29/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una famiglia israeliana dell'alta borghesia di Tel Aviv di fronte al futuro del Paese
dal nostro inviato
Christian Elia
 
 
municipio di tel aviv, nei pressi del quale fu assassinato rabin nel 1995 - foto di gianfranco marinoUna famiglia come tante.Sabbath shalom”, dice Daniel, il cucciolo di casa Goldstein, dopo aver acceso le candele rituali e schiudendo le mani portate davanti agli occhi. Termina così, con un saluto di benvenuto al giorno di festa per gli ebrei, la preghiera che introduce la festa della Sabbath (il sabato), che comincia al tramonto del venerdì e finisce al tramonto del giorno dopo. I Goldstein vivono in un sobborgo residenziale alle porte di Tel Aviv, non lontano dal faraonico aeroporto Ben Gurion inaugurato quattro mesi fa. Il rituale prevede che sia la donna di casa ad accendere le candele, ma i Goldstein sono religiosi in modo tranquillo, senza fanatismi, e allora spazio al più piccolo della casa. Daniel ha 12 anni e, assieme a suo fratello Yossi di 16 anni, sono i figli di Liran Goldstein, chirurgo plastico stimato che conduce anche una trasmissione radiofonica sui problemi estetici delle donne, e di Silvia Goldstein, psichiatra italiana che ha sposato 18 anni fa Liran, quando entrambi studiavano a Firenze. La casa dove la famiglia Goldstein si riunisce il venerdì sera è quella di Mair Goldstein, padre di Liran. Al fianco di nonno Mair c’è Leah, la moglie, anche lei psicanalista, che ormai non esercita più. A completare il quadro di una “famiglia come tante” ci sono Isaac, fratello minore di Liran, autore di documentari, ed Ester, la sorella più grande, architetto.
 
veduta di tel aviv - foto di gianfranco marinoUn mondo a parte. Il primo dubbio che i Goldstein non siano proprio una famiglia come tante lo si ha guardando la loro casa, bellissima, arredata con classe. Il tavolo, apparecchiato con una tovaglia bianca di un tessuto raffinato, le posate di valore e i bicchieri di cristallo, è al centro di un accogliente salotto, con poltrone e divani tutto attorno, mentre dalle porte-finestre si vedono gli alberi che oscillano placidi al soffio del vento. Non proprio una casa da impiegato statale insomma. Infatti il signor Meir è un costruttore che lavora in Africa orientale, ma che in tempi di vacche magre come quelli che sta vivendo Israele, non disdegna un pò di import-export dal continente nero. Non è solo l’aspetto economico a colpire però, ma anche e soprattutto l’assoluta tranquillità del luogo. Un ospite ha bisogno di guardare il visto d’ingresso in Israele per rendersi conto del fatto di essere in un Paese dove sono morte più di 4 mila persone negli ultimi 5 anni. Qui di kamikaze, incursioni dell’esercito, case abbattute o occupate, muri di separazione, check-point e così via non c’è traccia. Questo centro potrebbe essere alla periferia di Copenaghen o di Losanna. Invece la guerra c’è anche qui, ma è percepita in modo diverso.
 
