Un gigante che barcolla, geopoliticamente fa più paura di uno che sta in piedi saldo sulle sue gambe e la Nigeria è un colosso la cui fragilità, nota da tempo, riesce addirittura a sorprendere. Nelle ultime settimane, una serie di eventi ha gettato una nuova luce sulla sua debolezza e sulla quasi paralisi delle sue istituzioni.
Senza governo. Cinque giorni fa, l'ultimo colpo di scena: il presidente Jonathan Goodluck dopo una riunione fiume del Consiglio esecutivo federale (il governo), a sorpresa ha dichiarato decaduti i 42 ministri (pare che la metà di loro sia in procinto di essere rinominata). Eppure, nelle sei ore di lavori, l'esecutivo aveva varato progetti da miliardi di naira. E i palazzi del potere di Lagos si sono animati come un formicaio, con i ministri che si sono subito attaccati al telefono per avere rassicurazioni dai loro protettori per riavere il posto entro breve.
"Ci sono diverse ragioni dietro la destituzione del governo", ha detto al quotidiano This Day una fonte vicina alla presidenza. "La principale è che era diventato chiaro che il governo non era più uno. Alcuni ministri stavano lavorando per i loro governatori e contro il presidente".
Un Paese senza governo, però, ha bisogno che gli altri centri di potere del circuito democratico siano attivi e vigili. E questo è un altro problema della Nigeria.
Il presidente, per fare un esempio, è un leader dimezzato, perché in realtà è in carica come facente funzione. Il titolare della poltrona, Alhaji Umaru Musa Yar'Adua, è sparito misteriosamente a novembre, per essere sottoposto a delle cure in Arabia Saudita, volatilizzatosi dall'oggi al domani senza prima aver attivato la procedura che avrebbe consentito a Goodluck di prendere il comando nella piena legittimità dei suoi poteri. A gennaio, il vecchio presidente è tornato, sempre in segreto, senza avvertire nessuno e senza essere visto da nessuno. Le notizie ufficiali arrivano solo dalla sua signora. Voci ben informate lo danno incapace di intendere e volere, anche se non si sa a causa di quale male. Goodluck si è trovato a fare il supplente ed è stato nominato presidente dal Parlamento soltanto a febbraio, quando ormai era chiaro che Yar'dua non sarebbe tornato.
Nel frattempo, nel governo è esplosa la battaglia tra i ministri fedeli a quest'ultimo e quelli allineatisi con Goodluck o fedeli ad altri protettori. Così Goodluck ha forzato la mano, riguadagnato l'iniziativa e costretto gli oppositori ad uscire allo scoperto. Anche in previsione del nuovo bilancio, che sarà approvato a breve e per il quale il capo dell'esecutivo vuole contare su un governo se non docile quantomeno affidabile.
Il vuoto di potere, lo spazio delle armi. Lo dimostra il fatto che i ministri che rischiano di non essere richiamati sono proprio quelli che controllano alcuni dei ministeri chiave: quello del Petrolio, del Delta del Niger, Energia e Risorse idriche. A rischio anche il ministro dell'Aviazione e dell'Informazione.
Ma grandi rivolgimenti si prevedono anche al vertice degli apparati di sicurezza.
Intanto, il Consiglio nazionale dei partiti politici nigeriani (Cnpp) ha invitato a Goodluck ad agire ai sensi della sezione 144 della Costituzione, affidando al presidente del Senato il compito di nominare una commissione che accerti le condizioni di Yar'Adua.
In questo vuoto di potere, è riesplosa la violenza etno-religiosa. Tra gennaio e febbraio si sono registrati attacchi pianificati in diversi villaggi dello stato del Plateau, nella Nigeria centrale, quello in cui le tensioni interetniche tra i Berom cristiani e gli Hausa e i Fulani musulmani esplodono più velocemente e più ferocemente. Quasi ottocento morti in nemmeno due mesi e un incendio che ormai è divampato e non si riesce a spegnere. Le conseguenze dell'eccidio del 7 marzo nei villaggi a sud della capitale del Plateau, Jos, hanno scatenato violenza di ritorno: solo ieri, nei dintorni della capitale, sono state uccise 20 persone, tutte donne o bambini, ad opera delle milizie Fulani, le stesse responsabili dei massacri di Zot, Ratsat e Dogo Nahawa, mentre le bande di cristiani pentecostali si vanno armando per pareggiare i conti.
