Una famiglia israeliana dell'alta borghesia di Tel Aviv di fronte al futuro del Paese
dal nostro inviato
Christian Elia
Una famiglia come
tante. “
Sabbath shalom”, dice
Daniel, il cucciolo di casa Goldstein, dopo aver acceso le candele rituali e
schiudendo le mani portate davanti agli occhi. Termina così, con un saluto di
benvenuto al giorno di festa per gli ebrei, la preghiera che introduce la festa
della
Sabbath
(il sabato), che
comincia al tramonto del venerdì e finisce al tramonto del giorno dopo.
I
Goldstein vivono in un sobborgo residenziale alle porte di Tel Aviv,
non
lontano dal faraonico aeroporto Ben Gurion inaugurato quattro mesi fa.
Il
rituale prevede che sia la donna di casa ad accendere le candele, ma i
Goldstein
sono religiosi in modo tranquillo, senza fanatismi, e allora spazio al
più
piccolo della casa. Daniel ha 12 anni e, assieme a suo fratello Yossi
di 16
anni, sono i figli di Liran Goldstein, chirurgo plastico stimato che
conduce
anche una trasmissione radiofonica sui problemi estetici delle donne, e
di
Silvia Goldstein, psichiatra italiana che ha sposato 18 anni fa Liran,
quando
entrambi studiavano a Firenze. La casa dove la famiglia Goldstein si
riunisce
il venerdì sera è quella di Mair Goldstein, padre di Liran. Al fianco
di nonno
Mair c’è Leah, la moglie, anche lei psicanalista, che ormai non
esercita più.
A
completare il quadro di una “famiglia come tante” ci sono Isaac,
fratello minore di Liran, autore di documentari, ed Ester, la sorella
più grande,
architetto.
Un mondo a parte. Il
primo dubbio che i Goldstein non siano proprio una famiglia come tante lo si ha
guardando la loro casa, bellissima, arredata con classe. Il tavolo,
apparecchiato con una tovaglia bianca di un tessuto raffinato, le posate di
valore e i bicchieri di cristallo, è al centro di un accogliente salotto, con
poltrone e divani tutto attorno, mentre dalle porte-finestre si vedono gli
alberi che oscillano placidi al soffio del vento. Non proprio una casa da
impiegato statale insomma. Infatti il signor Meir è un costruttore che lavora
in Africa orientale, ma che in tempi di vacche magre come quelli che sta
vivendo Israele, non disdegna un pò di import-export dal continente nero. Non
è
solo l’aspetto economico a colpire però, ma anche e soprattutto l’assoluta
tranquillità del luogo. Un ospite ha bisogno di guardare il visto d’ingresso in
Israele per rendersi conto del fatto di essere in un Paese dove sono morte più
di 4 mila persone negli ultimi 5 anni. Qui di kamikaze, incursioni
dell’esercito, case abbattute o occupate, muri di separazione, check-point e
così via non c’è traccia. Questo centro potrebbe essere alla periferia di
Copenaghen o di Losanna. Invece la guerra c’è anche qui, ma è percepita in modo
diverso.
Le donne di casa Goldstein.
“Io ricordo ancora molto bene le baionette dei militari inglesi nel
giardino di casa mia”, racconta Leah che sotto i capelli a caschetto di un
rosso vivo e un paio di occhiali anni Settanta cela uno sguardo solido come
l’acciaio, “sa io sono nata qui, prima dello Stato d’Israele. Ricordo l’occupazione
e gli ebrei in fuga dalla Shoah ributtati a mare dai militari britannici. La
mia famiglia e quella di mio marito sono askhenazite, cioè provengono dalla
Polonia e dalla Ungheria. I nostri padri fuggirono dai pogrom e sono arrivati
qui. Quando ci penso mi ritengo fortunata. Avessero fatto un’altra scelta,
adesso chi sa…”. Leah tace per un secondo, giusto per riordinare le idee, poi
continua a parlare spiegando che “non smetto di sperare nella pace, perché vivo
in guerra da quando sono nata, ma non ho pensato mai, neanche per un minuto che
questo sia l’unico modo di vivere”. La signora Goldstein monopolizza la
conversazione e tiene a precisare che lei è “perfettamente consapevole delle
condizioni di vita dei civili palestinesi e che la violenza non porterà a nulla
di buono. Io ci tengo a dire che non ho votato Sharon, perché per me è un
criminale, ma allo stesso tempo temo che sia stato eletto per l’aggravarsi
della situazione. I media in Europa hanno una visione univoca del conflitto,
puntano sempre il fucile contro Israele, ma nessuno parla dei nostri problemi.