dizengoff rehov, la via principale del centro di tel aviv - foto di gianfranco marinoLe donne di casa Goldstein. “Io ricordo ancora molto bene le baionette dei militari inglesi nel giardino di casa mia”, racconta Leah che sotto i capelli a caschetto di un rosso vivo e un paio di occhiali anni Settanta cela uno sguardo solido come l’acciaio, “sa io sono nata qui, prima dello Stato d’Israele. Ricordo l’occupazione e gli ebrei in fuga dalla Shoah ributtati a mare dai militari britannici. La mia famiglia e quella di mio marito sono askhenazite, cioè provengono dalla Polonia e dalla Ungheria. I nostri padri fuggirono dai pogrom e sono arrivati qui. Quando ci penso mi ritengo fortunata. Avessero fatto un’altra scelta, adesso chi sa…”. Leah tace per un secondo, giusto per riordinare le idee, poi continua a parlare spiegando che “non smetto di sperare nella pace, perché vivo in guerra da quando sono nata, ma non ho pensato mai, neanche per un minuto che questo sia l’unico modo di vivere”. La signora Goldstein monopolizza la conversazione e tiene a precisare che lei è “perfettamente consapevole delle condizioni di vita dei civili palestinesi e che la violenza non porterà a nulla di buono. Io ci tengo a dire che non ho votato Sharon, perché per me è un criminale, ma allo stesso tempo temo che sia stato eletto per l’aggravarsi della situazione. I media in Europa hanno una visione univoca del conflitto, puntano sempre il fucile contro Israele, ma nessuno parla dei nostri problemi. Io sono convinta che anche i palestinesi vogliano la pace e che prima o poi arriverà. Ma tutti dobbiamo rinunciare a qualcosa, anche l’Europa deve rinunciare alla sua parzialità. Vede, in questa casa sono rappresentate tutte le idee politiche e discutiamo continuamente. La società israeliana vuole la pace, ma vuole anche la sicurezza”. Leah, se si prova a far notare che le violazioni dei diritti umani non sono un buon inizio sulla strada della pace, risponde che anche su questo punto c’è cattiva informazione. “Guardi che i più fanatici sono gli ultimi arrivati”, dice Leah, “soprattutto gli immigrati dalla Russia e dagli Stati Uniti. I primi sono brutali per farsi accettare in una società nella quale non riescono a integrarsi, i secondi lo sono per fanatismo religioso. Gli israeliani storici sono diversi. Non è un caso che la polemica contro i coloni sia sempre più radicale nel Paese: non è possibile che Israele mandi i propri giovani a rischiare la vita nei Territori Occupati per difendere qualche migliaio di testardi che vogliono stare lì a ogni costo. E’ una follia e Sharon fa bene a sgomberare Gaza, anche se lui per primo ha contribuito in passato a creare il problema”.
 
dizengoff rehov a tel aviv - foto di gianfranco marinoCuore di mamma. Un modo per una verifica immediata della versione della signora Goldstein ci sarebbe, ma Mair, Liran e Isaac, i tre uomini di casa che hanno prestato servizio militare e che restano riservisti, quindi testimoni oculari degli eventi, si eclissano davanti alla televisione del salotto. Non vogliono esprimersi o non vogliono ricordare il servizio. Silvia invece resta al fianco della suocera. Lei ha compiuto una scelta coraggiosa quando ha deciso di seguire Liran in Israele dalla natia Toscana, dovendo affrontare anche una conversione di Stato, visto che si è ebrei per discendenza materna e Israele, almeno sulla carta, cerca di concedere la nazionalità solo a ebrei. “Per sposarmi ho dovuto convertirmi all’ebraismo”, racconta l’affascinante dottoressa dagli occhi blu, “ho seguito un corso duro e ho sostenuto un esame di tre ore. Ma l’ho fatto per i miei figli. Per rendere loro la vita più facile in Israele. Ora sono terrorizzata. Yossi, il figlio più grande, tra due anni andrà al militare. Ho paura e mi spiace che dopo il liceo non possa continuare gli studi universitari. Lo potrà fare solo dopo aver fatto il soldato. E’solo un ragazzo e il mio cuore di mamma mi fa sperare che non parta. Ma la società israeliana è molto dura con chi non fa il militare e tende a emarginare gli obiettori. A volte mi domando il perché di tutto questo, ma poi mi guardo intorno e mi chiedo se Israele potrebbe essere quello che è oggi senza il suo esercito. Non lo so e forse è giusto che da un Paese non si pretenda solo sicurezza e benessere, ma che si dia anche un contributo”. Un mondo a parte insomma, un pezzo d’Occidente piantato nel mezzo del mondo arabo e sulla terra che abitavano i Palestinesi. Ma anche uno stato che è stato capace di costruire un Paese moderno e ricco, in mezzo a tanta povertà e disperazione. Un Paese ossessionato dalla sicurezza e dal suo passato, ma che per questo finisce per umiliare la speranza di una vita dignitosa per la Palestina. Due mondi troppo vicini e troppo lontani. Ma forse meno di quello che si può credere. Con uno sforzo d’immaginazione si può immaginare Yossi che presta servizio militare nei Territori Occupati, magari a uno delle decine di check-point. Potrebbe fermare un ragazzo palestinese di 16 anni, come accade ogni giorno per centinaia di volte. Questo ragazzo ha sicuramente una mamma che ogni giorno lo guarda crescere preoccupandosi del suo presente e del suo futuro. Una mamma come Silvia. Magari, facendo uno sforzo di fantasia, Israele e Palestina non sono poi così lontani.

Christian Elia

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