Il 29 settembre 2010, a Pristina, in Kosovo, prende il via la prima edizione del festival 4 Tuned Cities.
PeaceReporter ha intervistato Giusy Chierchia, italiana trapiantata ad Amsterdam, una delle animatrici dell'iniziativa. Film, mostre, workshops e dibattiti che, per quattro giorni, animeranno la città kosovara. Ma questa è solo la prima tappa.
Come è nata l'iniziativa?
4 Tuned Cities nasce come un'evoluzione di un altro festival, il Balkans Snapshots Film Festival, nato ad Amsterdam cinque anni fa per iniziativa dell'associazione studentesca Balkan Buro, per portare nella città olandese un'immagine fresca, nuova dei Balcani, non legata al dramma del conflitto e della guerra. Una presa di posizione contemporanea, di svolta, per uscire dallo stereotipo del muro crivellato di colpi. Una vetrina artistico - culturale dell'attività e delle realtà della regione. Abbiamo iniziato con proiezioni di produzioni cinematografiche di vari paesi dei Balcani, spaziando dai film alle animazioni, dai documentari ai cortometraggi, fino ai lavori degli studenti delle accademie di cinema. Negli anni, piano piano, ci siamo allargati anche a dibattiti su temi per noi importanti come l'integrazione europea dei Balcani o sui problemi del regimi dei visti per quei paesi, fino all'efficienza reale del sistema di aiuti umanitari riversati in quelle realtà. Il festival ha affrontato ogni anno una tematica differente, arrivando a spaziare a performance teatrali e mostre di giovani autori dei paesi dei Balcani.
Dopo cinque anni, avendo costruito questo network di artisti e realtà locali, ci è stata fatta una critica costruttiva. Il festival rischiava di essere una realtà che calava dall'alto sui Balcani. Tutto veniva deciso ad Amsterdam. Nonostante l'associazione con cui organizzavamo tutto sia composta, nello spirito di Amsterdam, da ragazzi di tutto il mondo, ci siamo messi in discussione. Balkans Snapshots resta, e si terrà ad Amsterdam nella primavera 2011, ma abbiamo deciso di aprire la realtà del festival ed è nato 4 Tuned Cities.
Come si struttura il festival?
Si tratta di un progetto pilota. Ci stiamo lavorando da un anno, dopo esserci messi a tavolino con partner di alcuni paesi dei Balcani, conosciuti in questi anni al festival di Amsterdam. L'ideale iniziale era quello di una sorta di democratizzazione dell'evento culturale, all'interno del quale tutti gli attori avessero lo stesso peso. Un ponte tra est e ovest, dove Amsterdam fungesse da perno centrale di una rete che ha coinvolto Pristina, Skopje in Macedonia e Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina. Dopo uno studio di fattibilità, abbiamo iniziato la collaborazione con tre realtà locali e con loro abbiamo condiviso tutto, l'organizzazione come il programma. Per Sarajevo c'è Kriterion, un cinema gestito per intero da studenti universitari, con una realtà gemella ad Amsterdam. Per Skopje l'associazione Lokomotiva, molto attiva, che ha fondato i primo network di danza nei Balcani, e infine a Pristina l'associazione dit' e nat', realtà multiculturale molto giovane. Quello che è nato è il frutto di compromesso e accordo tra tutti gli attori. Un programma identico, che si porterà nelle quattro città. Si parte da Pristina, fino al 2 ottobre, poi Amsterdam, dal 27 al 30 ottobre, seguirà Sarajevo, dal 24 al 27 novembre, per finire con Skopje dal 15 al 18 dicembre.
Condividere tutto non sarà stato sempre facile. Quali le difficoltà?
La suddivisione non avviene solo nelle scelte artistiche, ma anche delle responsabilità. Dal reperimento dei fondi alla comunicazione. Amsterdam, per mille motivi, ha avuto una posizione privilegiata per i finanziamenti e la visibilità, ma tutti hanno dovuto dare il loro contributo. Ci siamo incontrati, nell'estate 2009, ad Ohrid in Macedonia. Sono emerse le difficoltà di comunicazione nei paesi dei Balcani, non solo verso l'esterno, ma anche tra gli stessi paesi della regione. E' stato interessante vedere come ci fosse la volontà di stabilire rapporti con Amsterdam, ma anche tra le realtà locali. Quindi a Pristina, ad esempio, non ci sono solo film kosovari o delle altre realtà coinvolte, ma anche montenegrini o bulgari. Una rete che permette connessioni in tutta la regione.
