk, "Noi siamo il popolo". Le persone scesero in strada per chiedere più libertà e l'apertura dei confini, volevano poter acquistare le cose e i prodotti che vedevano nei film occidentali. Sottolineavano che in una democrazia è il popolo che deve avere il potere e non un'oligarchia di idioti chiusi in un palazzo.
IS: La scomparsa della Ddr non era nei pensieri di nessuno. Anche perché, preso al netto di quelle persone idiote che avevano isolato il popolo dal mondo occidentale, il sistema socialista aveva molti pregi: il sistema sanitario, l'educazione, i trasporti - che per il settanta percento si sviluppava su rotaia. Il diritto al lavoro era qualcosa di concreto e non un'astrazione come lo è oggi nel sistema occidentale. E che dire, poi, del diritto di famiglia: nella Repubblica Federale il divorzio è stato inquadrato nella legislazione solo nel 1976. I miei genitori si separarono molti anni prima e ancora oggi mia madre mi dice di essere stata fortuna a trovarsi nella Ddr, altrimenti avrebbe dovuto sopportare mio padre per molti anni ancora.

D'accordo, ma tutte queste cose bilanciavano la mancanza di libertà?
IS: Non fraintendermi. Non sto dicendo che la Ddr fosse il sistema perfetto. Siamo tutti d'accordo nel dire che quel sistema si basava su una dittatura liberticida e nessuno vuole tornare indietro. Mettiamola così: non ritengo una grave perdita lo sgretolamento del blocco orientale, ma è quanto meno criticabile la scelta dell'Occidente di voler cancellare tutto quello che fosse della Ddr, anche le cose buone. Non esiste uguaglianza se non c'è giustizia sociale e non c'è dignità per un uomo che non sia posto nelle condizioni di poter lavorare. Sai a quanto ammonta il sussidio che il governo passa ai disoccupati? Quattro euro e venticinque centesimi al giorno. Ora, se prendi il treno da Berlino centro alla periferia il biglietto ti costa due euro e dieci all'andata e altrettanti al ritorno. Ti rimangono cinque centesimi: ci compri la libertà? Possiamo dire che queste persone sono libere?

Direi di no, hai ragione.
IS: Era questo che intendevo: se le due parti si fossero incontrate a mezza strada, forse stasera qui parleremmo in maniera diversa. Ma, come dicevo prima, ci siamo trovati difronte a una assimilazione. Il grande che ha inglobato il piccolo.
AD: So che è brutto dirlo, ma è come se la Ddr fosse stata 'invasa' dalla Repubblica Federale.

foto s.pellecchia prospektInvasione o no... Ma non è quello che volevano i tedeschi della Ddr? Entrare nel sistema occidentale?
IS: Si, di quell'Occidente che vedevano in televisione. La verità è che il crollo del sistema socialista ha avuto degli effetti devastanti anche nel cosiddetto mondo libero: dopo il 1990 l'Occidente ha subito un brusco arresto nello sviluppo. In un attimo sono svaniti tutti i risultati guadagnati in duecento anni storia. Le lotte in Inghilterra, a Manchester, i valori che si riconoscevano nell'Illuminismo: tutto al vento. In nome della competività, le politiche sociali sono state sacrificate sull'altare del Capitale. Per rimanere in gara, i governi non possono che tagliare, tagliare e tagliare ancora. Cos'è la crisi economica di questi anni se non l'espressione più pura di questa competività folle? I politici ti parlano di libertà e democrazia per nascondere questi che sono i grandi problemi che dobbiamo affrontare. Questa finirà, è vero, passerà. Ma le crisi si susseguono. Appena ne esci fuori da una, puoi intravvederne subito un'altra all'orizzonte. Sembra che ci si sia dimenticati del fatto che esiste un'alternativa a questo sistema di vita.

Perché te la ridi, Andreas? Cos'è che ti diverte tanto?
AD: Me la rido perché quando l'anno scorso giungevano voci a mezza bocca su questa terribile crisi (che ne avrebbe scoperchiata un'altra più grande, che a sua volta ne conteneva una ancora peggiore), vedevi le persone precipitarsi in libreria a comprare Das Kapital, Il Capitale di Karl Marx: volevano capire cosa stava succedendo. Personalmente io, ma credo anche Ingo, già venticinque anni fa sapevo come sarebbe andata a finire. A scuola noi studiavamo l'economia marxista, non eravamo così naif come volevano farci apparire. Marx era un genio, è stato abilissimo nello spiegare come funzionasse il sistema capitalista e a individuarne tutte le falle: un'analisi perfetta. Peccato che non si sia cimentato in uno studio altrettanto enciclopedico sul possibile modello di sviluppo dell'economia socialista.

Ma ditemi, come immaginate le vostre vite all'interno di una Ddr sopravvissuta alle spallate della società tedesca e alla voglia di libertà?
IS: Scusa se rido alla tua domanda, non offenderti. Ma è come se mi avessi chiesto: "Ingo, cosa avresti fatto nella vita se fossi nato sulla Luna?". Non lo so... probabilmente avrei continuato a lavorare nel teatro, quello che facevo prima: piccole sceneggiature, monologhi. In effetti, io esisto come scrittore proprio dal 1990.

