06/11/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Kaliningrad, exclave russa precipitata in Europa nel 1946, ha oggi un problema di identità

Si racconta che i cittadini di Koenigsberg fossero soliti regolare gli orologi alla vista del filosofo Immanuel Kant, uomo talmente metodico da non sbagliare mai l'orario delle sue passeggiate lungo le strade della città. La Koenigsberg nella quale Kant nacque, visse e morì, oggi non esiste più. Era una tra le più fiorenti e meravigliose città dell'impero prussiano, del quale divenne capitale. Fondata nel 1254 dai Cavalieri teutonici, nel Medioevo e nel Rinascimento fu centro di intensi commerci con Londra e Novgorod, allora seconda città dell'impero russo. Fiorì e si sviluppò, Koenigsberg, fino a diventare la perla architettonica della Prussia Orientale, porto sul Baltico circondato da una natura intatta e coronato dalle splendide dune di Kurshskaya Kosa, oggi patrimonio mondiale dell'Unesco.

Koenigsberg perse per sempre la sua storia, la sua dignità e il suo nome dopo 500 tonnellate di bombe britanniche piovute da un cielo in tempesta nell'estate del '44 e dopo tre giorni di assedio sovietico nell'aprile del '45 (morirono 46 mila soldati tedeschi e 60 mila sovietici). Delle mura fortificate, del castello, della cattedrale, dell'università Albertina, dei quartieri di Altstadt, Löbenicht, Kneiphof non rimane memoria. Un destino inflitto a Koenigsberg prima da Londra, per vendetta contro il bombardamento tedesco di Coventry, poi perchè gli Alleati sapevano, dopo Yalta, che la città sarebbe diventata di Stalin. Non volevano lasciargli un simile gioiello.

La condanna a morte di Kaliningrad fu completata dai sovietici, attraverso una delle più feroci pulizie etniche della Seconda Guerra mondiale e la completa russificazione della regione. L'85 percento della città fu distrutta e 200 mila cittadini (dei 316 mila che la abitavano prima della guerra) furono cacciati in Germania o deportati in Siberia. Molti altri morirono nei bombardamenti o nell'assedio. Dopo essere stata ribattezzata Kaliningrad nel 1946, in onore dell'amico di Lenin Michail Kalinin, un membro del Politburo che mai visitò questi luoghi, la sua urbanistica seguì il triste destino di molte città sovietiche. Ci pensarono gli architetti del realismo socialista a violentare ciò che rimaneva della città illustre, quasi in segno di spregio verso i vinti. Atlantide sprofondata nell'Europa centrale senza lasciar traccia, Koenisgberg cessò definitivamente di esistere dopo la Seconda Guerra mondiale. Durante gli anni della Guerra Fredda, molte aree di Kaliningrad sono rimaste zone militari chiuse, baluardi difensivi, cannoni puntati contro l'Occidente. Anche se dopo la caduta del comunismo decine di migliaia di militari sono stati trasferiti, la città, e in special modo il suo porto, è ancora pesantemente militarizzata. Lo scalo di Baltiysk, 30 chilometri a ovest della città, è la sede della Flotta del Mar Baltico. Insieme al porto commerciale di Kaliningrad, è l'unico scalo russo sul Baltico navigabile tutto l'anno.