Io
sono convinta che anche i palestinesi vogliano la pace e che prima o poi
arriverà. Ma tutti dobbiamo rinunciare a qualcosa, anche l’Europa deve
rinunciare alla sua parzialità. Vede, in questa casa sono rappresentate tutte
le
idee politiche e discutiamo continuamente. La società israeliana vuole la pace,
ma vuole anche la sicurezza”. Leah, se si prova a far notare che le violazioni
dei diritti umani non sono un buon inizio sulla strada della pace, risponde che
anche su questo punto c’è cattiva informazione. “Guardi che i più fanatici sono
gli ultimi arrivati”, dice Leah, “soprattutto gli immigrati dalla Russia e
dagli Stati Uniti. I primi sono brutali per farsi accettare in una società
nella quale non riescono a integrarsi, i secondi lo sono per fanatismo
religioso. Gli israeliani storici sono diversi. Non è un caso che la polemica
contro i coloni sia sempre più radicale nel Paese: non è possibile che Israele
mandi i propri giovani a rischiare la vita nei Territori Occupati per difendere
qualche migliaio di testardi che vogliono stare lì a ogni costo. E’ una follia
e Sharon fa bene a sgomberare Gaza, anche se lui per primo ha contribuito in
passato a creare il problema”.
Cuore di mamma. Un
modo per una verifica immediata della versione della signora Goldstein ci
sarebbe, ma Mair, Liran e Isaac, i tre uomini di casa che hanno prestato
servizio militare e che restano riservisti, quindi testimoni oculari degli
eventi, si eclissano davanti alla televisione del salotto. Non vogliono
esprimersi o non vogliono ricordare il servizio. Silvia invece resta al fianco
della suocera. Lei ha compiuto una scelta coraggiosa quando ha deciso di
seguire Liran in Israele dalla natia Toscana, dovendo affrontare anche una conversione
di Stato, visto che si è ebrei per discendenza materna e Israele, almeno sulla
carta, cerca di concedere la nazionalità solo a ebrei. “Per sposarmi ho dovuto
convertirmi all’ebraismo”, racconta l’affascinante dottoressa dagli occhi blu,
“ho seguito un corso duro e ho sostenuto un esame di tre ore. Ma l’ho fatto per
i miei figli. Per rendere loro la vita più facile in Israele. Ora sono
terrorizzata. Yossi, il figlio più grande, tra due anni andrà al militare.
Ho paura e mi spiace che dopo il liceo non possa continuare gli studi
universitari. Lo potrà fare solo dopo aver fatto il soldato. E’solo un ragazzo
e il mio cuore di mamma mi fa sperare che non parta. Ma la società israeliana
è
molto dura con chi non fa il militare e tende a emarginare gli obiettori. A
volte mi domando il perché di tutto questo, ma poi mi guardo intorno e mi chiedo
se
Israele potrebbe essere quello che è oggi senza il suo esercito. Non lo so e
forse è giusto che da un Paese non si pretenda solo sicurezza e benessere, ma
che si dia anche un contributo”. Un mondo a parte insomma, un pezzo d’Occidente
piantato nel mezzo del mondo arabo e sulla terra che abitavano i Palestinesi.
Ma anche uno stato che è stato capace di costruire un Paese moderno e ricco, in
mezzo a tanta povertà e disperazione. Un Paese ossessionato dalla sicurezza e
dal suo passato, ma che per questo finisce per umiliare la speranza di una vita
dignitosa per la Palestina. Due mondi troppo vicini e troppo lontani. Ma forse
meno di quello che si può credere. Con uno sforzo d’immaginazione si può
immaginare Yossi che presta servizio militare nei Territori Occupati, magari
a uno delle decine di check-point. Potrebbe fermare un ragazzo palestinese di
16 anni, come accade ogni giorno per centinaia di volte. Questo ragazzo ha
sicuramente una mamma che ogni giorno lo guarda crescere preoccupandosi del suo
presente e del suo futuro. Una mamma come Silvia. Magari, facendo uno
sforzo di fantasia, Israele e Palestina non sono poi così lontani.