Già! E ora The New Yorker ti ha annoverato tra i migliori romanzieri del nostro tempo. E tu Andreas, come sarebbe stata la tua carriera?
AD: Avrei fatto comunque il regista. Nel 1990 mi sono diplomato alla Scuola di Cinema di Babelsberg e i miei film sarebbero stati prodotti dalla Defa, la casa di produzione statale.

Si, e immagino quanta libertà di espressione avresti avuto: il partito ti avrebbe precettato per qualche film di propaganda, la censura sarebbe stata il tuo più valido collaboratore e a quest'ora i premi ricevuti ai festival internazionali, Cannes incluso, sarebbero stati giusto un sogno.
AD: Questo è un vecchio cliché sulla Ddr e sull'intera produzione artistica e letteraria. Anche tu, vedo, sei vittima di questo stereotipo. Io cominciai la scuola nel 1986, quando alla direzione c'era Lothar Bisky: un personaggio straordinario. Era un uomo di partito, è vero, però era un riformatore. Portò all'interno della scuola i concetti di Glasnost e Perestroika. Ci spingeva a esprimerci liberamente e ha sempre protetto i suoi allievi e i suoi film. Nella scuola c'era un'atmosfera molto libera e rilassata. Attraverso le sue produzioni criticò diversi aspetti dell'apparato. Ad esempio, nel 1988 realizzò un documentario molto duro sulle forze armate della Ddr che non piacque, ovviamente, ai vertici militari. Nonostante mille opposizioni, riuscì comunque a imporne la pubblicazione. Non contesto che dalla Defa uscissero molti film di propaganda, ma altrettanti erano veri e propri capolavori. Molti registi, di comprovata onestà intellettuale, si sono visti stroncare la loro carriera dopo la caduta del Muro e non hanno più lavorato: all'Ovest, i film del nostro mondo non interessavano.

foto s.pellecchia prospektSono stati discriminati dalle produzioni della Germania riunificata?
AD: Ma io non parlerei di discriminazione. Credo che nessuno volesse discriminarli. Si tratta di ignoranza: non conoscendo nulla del cinema della Ddr, i produttori non sono stati in grado di capire chi fosse davvero coinvolto nelle logiche di partito e soprattutto di capire i colori e le sfumature di quel tipo di cinema. I tedeschi della Ddr sono profondamente colti e abituati a leggere tra le righe: mentre nella Repubblica Federale si producevano in serie film sul passato della Germania, sulla guerra e sul regime nazista, prendendo a piene mani dalle produzioni holliwoodiane, nella Ddr, ma anche negli altri paesi dell'est si faceva un lavoro di introspezione sulla vita quotidiana. Ma posso capire che non a tutti interessava aprire una finestra su quella parte di mondo.

A te invece è andata meglio, no?
AD: Si. Devo ammettere di essere stato fortunato. Ho finito gli studi in una grande scuola di cinema e sono entrato nel mondo del lavoro nel 1990. Le produzioni della Germania dell'Ovest cercavano giovani direttori che non avessero avuto il tempo di "compromettersi" con il regime.

Ingo, nel tuo romanzo 'Vite Nuove' contestualizzi la storia nel 1990, l'anno del cambiamento. Riesci in una battuta a concretizzare la virata che c'è stata nell'ideologia e nel sistema economico?
IS: C'è un esempio che può rendere molto bene l'idea: prima del 1989 potevi liberamente criticare il tuo datore di lavoro, ma non potevi dire assolutamente nulla contro il partito; oggi puoi dire ogni sconcezza rivolta ai membri del governo, ma nulla contro il tuo capoufficio. A meno che non ti sia stancato del tuo lavoro.

Cosa non ha funzionato? Qual è la differenza con gli altri Paesi del ex blocco sovietico? Perché voi non avete raggiunto ancora l'obiettivo di essere un 'popolo solo', amalgamato?
IS: Semplicemente perché non ci siamo venuti incontro naturalmente: ci vuole tempo per assimilare un nuovo sistema di vita, per di più imposto.

E venti anni non sono bastati?
AD: No. Sono d'accordo con Ingo. Vuoi sapere qual'è la differenza con gli altri Paesi del blocco? Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca hanno potuto organizzarsi da soli e fare progressi giorno per giorno, insieme. Hanno potuto creare il loro 'nuovo sistema' senza ingerenze esterne. Ti faccio un rapido esempio: dall'oggi al domani, il sistema televisivo della Ddr è stato spento e si è passati a quello della Repubblica Federale. E sappiamo benissimo quanto la televisione sia un punto di riferimento importante per la gente. A Praga piuttosto che a Budapest, anche la tv ha subito un lungo e lento processo di maturazione-assimilazione.

Quindi la missione 'Germania Riunificata', continua?
IS: Si, continua. Ma c'è da modificare un parametro: fino a dieci anni fa bisognava risolvere solo la questione 'geografica'. Adesso c'è anche un altro muro da tirare giù: quello tra ricchi e poveri. È una sfida molto difficile da vincere perché la distanza rischia di diventare incolmabile.

Va bene... Allora finiamo il vino e diamoci appuntamento al 2019, per il trentennale. Vedremo a che punto siete e se avrete vinto la sfida.

 

Nicola Sessa

tratto dal mensile monografrico di settembre di PeaceReporter

Parole chiave: Iron curtain, Muro, Berlino, Schulze, Dresen
Luogo: Germania