Kaliningrad, exclave russa precipitata in Europa nel 1946, ha oggi un problema di identità: disseppellire il suo passato germanico, continuare a gloriarsi della sua manifesta russicità o plasmare con coraggio un futuro nuovo ed europeista? Sfrontatamente, la città sta facendo tutte e tre le cose, con un risultato imprevedibile. La sensazione, attraversando Leninsky Prospekt, la principale arteria che conduce dritto dritto all'imponente hotel Kaliningrad, è di sentirsi a tutti gli effetti in una città russa. Ma ad ogni angolo, seminascoste, emergono le contraddizioni tra ciò che rimane di Koenigsberg (due o tre porte medioevali, la cattedrale ricostruita, qualche forte prussiano in periferia) e la realtà di un'exclave dove anche Putin veniva spesso in vacanza (essendone la moglie Ludmila originaria): una città aperta, liberale, orientata a Occidente più di quanto qualsiasi altra città della grande Madre Russia ambirebbe a essere. I russi vengono qui in villeggiatura, nei resort in riva al Baltico a gustare sgombri affumicati, a visitare le dune sabbiose più alte d'Europa o ad acquistare l'ambra proveniente dalle miniere più estese del mondo. Con la preziosa resina del Giurassico fu costruita la celebre Camera d'ambra del Palazzo d'Estate di San Pietroburgo, sontuoso regalo dei prussiani allo zar Pietro il Grande che la Wehrmacht trafugò alle porte della città assediata nel 1941. Come Koenigsberg, quel tesoro scomparve senza lasciare traccia.

A nessun occidentale era consentito l'ingresso a Kaliningrad durante il regime sovietico. Dopo il collasso dell'impero, Mosca ha escogitato una serie di piani di 'restyling' per lo storico avamposto militare. Yeltsin vedeva Kaliningrad come la Hong Kong russa, una zona di libero scambio per attirare gli investitori stranieri. Putin voleva avvicinarla alla Russia, costruirvi un impianto nucleare che esportasse energia in Europa. Tra le idee più bizzarre anche quella di trasformarla in un tempio del gioco stile Las-Vegas, con una costellazione di resort di lusso. In risposta allo scudo missilistico statunitense in Repubblica Ceca e Polonia, Medvedev ha infine dichiarato che vi avrebbe installato i missili a corto raggio Iskander. Semplice retorica, forse. Una carta da giocare nelle trattative con Obama, a monito del fatto che i rapporti Russia e Nato non sono per nulla in acque placide, specie dopo il conflitto in Ossezia. Cosa rappresenta Kaliningrad per Mosca? E' una finestra aperta sull'Europa o l'ultimo avamposto per difendere l'onore della Grande Madre Russia? Qui numerosi cittadini dichiarano di sentirsi più vicini a Berlino che a Mosca. I legami con l'Europa - con il suo fascino culturale e la sua centralità economica - hanno fatto sì che le reazioni all'annuncio di Medvedev sul dispiegamento dei missili fossero variegate. Ma un sondaggio della 'Public Opinion' di Mosca conforta la tesi di chi considera Kaliningrad ancora fieramente russa: oltre il 60 percento non obietta allo schieramento degli Iskander.

Dalla caduta del Muro di Berlino, a Kaliningrad è infuriato il dibattito sulla toponomastica. Lasciare il nome attuale, chiamarla nuovamente Koenigsberg o trovarle un nuovo nome? Alcuni cittadini vorrebbero alleviare il peso storico e morale che la città è costretta a scontare con un simile nome, epitome di infamia, tradimento e vergogna. Michail Kalinin, fedelissimo di Stalin, firmò centinaia di condanne a morte di persone innocenti. Insieme agli altri membri del Politburo, affisse il suo sigillo all'omicidio della foresta di Katyn, dove furono trucidati a sangue freddo 20 mila polacchi nell'invasione sovietica del 1940. Quando la moglie fu rinchiusa per anni in un gulag, egli non fece nulla per salvarla. Tornare al nome prussiano potrebbe portare con sé paure - mai sopite nell'animo dei russi - di una possibile ri-germanizzazione e di un virtuale separatismo da Mosca. Ma legami sociali e culturali con la Russia sono solidi, e gli interessi economici la tengono indissolubilmente legata a Mosca. Oggi, solo il dieci per cento dei suoi abitanti vorrebbe entrare nell'Unione Europea.

