16/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo l'accordo dei paesi del bacino sud, il Cairo decide di tenere duro

scritto per noi da
Silvia Mollicchi

''Ora come ora, dobbiamo difendere le acque del Nilo'', ha detto George Ishaq, uno dei leader del movimento di opposizione egiziano Kifaya, durante una conferenza sui nuovi movimenti socio-politici, organizzata da Auc al Cairo, di fronte ad una platea di attivisti e studenti non proprio interessati a questioni idriche.
Un commento estemporaneo? Forse il segno che la 'crisi del Nilo' si fa sentire e diventa argomento quotidiano della società egiziana.

Il nuovo accordo. La gestione delle acque del Nilo è stata al centro di trattative per più di un decennio: ultimo negoziato a Sharm el-Sheikh in aprile, risultato poco meno che un fallimento. Il 14 maggio scorso, ad Entebbe in Uganda, quattro paesi del bacino sud del Nilo (Etiopia, Uganda, Ruanda e Tanzania) hanno firmato un nuovo accordo. Il 19 Maggio si è aggiunto anche il Kenya, dichiarando che l'Egitto ha poche alternative: dovrà firmare.
Aprendo il giornale la mattina dopo, al Cairo, era evidente come la bufera fosse esplosa, soprattutto sulla stampa indipendente, che ha definito la querelle Nilo ''una questione di vita o di morte''. Il governo egiziano tutto si è ricordato di quanto sia spinosa la situazione, con l'opposizione che lo ha accusato di lassismo.
Il ministro egiziano per le Risorse Idriche e l'Irrigazione, Muhammed Nasr Eddin Allam, ha definito l'accordo illegittimo. Il ministero degli Affari Esteri del Cairo ha ricordato che i paesi firmatari non possono ignorare gli accordi precedenti e l'Egitto non ritiene il nuovo vincolante. Il governo ha richiesto alla Gran Bretagna l'originale dell'accordo del 1929, che sanciva la spartizione delle acque del Nilo. Esperti di diritto internazionale hanno definito il patto irregolare: riguarda una risorsa naturale e ha bisogno del consenso di tutti i paesi interessati. Insomma, i diritti sul Nilo sono una linea rossa invalicabile.

Il no egiziano. L'accordo appena firmato cerca un nuovo modo per ridistribuire le risorse ed istituisce una struttura di cooperazione per formare una commissione permanente che decida dell'utilizzo delle acque del Nilo. In realtà, secondo Hani Raslan, responsabile degli studi sulle relazioni tra Egitto-Sudan e i Paesi del bacino del Nilo, presso il Centro di studi Politici e Strategici al-Ahram del Cairo, i paesi firmatari possono utilizzare il corso del fiume senza gran controllo, dato che le clausole dell'accordo non sono chiare. Perché l'Egitto non vuole firmare? Il nuovo sistema ignora tre punti, come spiega Raslan. Anzitutto, i diritti storici di Egitto e Sudan sulle acque del Nilo, sanciti con l'accordo del 1929. Un cimelio un po' polveroso, visto che quel trattato è stato firmato sotto controllo britannico e mentre gli altri paesi del bacino erano ancora colonie. Egitto e Sudan hanno poi stipulato un secondo trattato , assegna rispettivamente 55,5 e 18 miliardi di metri cubi d'acqua del Nilo alle due nazioni all'anno. Il secondo punto riguarda l'obbligo, per i paesi del corso sud del fiume, di informare in anticipo Egitto e Sudan riguardo ogni progetto sull'impiego delle acque. Infine, il sistema di voto della commissione. Il nuovo accordo parla di voto di maggioranza, mentre l'Egitto vuole l'unanimità, con la quale potrebbe, de facto, mantenere il diritto di veto su qualunque progetto proposto. Col voto di maggioranza, invece, il potere di Sudan ed Egitto si dissolverebbe in un gruppo di nove paesi, a cui se ne potrebbe aggiungere un decimo, Sud Sudan, dopo la secessione dal Sudan, molto probabile all'inizio del 2011.

Le trattative post-accordo. Subito dopo la firma dell'accordo, il primo ministro del Kenya Raila Odinga è arrivato in visita al Cairo e tra il 23 e il 24 Maggio ha incontrato il primo ministro egiziano Ahmad Nazif e il presidente Hosni Mubarak. Le dichiarazioni sono rimaste sempre fumose. Odinga ha affermato che il nuovo trattato non varierà la quota egiziana. Il Kenya è consapevole che, dai tempi dei Faraoni, l'Egitto è il Nilo e il Nilo è l'Egitto - affermazione quanto mai azzeccata, visto che il fiume provvede a circa il 90 percento delle risorse idriche del paese. Ma il nuovo accordo sostituisce quanto stabilito in precedenza. Dall'altro lato del tavolo, Nazif continua sulla sua linea: i diritti storici dell'Egitto non possono essere ignorati. Più che un dialogo due monologhi, a cui hanno partecipato a lato anche ambasciatori e rappresentanti internazionali. Marc Franco, leader della delegazione dell'Unione europea al Cairo, ha definito l'accordo separato di Entebbe una pessima idea pochi giorni prima che venisse firmato, come ha riportato al-Masry al-Yawm. Shuruq, oggi, riporta che Congo e Burundi si preparano a ratificare l'accordo nelle prossime due settimane. A quel punto, solo Sudan ed Egitto mancherebbero all'appello. La posizione istituzionale egiziana, soprattutto nelle ultime settimane, cerca di sminuire la questione e rimane moderata. Safwat el-Sherif, segretario generale del Partito Nazionale Democratico (Pnd), durante un'intervista con la televisione russa, ha negato la possibilità di un intervento militare, definendo le voci a riguardo stupidaggini politiche. 
Già, la politica, perché tutta la questione sembra soprattutto una presa di posizione politica da parte dei paesi del bacino sud del fiume, almeno al momento. Visto che la questione Nilo non si decide oggi, anche se i bisogni si sentiranno a breve, basterà aspettare cinque anni, come dice Mamduh Hamza - ingegnere civile, costruttore di grandi opere in tutto Egitto.