Rapporti dell'intelligence sono arrivati all'attenzione del governo dello stato di Bauchi: nei documenti si parla di un complotto, sventato, per innescare violenze interetniche come a Jos. Il massacro che avrebbe acceso la miccia era stato programmato per il 26 marzo.
E l'esercito? In panne. Il governo, pochi giorni fa, aveva ordinato indagini sollecitate dal governatore del Plateau, Jonah Jang, secondo il quale i soldati sarebbero stati complici dei massacratori responsabili dell'ultima strage. I vertici locali, inoltre, avrebbero ignorato i ripetuti allarmi sulla presenza di bande armate attorno ai villaggi cristiani e la notte della strage sarebbero risultati irreperibili.
Ma alcuni generali fanno spallucce, rispondendo che l'esercito non può essere ritenuto responsabile dell'ordine interno. Salvo poi ammettere, a mezza bocca, che i militari sono impegnati in un doppio processo, di professionalizzazione e di subordinazione all'autorità civile, cosa - quest'ultima - non facile in un Paese che è stato a lungo retto da un regime militare.
Il fatto è che le stesse linee di conflitto attraversano l'esercito, gli apparati di sicurezza e il potere politico: un conflitto etnico, clanico, inglobato da quello tra il nord musulmano e il sud a maggioranza cristiana. Su questo fuoco ha soffiato il solito Colonnello Gheddafi, che tre giorni fa ha proposto una separazione tra le due aree nigeriane.
Il fattore geografico, purtroppo, ricorre sempre. Per ricordarlo, è tornato a colpire il Mend (il Movimento per l'emancipazione del delta del Niger) che pochi giorni fa ha piazzato due bombe a Warri, nello stato del Delta. L'obiettivo era il corteo delle auto dei governatori del Delta, Emmanuel Uadaghan, dell'Imo, Ikedi Ohakim e dell'Edo, Adam Oshomhole, che si recavano insieme al ministro del Delta del Niger, Ufot Ekaete, ad una conferenza per il rilancio del dialogo, nell'area dove si concentrano le enormi ricchezze di idrocarburi del Paese. Al tavolo erano stati invitati anche alcuni "ben noti" leader del Mend, che ha colpito a due passi dalla sede del governo locale, rivendicando l'attentato che ha provocato tre morti, cinque feriti e fatto saltare la conferenza.
"Il delta del Niger - si legge nel comunicato di rivendicazione - è stato diviso in blocchi petroliferi, distribuito ai settentrionali invece che agli abitanti del luogo, che riescono a stento a sopravvivere. Tutti sanno che nessun nigeriano del sud può chiedere un palmo di terra nel nord e allora perché dobbiamo tollerare questo furto delle nostre risorse ad opera delle compagni petrolifere e del nord della Nigeria?".
Quando si dice il tempismo: i notabili del Pdp (Partito democratico del popolo), il principale partito nigeriano, hanno già fatto sapere che il successore di Yar'dua dovrà venire dalla parte settentrionale del Paese, quella più arretrata e rimasta esclusa dalla gestione del potere, la cui leadership adesso vuole recuperare gli arretrati.
Questo è il quadro in cui dovrà muoversi il presidente Goodluck. Avendo poco tempo a disposizione: perché tra gennaio e aprile dell'anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali, le politiche e quelle dei governatori degli stati. Il quadro, allora, potrebbe cambiare completamente.
In che condizioni ci arriverà la Nigeria a quell'appuntamento, è tutto da vedere.
Alberto Tundo