"L'ho chiamato 'Koenigsberg perdonami', il mio libro di fotografie, anche se il nome più appropriato avrebbe dovuto essere 'Koenigsberg addio'. Perchè ciò che di poco rimaneva, in termini storici e culturali, della città prima della guerra, è sempre stato terreno di battaglia di politici, amministratori e storici, che mai hanno trovato un accordo su come interpretare il prima, inquadrandolo in una prospettiva presente e futura. In questo senso, il passato di Kaliningrad è stato una vittima designata". Dmitriy Bishenevskiy, fotografo, uno dei 'custodi non riconosciuti' della memoria dell'exclave, sembra quasi stupito che qualcuno si interessi ai problemi dell'identità del luogo dove è nato. Ha iniziato la sua carriera artistica scrivendo poesie. Poi - confessa - l'impulso creativo si inaridiva man mano che la città si occidentalizzava.
"Tramite le foto, ho cercato di fare un sintesi del difficile processo di rielaborazione storica del passato di questo luogo, al termine del quale ho ricevuto conferma che la cultura precedente non ci sarà più, né che sarà più possibile ricostruirla. Ma dalla regione doveva comunque emergere qualcosa di positivo. Solo quando nella mia mente sono nate le parole 'Koenigsberg perdonami', anzichè 'Koenigsberg addio', ho realizzato che questo era un mezzo per poter uscire da una crisi culturale e di recuperare tale cultura". Dov'era quando è caduto il muro di Berlino?
"Ero a Kaliningrad. In quel tempo ho fatto di tutto per demolire il muro a distanza. Credo di aver fatto parte di un collettivo di giovani sovietici che non volevano vivere secondo i modelli arcaici, ma che tuttavia non sapevano neppure come vivere in modo nuovo". Come è stata avvertita la caduta del muro a Kaliningrad? "E' sempre stata una città più libera nelle relazioni internazionali, con maggiore possibilità di comunicazione con altri paesi. Città di marinai. Chi tornava a casa dopo i lunghi viaggi intorno al mondo portava merci, prodotti, informazioni sul resto del mondo. Così gli abitanti di Kaliningrad avevano più contatti con l'esterno rispetto agli altri russi. Tanto per dire, in epoca sovietica c'erano più jeans a Kaliningrad che altrove.. Intendo 'jeans' come modo di vivere". Si sente europeo, Dmitry? "Vivo in uno stato di confine, vorrei essere più europeo di quanto non mi senta. Dall'altra parte mi dispiace di essere così lontano rispetto alla cultura russa". Ha sempre voluto fare il fotografo? "No, da bambino volevo essere un viaggiatore". E' curioso il fatto che sognava di viaggiare e oggi si trova su un'isola. "Il paradosso è che amo viaggiare nella regione di Kaliningrad. E' un posto fantastico, per un fotografo. La regione offre moltissimi temi. Con una sola foto, qui si può raccontare una storia intera, anzichè narrare attraverso più immagini. I miei soggetti preferiti sono i paesaggi urbani, brani di territorio che hanno una forte carica storica, culturale e sociale". Sente un dovere morale il fatto di rimanere qui? "Uno scrittore famoso scriveva: siamo responsabili di quelli o di quello che abbiamo adottato. Io mi sento responsabile di questa terra. So benissimo che molte persone non accettano le conclusioni a cui arriva il mio lavoro fotografico. Ma lo faccio consapevolmente, in armonia con me stesso. Da un lato sono parte integrante di questa storia, dall'altro mi sento come un chirurgo che opera un intervento molto complicato di 'trasferimento dell'anima'. La città dopo la guerra era un corpo senza vita, un cadavere. Per farlo vivere bisognava soffiargli dentro un'anima. Se parliamo del periodo sovietico, questo non esiste più. La responsabilità del mio mestiere risiede nell'intervenire su questo cadavere per dargli un cuore. I fotografi possono essere responsabili più dei chirurghi, nell'impiantare un cuore". Com'era fare il fotografo in epoca sovietica? "Quando ho smesso di scrivere poesie mi sono accorto che il massimo della libertà sarebbe stato diventare fotografo. Ma molto presto ho capito che lavorare per il giornalismo era lavorare per il giornalismo comunista. Non c'era altro giornalismo. Era molto difficile non diventare uno strumento nelle mani di qualcuno. Io e altri colleghi abbiamo cercato di trovare una via alternativa. E forse l'abbiamo trovata".

