A quasi una settimana dall'assalto a tre villaggi a maggioranza cristiana della Nigeria centrale, molti elementi sono più chiari, tranne - paradossalmente - il numero delle vittime. Attivisti per i diritti umani e leader religiosi parlano di 500 morti, cifra confermata dal commissario all'Informazione dello stato del Plateau, Gregory Yenlong. Secondo la polizia nigeriana i morti sarebbero 109 anche se solo il corrispondente dell'agenzia Reuters ne ha contati 300 .
La dinamica. Intanto l'elefantiaco e poco affidabile apparato di sicurezza locale si è messo in moto e ha presentato al presidente facente funzione, Goodluck Jonathan, i primi risultati: 200 persone arrestate, 49 delle quali in procinto di essere processate e condannate per aver preso parte all'ultima carneficina.
"Si tratta prevalentemente di musulmani di etnia Fulani", ha detto alla Bbc il portavoce della polizia Mohammed Lerama.
Emergono, nel frattempo, ulteriori dettagli relativi alla dinamica dei fatti. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, gli attacchi di domenica contro i villaggi di Dogo Nahawa, Ratsat e Zot sarebbero cominciati alle tre del mattino e sarebbero partiti in simultanea, segno che non si è trattato di un'azione improvvisata da una banda di ubriachi ma di una macelleria pianificata con metodo. Erano vestiti di nero, alcuni indossavano uniformi simili a quelle militari ed impugnavano mitra e machete. Sono arrivati a piedi, in silenzio, attraverso sentieri che dovevano conoscere bene. Si sono divisi in gruppi, in modo da chiudere le vie di fuga mentre intanto altri miliziani razziavano il villaggio, saccheggiando case, facendo strage di animali e uccidendo chiunque trovassero sulla loro strada.
"Solo a Dogo hanno ammazzato 130 bambini, 80 donne e 50 uomini", ha raccontato un superstite a Hrw.
Violenza etnica. Questi numeri fanno riflettere e svelano la vera natura dell'ennesimo massacro consumatosi in un Paese in preda a pericolose convulsioni.
I massacratori cercavano donne e bambini, ovvero la promessa del futuro per ciascun popolo, chiaro sintomo di una violenza che è barbara ma ha anche un progetto ben preciso: pulire etnicamente un territorio.
Non si tratta di una guerra religiosa, si è affrettato a dichiarare l'ex presidente nigeriano Olesegun Obasanjo. Ed è vero, ma questa non è necessariamente una buona notizia.
Alla base sembra esserci la lotta per l'accesso alla risorse che, come accade quasi sempre in un paese povero, vengono soprattutto dalla burocrazia politica e dalla pubblica amministrazione. E il sistema nigeriano, pur cercando di assicurare una convivenza pacifica al suo complesso quadro di etnie e tribù, si è fratturato lungo linee claniche ed etniche. Si è scelto di garantire che non ci fosse una prevalenza di un'etnia su un'altra o una eccessiva concentrazione di persone provenienti dallo stesso stato ai vertici del Paese. Dal 1979, infatti, si è affermato un sistema di quote, stabilito dalla Costituzione, il cui scopo iniziale era quello di bilanciare lo strapotere delle elites del sud, che avevano ricevuto un'educazione d'impronta britannica, e quelle del nord, arretrate, spesso formatesi in scuole coraniche. A livello locale, però, non si è mai vigilato sull'applicazione di questo principio. Danni ulteriori sono stati prodotti dalla decisione di distinguere, in ciascun distretto dello stato, tra la popolazione indigena e quella arrivata successivamente, garantendo alle tribù riconosciute come autoctone l'accesso ai posti di governo locale, agli organi di sicurezza, ai posti da docente ecc...
Domenica scorsa non sono stati massacrati nigeriani cristiani ma nigeriani Berom, l'etnia riconosciuta come indigena a Jos e maggioranza nello stato del Plateau, ad opera di nigeriani Hausa e Fulani che, incidentalmente, sono anche musulmani.
