31/08/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La misteriosa visita di Kim Jong-il in Cina e gli interessi dei diversi attori nell'area

Verso la fine della Corea del Nord? Se ne parla tra gli analisti internazionali dopo il viaggio fantasma - non si è neppure sicuri che sia avvenuto davvero -  del "caro leader" Kim Jong-il nel Nordest cinese dove, si dice, avrebbe incontrato il presidente Hu Jintao nella città di Changchun.
In questa vicenda, temi politici, economici e perfino simbolici si intrecciano indissolubilmente.

Ipotizziamo che la visita lampo sia avvenuta davvero - lo attesterebbe una sfilata di Mercedes nere con i vetri oscurati nella città cinese di Jilin - e andiamo con ordine.
Secondo la maggior parte dei commentatori i temi sul tavolo sono soprattutto due: l'investitura ufficiale dell'erede designato al trono del "Regno Eremita", il terzogenito Kim Jong-un, che si suppone stia viaggiando con il padre; gli aiuti economici di Pechino a una Corea del Nord sempre più allo stremo.

Sul piano economico, lo stesso periodo scelto per il viaggio non è casuale: a fine estate, Pyongyang ha bisogno di garantirsi rifornimenti alimentari e combustibile per il riscaldamento in vista dell'inverno. Quest'anno, a peggiorare la situazione, ci si sono messe pure la alluvioni che hanno duramente colpito la zona di confine con la Cina, determinando l'evacuazione di migliaia di persone dalla città di Shinujiu. La Corea del Nord ha bisogno degli aiuti cinesi.

C'è poi il fatto simbolico: Hu Jintao, in questo degno erede degli antichi imperatori che così si rapportavano agli Stati tributari del Celeste Impero, deve dare la sua benedizione a Kim Jong-un, figlio del leader attuale e nipote di Kim Il-sung, il fondatore della Corea del Nord.

In entrambi i casi, il pallino è nelle mani della Cina. Più volte, negli ultimi anni, il governo cinese si è dimostrato irritato dai comportamenti del vicino-alleato, che ha scelto una "via al socialismo" diametralmente opposta rispetto a quella di Pechino e che nella propaganda interna continua ad accusare il Dragone di deviazionismo. L'opinione pubblica è poi sempre più perplessa e distante rispetto agli ex "fratelli", specialmente le nuove generazioni. Oggi, a livello di consumi, desideri e percezione del mondo, un giovane cinese metropolitano è molto più simile a un pari età americano ed europeo piuttosto che a un coetaneo che vive dall'altra parte del fiume Yalu, e non è raro sentir definire "pazzi" i nordcoreani nei discorsi di tutti i giorni.

A Zhongnanhai (residenza pechinese dei leader cinesi) e dintorni, il passaggio di consegne tra il malaticcio Kim Jong-il - più volte si è vociferato di un suo ictus e addirittura della sua morte - e il ventenne terzogenito potrebbe essere la buona occasione per far saltare il banco, magari per interposto attacco Usa o sudcoreano, e resettare il dossier Corea.

Ma nonostante tutto, lo Stato cuscinetto tra la Grande Muraglia e l'area di influenza Usa, fa ancora comodo alla Cina. Il punto è che anche Corea del Sud e Giappone non sembrano così ansiosi di vedere la fine della dinastia dei Kim.
Per Seul, il collasso dei fratelli del nord significherebbe la patata bollente della riunificazione con i relativi costi economici; per Tokyo, lo spettro di una Corea riunificata, con un peso maggiore nell'area di mondo in cui il Giappone deve già inchinarsi al boom del Dragone.

Probabilmente la Cina reiterà il suo appoggio a Kim Jong-il ed eredi, con il beneplacito dei Paesi vicini e il fastidio malcelato degli Usa, che hanno di recente puntato su un'escalation nell'area attraverso la presenza della portaerei George Washington nel Mar Giallo.
E Pyongyang? Secondo tradizione, la diplomazia sotterranea cinese cercherà di riportare il riluttante alleato ai colloqui a sei sul programma nucleare nordcoreano. La Cina punta alla totale denuclearizzazione dell'area e dalla sua ha la leva degli aiuti economici.
L'agenzia Nuova Cina riporta che durante il colloquio con Hu, Kim Jong-il si sarebbe espresso a favore della denuclearizzazione e avrebbe accettato di riprendere i colloqui a sei.

Gabriele Battaglia

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