Fuori dal centro, un forte prussiano ha resistito alla devastazione della guerra. E' il forte numero uno, teatro di sanguinosi scontri tra la Wehrmacht e l'Armata Rossa. Un clandestino lituano, con il tacito consenso delle autorità, lo ha eletto a suo 'rifugio'. Ci abita con moglie e figlio, recluso volontario e asceta al contempo, inesorabile nella sua missione: preservare il passato germanico di Kaliningrad. Questo improvvisato custode della Storia a sera trova riposo tra i cimeli di guerra (elmetti, granate, mitragliatrici, bombe inesplose) dopo che anche l'ultima scolaresca ha terminato la visita al forte-museo. Sullo sfondo di un'enorme tenda da campo, Stanislav Larushionis il dissidente, il reietto, ha trovato qui il suo posto nella vita.

"Dire che sono venuto qui per conservare le tracce della storia sarebbe riduttivo. Il fattore nostalgico ha comunque la sua importanza. Il percorso è stato molto lungo, è passsato attraverso la mia storia personale. Avevo nostalgia di qualcosa che è stato sepolto. Il periodo dei due blocchi mi ha visto attraversare molte esperienze. Poi, nell'88-89 abbiamo fondato una cooperativa, volevamo tirar su quattrini esclusivamente per recuperare Koenigsberg. Ma chi voleva avviare una simile attività in quegli anni era soggetto ad un dedalo inestricabile di vincoli burocratici. Inoltre, non si potevano aprire cooperative nel settore delle pulizie, delle riparazioni meccaniche o del commercio. Ogni volta che qualcuno voleva aprire qualcosa c'era una riunione delle autorità cittadine, che stabilivano cosa fosse utile o conveniente per la città. Io ero un dissidente, ero contro il sistema, partecipavo a proteste, a dimostrazioni contro il totalitarismo. Mi sono reso conto che le persone del dopo '89 erano le stesse del prima. Stesse persone, stesso modo di governare. Io sono sempre stato un individuo alla costante ricerca della libertà. Ogni sistema che mi impedisce di esercitare la mia libertà, l'ho sempre osteggiato". Qual'è il futuro di Kaliningrad? "Mi scuso per la volgarità, ma nella cerchia dei miei amici c'è un gioco di parole molto calzante riguardo a ciò che pensiamo di Kaliningrad. La chiamiamo Ka-ka, che è il raddoppiamento della sillaba iniziale, ma che in russo significa 'cacca'. Io vorrei che Kaliningrad non esistesse. Vorrei che Koenigsberg tornasse in vita, che risorgesse dalle macerie. Col tempo ho scoperto che è una lotta contro i mulini a vento. Ci deve essere anche il futuro, ma così come lo vogliono i cittadini di questo posto. Personalmente mi sento cittadino di Koenigsberg, e ritengo che anche Koeingsberg dovrebbe avere un futuro. Quale sia, però, io non so dirlo. Da una parte voglio essere indipendente e libero, dall'altra ho uno scopo nella vita che è quello di dissotterrare il passato. E per farlo sono costretto a vivere qui, nel forte numero uno, in un luogo dove, apparentemente, la mia libertà è limitata". "Oggi le autorità sono molto più tolleranti rispetto al mio lavoro, e il livello di inimicizia è molto diminuito. Tutto il materiale che ho raccolto in questi anni è in esposizione permanente. E' un museo che le scuole visitano, perchè la storia di Koenigsberg non sia dimenticata. Sono pochissimi i posti dove le persone possono toccare con mano la Storia. La fortezza è uno di questi. Anche se sono clandestino, in questa terra mi sento un uomo libero. E' per godere della mia libertà che ho scelto consapevolmente di vivere su un'isola".

 

Luca Galassi

 

tratto dal mensile monografico di PeaceReporter sulla caduta del Muro

 

Parole chiave: Muro, cortina di ferro, peacereporter
Luogo: Germania