16/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La vittoria in Coppa d'Asia dell'Iraq nel 2007 è solo un episodio della lunga storia del pallone in Mesopotamia

Il 14 maggio scorso a Tal Afar, poco prima del confine con la Siria, si giocava una partita di calcio. Una grande passione, per gli iracheni come per tanti altri. Almeno duecento persone si accalcano all'ingresso del campetto alla periferia della cittadina a maggioranza sciita, un dettaglio che nell'Iraq della guerra infinita è diventato molto importante. Sembra proprio quest'ultimo, infatti, il movente del duplice attacco suicida che ha ucciso 25 persone.

Tra bombe e pallone. Prima un'auto carica di tritolo lanciata sulla folla, poi un uomo in coda come fosse uno spettatore ha azionato la cintura esplosiva che nascondeva sotto la tunica bianca. La rivendicazione di un gruppo sunnita delirava di ''punizione per gli infedeli'', gli sciiti appunto. Una giornata di ordinario terrore, ma colpire il calcio, in Iraq, è simbolico. Il rapporto tra lo sport più amato del mondo e la storia del Paese è molto antico e profondo. Un legame che Baghdad Football Club, bel libro del giornalista inglese Simon Freeman, racconta molto bene. Dai tempi della colonizzazione inglese, fino all'invasione della coalizione internazionale nel 2003, passando per la follia di Uday, il figlio di Saddam Hussein, capo del Comitato Olimpico iracheno. Storie, politica e guerre. Sempre con il pallone in mezzo ai piedi. Ma tutto, il prima e il dopo, ha il suo apice nella notte del 29 luglio 2007.
A Giakarta, in Indonesia, si gioca la finale di Coppa d'Asia. Si sfidano l'Arabia Saudita e l'Iraq. I 'leoni di Babilonia', come vengono chiamati i giocatori della nazionale irachena, partono nettamente sfavoriti. Secondo gli osservatori hanno già compiuto un miracolo arrivando in finale, dopo la lotteria dei rigori contro la Corea del Sud. Noor Sidri, il portiere iracheno, ne prende due e i suoi compagni non sbagliano mai.

La promessa di Younis. Si va in finale, ma i giocatori dell'Iraq, però, non sorridono mentre entrano in campo per giocarsi un trofeo mai vinto prima. Con il lutto al braccio. La notte della semifinale, il 25 luglio, due auto bomba sono state fatte esplodere tra la gente che festeggiava per le strade di Baghdad. Il bilancio è di 50 morti. Molte donne e bambini. I giocatori, in albergo, dopo la festa, guardano il servizio in televisione.
"La molla decisiva ci è scattata dentro quando abbiamo guardato un servizio sulla madre di un bimbo di 12 anni. Era disperata: suo figlio è morto per festeggiare noi dopo la semifinale. Quella donna ci ha chiesto di vincere la coppa per suo figlio. Ci siamo guardati e sapevamo quello che dovevamo fare, per lei e per tutto l'Iraq", racconta il capitano della squadra Younis Mahmoud. Il momento giusto è il 71°. Il mister brasiliano Jordan Viera è stato chiaro: sono più forti di noi, puntiamo sui calci piazzati. Un calcio d'angolo, dalla destra del portiere. Younis sembra avere le ali, salta più alto di tutti e la mette dentro. I 'leoni' difendono l'1-0 fino alla fine. Vincono, dedicando il trofeo (il primo nella storia dell'Iraq) al loro massaggiatore, padre di quattro figli, ucciso da una bomba a Baghdad il mese prima. La coppa, invece, Younis e compagni la portano alla madre del piccolo. Le promesse si mantengono.

Un'impresa storica. Prima di quella notte la Storia era stata vicina nel 2004, alle Olimpiadi di Atene. La rappresentativa irachena è riuscita ad arrivare alle semifinali, sconfitta ma con l'occasione di giocarsi la medaglia di bronzo con l'Italia.
Sono gli azzurri a portare il lutto al braccio: poco prima, in Iraq, è stato assassinato il giornalista Enzo Baldoni. Segna il bomber Gilardino, gli occhi al cielo, per una dedica. Ancora l'Iraq, ancora la guerra, ancora la morte. Come nel 1986, quando la prima (e unica) storica qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo nella storia del Paese avviene proprio mentre l'Iraq è nel pieno di una guerra terribile con l'Iran che, in otto anni, ucciderà due milioni di persone. Sulla panchina irachena siede un mito: Emmanuel Baba Dowud, detto Amma Baba, zio papà in arabo. Un campione, che ha imparato a giocare a calcio nella base militare inglese dov'è nato negli anni Trenta. Baba è il simbolo dell'Iraq e del suo rapporto con il calcio. Uday Hussein, il figlio di Saddam, gestiva il calcio come la sua piccola bottega degli orrori. I giocatori che, a suo dire, non si facevano valere in nazionale venivano torturati: costretti a calciare sfere di cemento, frustati su mani e piedi con cavi elettrici, addirittura condannati a morte per un'autorete. Baba è sempre là. ''Uday mi odiava, perché ero così popolare che potevo andare direttamente da Saddam''. Per molti è un fiancheggiatore storico del regime, per altri è uno che ama il calcio, tanto che la leggenda narra che abbia impedito ai tank Usa di entrare nello stadio di Baghdad. E' morto nel 2009. Come il povero Heidar Kazem, che giocava nel Sinyer e ha segnato una rete alla squadra del Buhayrat, il 15 marzo. Un tifoso avversario gli ha sparato al cuore dalle tribune. Il calcio, in Iraq, è anche questo. La notte di Giakarta uno striscione campeggiava tra i tifosi iracheni: ''La guerra non ucciderà mai il calcio''. Forse è vero, tanto che nonostante il coprifuoco indetto dal governo dopo la semifinale, il 29 luglio 2007 tutto il Paese si è riversato in strada. Curdi, sunniti e sciiti. A Baghdad e altrove il calcio è stato spesso uno dei mezzi utilizzati dal potere per far dimenticare ai popoli che esiste la guerra.  Per tornare uniti in Iraq, però, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il terzo tempo - Lo speciale mondiali di PeaceReporter

Christian Elia

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