Questo spirito di cooperazione è stato spontaneo o vi ha dato la sensazione di essere un po' forzato?
No, è partito da loro. Era una delle critiche che ci sono state mosse in passato e che ha dato inizio a tutto questo progetto. Un'organizzazione di Skopje, ricordo, ci fece notare che erano molto felici di essere arrivati ad Amsterdam non tanto per la visibilità europea, quanto perché il festival gli aveva dato l'occasione di conoscere realtà limitrofe alla loro e di stabilire rapporti regionali. Sorpresi di dover venire ad Amsterdam per scoprire realtà artistiche di Pristina. Un momento di riflessione, che è stata la spinta per tutto quello che è venuto dopo, un festival più alternativo, più giovane. La media dei nostri collaboratori, come quello della nostra associazione, resta sotto i 30 anni. In modo che sia un trampolino di lancio, più che una passerella.
Tutto bello quindi, oppure ci sono delle difficoltà?
Non è facile, molte delle persone coinvolte non hanno mai lavorato a livello internazionale. Non solo per questo, non è sempre facile portare avanti un'idea di democratizzazione totale del processo organizzativo. Esistono delle difficoltà di comunicazione, di comprensione, che non sono poche. Anche per questo abbiamo deciso che 4 Tunes Cities rimarrà un evento biennale, perché su base annuale sarebbe davvero difficile. C'è anche l'idea di cambiare le tre città dei Balcani, fermo restando Amsterdam come perno, ogni due anni. Perché la comunicazione interregionale sia sempre più forte. Per esempio, da quando abbiamo coinvolto Pristina, abbiamo preferito per ora non coinvolgere Belgrado per le note vicende politiche. Ma stiamo studiando una collaborazione con la Biennale del Sud Est europeo, che ha sede proprio a Belgrado. Anche i rapporti con le realtà locali non sono sempre facili. C'è tanto entusiasmo, ma anche tante difficoltà, anche logistiche. Pensate che i gruppi si sono potuti riunire solo due volte, parlando su skype o via mail, in inglese. Altro problema quello della raccolta fondi: Amsterdam non è una gallina dalle uova d'oro. Ognuno doveva darsi da fare, pur conoscendo le loro difficoltà, ma volevamo motivazione. Poi è andata bene, magari con contributi simbolici, ma si è attivata una rete virtuosa come elemento di compartecipazione non solo dei contenuti, ma anche nelle difficoltà.
Un festival che, in questi anni, ha dato la sensazione di far bene anche ad Amsterdam?
All'inizio c'è stato un approccio umanitario al festival, d'altronde l'iniziativa nasceva da un gruppo di studenti che portavano medicine nei Balcani. Adesso le cose vanno meglio e c'è bisogno di altro.
Alla fine, però, è stata un'occasione per Amsterdam, che ha scoperto i Balcani fuori dagli stereotipi che sono diffusi un po' in tutto il mondo. Chi è venuto al festival ha scoperto un'energia, una vitalità eccezionale. Rese ancor più preziose dalla scarsità di mezzi. Per tutti noi è stato molto motivante, spingendoci ad andare avanti.
Un progetto che non si esaurirà con questo evento?
Dopo la tappa di Skopje ci siederemo tutti attorno a un tavolo per fare un bilancio di questa prima edizione pilota. Valuteremo cosa migliorare, come implementare l'iniziativa, coinvolgendo come detto anche altri paesi. Vedremo il livello di partecipazione locale e di visibilità, in modo da migliorare l'iniziativa. Non vogliamo che tutto si esaurisca nell'evento. Non deve accadere che dopo il festival si va via ed è tutto finito. Un esempio bello e simpatico, della scoperta reciproca, credo che sia quello della produttrice di Balkan Snapshots che ha scelto di vivere a Pristina.
Christian Elia