06/09/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Una ragazza italiana racconta le contraddizioni del Libano, dove un palestinese non è libero di essere uguale agli altri

scritto per noi da
Valeria Mazzucchi

Per le strade di Beirut e del Libano, di fianco alle foto dell'ayatollah Fadlallah, guida spirituale di Hezbollah scomparso di recente, ci sono grandi cartelloni dove compare, illuminata e sfavillante, la scritta: LEBANON ON, pubblicità per il turismo.

Forse si può sintetizzare cosi quello che è il Libano oggi, per chi arriva non sapendo cosa aspettarsi. Vent'anni dopo la fine della guerra civile, il Libano cresce, si risveglia, costruisce sulle vecchie macerie. I grandi alberghi di lusso della Corniche - lungomare di Beirut - vengono costruiti di fianco ai resti di un passato che non passa, come ricorda l'imponente scheletro dell'Hilton Hotel di cui la guerra ha interrotto la costruzione, oppure i muri ancora crivellati, o magari i check point dell'esercito disseminati ovunque per la città.

Sfarzo e miseria, passato e futuro, accostati in maniera talmente brutale da spiazzare il delicato occhio europeo, ma non è certo questo un'esclusività del Libano, quanto del Medio Oriente tutto.
C'è qualcos'altro che colpisce profondamente e in modo diverso, per un'altra ragione che non si vede, ma che ti investe appena esci dall'aeroporto: quando i passanti ti sorridono e ti dicono ''Welcome to Lebanon'', quando il tassista - non conoscendo la strada - ferma una passante che volentieri sale con te sul taxi per portarti fino di fronte al tuo portone, quando appena l'hai salutata i vicini dal balcone con grandi gesti e sorrisi urlano: "Benvenuta, siamo contenti che tu sia in Libano!".

Qualcosa che si sente quando inizi a vivere a Beirut, dove niente ha misura. Tutti ti invitano, tutti ti vogliono con loro, a fare festa nei beach clubs, o nelle loro case, a ballare e a bere nelle discoteche e nei locali in cima ai grattacieli, posti incredibili, che sfidano quelli di Milano, Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Non ci si ferma mai a Beirut, dove tutto è esagerato: le persone, i luoghi, gridano entusiasmo, divertimento e ancora divertimento. E ancora il giorno dopo, ancora e ancora.
Non hai il tempo di fermarti un minuto, non hai il tempo di riflettere un secondo.

Per questo, chi arriva in Libano oggi non sapendo cosa aspettarsi, può correre il rischio di non accorgersi di tutta una realtà. Ma non serve andare molto lontano per incontrarla: basta guardare i bambini che vendono rose all'uscita delle discoteche e quello che ti dicono i tuoi amici libanesi: ''Non ti curare di lui, è un palestinese''. Basta fare quindici minuti di macchina dalla Corniche per raggiungere i campi palestinesi, veri e propri ghetti in mezzo alla città, dove i fili della corrente e i tubi dell'acqua si intersecano a cielo aperto, dove i rifiuti vengono accumulati ai bordi delle strade, dove non c'è né entusiasmo né divertimento, ma la tensione e la desolazione di chi non tornerà mai a casa.

Basta uscire pochi chilometri da Beirut per accorgersi che il mondo occidentalizzato e modaiolo non è che una piccola parte di una realtà ben diversa; il Libano là fuori è un mondo ancora arcaico, di famiglie contadine che vendono i loro prodotti sulla strada, di donne che si emozionano a vedere una macchina fotografica, di piccoli villaggi isolati in paesaggi desertici.
Basta guardare ai lati dell'autostrada per scorgere le grandi tendopoli degli nomadi siriani, che vivono senza acqua corrente, comunità ancora d'assetto patriarcale, dove i capi ti danno il benvenuto con cerimonie da noi da tempo dimenticate, dove decine di bambini ti corrono incontro con la curiosità di chi non ha niente.

Ma non è questo che le giovani generazioni di Beirut vogliono farti vedere, non è questo ciò di cui ti vogliono parlare.
Poco importa se al confine israeliano si muore per un albero o se di fianco alle loro case i giovani palestinesi muoiono di fame; non abbiamo avuto l'approvazione dei nostri amici libanesi quando siamo andati sulle montagne o nei campi palestinesi dove loro, tra l'altro, non sono mai stati. ''Cosa vai a fare? Quello non è il Libano''. Oppure chi riflettendoci un po' di più: ''So che i palestinesi soffrono, so che stanno male, ma abbiamo sofferto troppo anche noi, ora è il nostro momento per ricominciare e loro sono la causa di tutti i problemi''.

Per i ragazzi di Beirut non è più il tempo dei problemi, anche se questo vuol dire far finta di non vedere o tenere la musica talmente alta da non sentire nient'altro, nei loro occhi non trovi compassione, ma trovi il fuoco dell'entusiasmo e dell'amore per la vita, una vita che non si è sicuri che domani sarà altrettanto bella e per questo va vissuta al cento per cento.
Sono un po' egoisti i giovani di Beirut, ma lo sono per essere felici o almeno per cercare di esserlo attraverso quel mondo scintillante che molto spesso i ragazzi identificano con la felicità.

Parole chiave: beirut, nomadi siriani, corniche
Categoria: Guerra, Politica, Storia
Luogo: Libano