Le radici economiche della violenza. Non è un caso che la violenza in Nigeria tenda ad intensificarsi nei periodi di maggiore crisi economica e a scavare trincee lungo linee etniche, partendo sempre da questioni locali di poca rilevanza. Ricostruendo la storia dei massacri più recenti, questo dato emerge chiaramente.
E' lo stato del Plateau, sulla frontiera tra ilnord musulmano dove le tensioni si condensano e producono i risultati peggiori. Qui negli ultimi anni la violenza ha causato quasi 14 mila morti e oltre 300 mila sfollati.
Nel 2001, a Jos, la capitale, bastò che una donna cristiana venisse infastidita da un gruppo di fedeli musulmani per accendere la scintilla. Ma il terreno per lo scontro era stato preparato dalla rimozione di un musulmano Hausa dal consiglio locale per la lotta alla povertà. Il bilancio degli incidenti che seguirono fu di 700 morti.
Nel 2002 e 2003, a Wase, si registrarono tensioni tra i Tarok da una parte e i Fulani e gli Hausa dall'altra, essendo i primi proprietari terrieri prima ancora che cristiani e i secondi tribù seminomadi che vivono di pastorizia. Il bilancio fu di 72 villaggi distrutti e decine di morti. Il confronto tra Tarok e Hausa continuò nel 2004, a causa dei risultati delle elezioni locali.
A Yelwa, nello stesso anno, fu un furto di bestiame ad innescare la violenza etnica che fece 700 morti.
Basta davvero pochissimo perché la violenza esploda, quasi un nulla.
Nel 2006, nel villaggio di Namu, nel distretto di Quaan Pan, entrarono in conflitto i Gomai, riconosciuti come popolazione autoctona e i Pan, divenuti maggioranza. In quel territorio, lo stato avrebbe presto creato un'area di sviluppo, ma chi ne poteva rivendicare la proprietà?
Quando un abitante di etnia Gomai fu sorpreso mentre prendeva sabbia da un fiumiciattolo che i Pan ritenevano essere loro, fu il finimondo. Nei tre giorni che seguirono, cento persone persero la vita, ottomila abbandonarono le loro case mentre 200 miliziani Pan furono arrestati.
Altre 700 vittime si contarono al termine di due giorni di follia, nel novembre 2008, a causa di una contesa elettorale.
Di massacro in massacro, si arriva al penultimo atto, quando il 17 gennaio di quest'anno, 150 Fulani (musulmani) sono stati trucidati da bande Berom (cristiane), al termine di un'ondata di violenza che ha lasciato sul terreno 300 morti.
Ogni eccidio ne richiama un altro. Non sorprende, allora, che domenica scorsa alcuni abitanti di Dogo Nahawa abbiano riconosciuto, tra i macellai, uomini che fino a pochi anni prima avevano abitato in quello stesso villaggio. Hanno vissuto insieme e in pace, fino a quando il massacro del 2001, o quello del 2004 o del 2008, li ha costretti a fuggire. Adesso sono tornati per pareggiare i conti. Ieri vittime, oggi canefici. Questa trama scontata riassume la miseria e il terrore che affliggono la Nigeria centrale.
Una violenza che incrina l'architettura statale, costringe al sospetto e mette sulla difensiva le diverse etnie, produce distruzione, paraliza il potere centrale, la cui capacità decisionale decisionale è imbrigliata in un complesso meccanismo tutto giocato su equilibri etnici e tribali, e si ramifica producendo danni collaterali. La violenza scoppiata a gennaio nello stato del Plateau, ad esempio, ha costretto la Croce Rossa nigeriana a rimandare la campagna di vaccinazione contro la polio: a gennaio, infatti, 20 mila persone risultavano disperse (il numero adesso è cresciuto esponenzialmente). Nella sola Jos, l'obiettivo era di vaccinare 250 mila bambini, dal momento che la Nigeria è l'epicentro di un nuovo focolaio dell'epidemia nell'Africa occidentale, dove sono a rischio 85 milioni di bambini sotto i cinque anni.
Alberto Tundo