I rischi oggettivi. Le acque del Nilo, nella loro lunga corsa verso l'Egitto, si accumulano in tre punti strategici: sud Sudan, altopiano etiope, che contribuisce all'85 percento delle acque del tratto egiziano e laghi equatoriali, che contribuiscono al restante 15 percento. Come spiega Hamza, basta guardare la geografia del fiume per capire quali sono i futuri pericoli per l'Egitto. Primo: Ruanda, Tanzania, Kenya e Burundi, paesi già bisognosi d'acqua, possono accedere facilmente e sfruttare le acque dei laghi equatoriali. Poi il Sudan, che irriga le sue terre con le acque del fiume, sfruttando una quota già eccedente quella pattuita negli accordi del 1959. Infine, l'Etiopia, che si appresta a costruire una serie di settanta dighe di proporzioni medio-piccole. L'intenzione è quella di usare le dighe col solo scopo di generare elettricità, come ripetuto dal primo ministro etiope e dal ministro per l'Energia ugandese anche ieri. Ma legata ad ogni diga c'è un'area di terra da irrigare e, se non oggi, in futuro quei bacini potranno servire anche per l'accumulo d'acqua.
Il pericolo potenziale si accompagna ad un bisogno reale. L'Egitto è già in regime di scarsità: l'ultimo report di 3 anni fa indicava una media di 860 metri cubi d'acqua annui per persona, mentre per rimanere al di sopra della soglia di povertà ne servono almeno 1000. Tra cinque anni, con una popolazione in continuo aumento, lo share pro capite sarà circa 580 metri cubi, dichiara Raslan. Chiaro che queste stime sono solo delle medie, in una società lacerata dalle differenze socio-economiche e che continua a sprecare le proprie acque. Uscendo nella periferia desertica a ovest del grande Cairo, dove le strade intasate della città si allargano e diventano autostrade, si apre un panorama quasi inquietante. File di lussuose villette organizzate in complex con fontane, con nomi come Lake View, promettono ad acquirenti abbienti una vita lontana dal caos. Nel frattempo, a Daqahliya, sul Delta, alla fine di Maggio, 5000 feddan di terre (un feddan corrisponde a poco più di un acro) sono rimasti senz'acqua per più di 25 giorni. I contadini di Belqas, nell'area di Daqahliya, hanno razionato l'acqua, mentre i raccolti di cotone e riso andavano perduti e parte dei pascoli moriva di sete.

Come si è arrivati a questo punto. L'Egitto negli ultimi decenni si è ritirato dalla scena africana soprattutto da metà anni Novanta, quando la gestione dei rapporti con i paesi del bacino è passata dal triumvirato di ministero dell'Irrigazione, Affari Esteri ed Interni al solo controllo degli Interni. Queste sono oggi le conseguenze, come ha riconosciuto Muhammad Solmon, professore di Scienze Politiche all'Università del Cairo, in un'intervista per al-Masry al-Yawm. Le acque del Nilo sono state finora un affare tra Egitto e Sudan, a partire dagli accordi del 1959 che non contemplavano nemmeno l'esistenza degli altri paesi. In più la nazione arabo-africana di Nasser è diventata sempre più araba e meno africana, nel gioco delle identità dell'Egitto di Camp David e di Sadat. Adesso paesi africani decisamente più poveri, meno sviluppati, con inferiori capacità tecniche, vogliono guadagnare la scena, Etiopia in testa sponsorizzata da Usa e Israele, e soprattutto mettere a frutto l'incredibile fonte naturale che li attraversa.
La soluzione è tornare a parlare con l'Africa, come spiegano Hamza e Raslan, ma anche questo dipenderà dalla strategia scelta. L'Egitto può aumentare i propri investimenti nei paesi del bacino. Percorrere sinceramente la strada della cooperazione e della coesistenza sembra l'unica opzione. In questa direzione è andato l'incontro di fine maggio tra il ministro per l'Energia etiope Tegenu e la sua controparte egiziana, durante il quale si è discusso di nuovi progetti per aumentare la produzione elettrica etiope.
Tattica più azzardata sarebbe tornare di nuovo alle strategie politiche e cercare di indebolire i governi degli altri paesi del bacino. Tutta l'area, se possibile, diventerebbe ancor più instabile.
Il governo Mubarak sembra particolarmente affaccendato in questi giorni. Le preoccupazioni cominciano a diventare tante: oltre alla nuova crisi con l'alleato Israele, i movimenti politici di opposizione che crescono, (al punto che ElBaradei si allea con la Fratellanza Musulmana), adesso deve anche ricostruire un rapporto con i paesi africani e mantenere credibilità interna su una questione Nilo, che diventerà cruciale nei prossimi anni.
Nel 2005, Boutros Boutros Ghali, ex segretario generale delle Nazioni Unite e personaggio di spicco della politica egiziana, parlando alla Bbc, notò che la popolazione egiziana, sempre in crescita, ha bisogno d'acqua, ma né più né meno che quella dei paesi del bacino sud e che le relazioni con questi paesi diventano, più che una questione di sviluppo, un problema di sicurezza.

Parole chiave: nilo, acqua
Categoria: Risorse, Politica, Ambiente
Luogo: Egitto