Vedi anche: Usa-Cina, la provocazione si chiama George Washington
Mercoledì 11 agosto, un crollo dei mercati di tutto il mondo ci fa scoprire, caso mai ce ne fosse bisogno, che la crisi non è finita. E' bastato l'annuncio della Federal Reserve americana secondo cui la ripresa non è poi così sostenuta perché Wall Street facesse registrare un -2,46 (Dow Jones) e un -3,01 (Nasdaq). Da questa parte dell'Oceano, Milano si conferma anello debole dei mercati europei (-3,04) e l'Euro scende a 1,28 dollari.
Il punto è che la ripresa non tira perché sono i consumi, a non tirare.
Quel barlume di crescita economica che si è registrato negli Usa dopo il credit crunch è stato di fatto creato dalla Fed immettendo nuova liquidità nei mercati, nella speranza che questa fluisse automaticamente nell'economia reale innestando un nuovo circolo virtuoso. Ma così non è andata e si è avuta una crescita senza creazione di posti di lavoro. Difficile spendere e spandere senza lavorare.
Allo stesso tempo, anche il consumo delle imprese è stato troppo timido. A questo punto non restavano che i lavori pubblici, ma pure su questo fronte non si è registrata la necessaria spinta.
Molte aspettative risiedevano nella Cina che da un lato avrebbe dovuto inserire parte della sua enorme liquidità nel ciclo economico, dall'altro rivalutare lo yuan di quel tanto che bastasse a rendere di nuovo competitive le esportazioni occidentali.
La Cina è in parte venuta incontro alle pressioni americane sul secondo punto, rivalutando la sua moneta a fine giugno. Ma il Dragone ha le proprie strategie. Immette liquidità nei mercati mondiali, sì, però in cambio di materie prime, la (necessaria) benzina nel motore della sua enorme macchina produttiva. E in questo compie un ribaltamento, perché fino a poco tempo fa svolgeva un ruolo disinflattivo mentre adesso rischia di dare il suo bravo contributo alla crescita dell'inflazione.
Fino a quando funzionava l'economia dei "galeotti incatenati" (chain-gang economics), cioè fino alla vigilia del credit-crunch, la Cina inondava l'Occidente di merce a buon mercato che contribuiva a tenere bassi i prezzi dalle nostre parti. In pratica, il sistema industriale poteva contenere le nostre richieste salariali perché tanto la "roba" costava poco ed eravamo tutti contenti. Una manna soprattutto per l'economia iperconsumistica Usa, basata sull'acquisto a credito. Buona parte del grande surplus commerciale del Dragone finiva tra l'altro nel riacquisto di buoni del Tesoro americano. L'economia era "drogata" da questi due competitor-partner che proprio come due galeotti incatenati si pestavano i piedi a vicenda ma si sorreggevano pure.
Oggi, la competizione scatenata dal Dragone per acquistare commodities, contribuisce invece al rialzo dei prezzi.
L'Occidente spera allora nel consumo dei cinesi, soprattutto della nuova middle-class che si stima attorno ai trecento milioni di persone. Ma l'ultima delusione arriva dalla scoperta che i cinesi consumano cinese, anche perché il Dragone non produce più solo merce scadente e low-tech; produce tutto. Si veda per esempio il mercato dei telefonini, forte di 755 milioni di clienti (un miliardo e cento milioni previsti per il 2014), dove i prodotti che tirano sono soprattutto locali.
Ultimamente la Cina compra i titoli americani a breve termine perché non si fida più del suo ex compagno di catene. Così facendo tiene Washington sulle spine, imponendogli di ridurre il deficit, cioè di fatto imponendogli di contenere le proprie ambizioni militari: Pechino riduce le guerre.
Non a caso, Obama ha appena confermato il ritiro dall'Iraq nonostante laggiù si stia registrando un'accentuata attività degli insorti.
Anche questo spiega lo stupore cinese di fronte alle provocazioni Usa nel Mar Giallo: come potete pretendere che vi compriamo il debito se ci venite a pestare i piedi in casa nostra? A meno che la portaerei George Washington non sia proprio l'extrema ratio americana: continuate a comprare i nostri bond o è peggio per voi.
Gabriele Battaglia