"L'ennesimo nulla di fatto sulle questioni al centro della crisi sistemica che viviamo". Così la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale commenta le conclusioni del vertice del G20 di Seul. Eppure i potenti del mondo hanno rilasciato un comunicato finale [file .pdf] che parla di riforme strutturali e priorità data alle politiche del lavoro.
Abbiamo chiesto un commento ad Antonio Tricarico, coordinatore della "Campagna".
Il G20 ha ratificato l'accordo di Basilea 3, che pone nuovi limiti patrimoniali alle banche. In sostanza, questi dovrebbero evitare esposizioni eccessive e quindi la speculazione finanziaria che ha prodotto la crisi globale. Perché per voi non basta?
Alzare i requisiti patrimoniali può avere anche una ricaduta rischiosa: i nuovi limiti patrimoniali alzati al 10,5 per cento danneggeranno, almeno a livello europeo, istituti di media grandezza che già hanno difficoltà.
Nello stesso tempo il G20 non riesce ad affrontare il vero problema, che è quella di regolare i grandi conglomerati bancari,quelli "too big to fail". Le nuove linee guida sono dei principi generici. Poi saranno organismi tecnici, non democratici, e definirli. E non si va nella direzione di diminuire le dimensioni di questi grandi conglomerati.
Il G20 dichiara che i contribuenti non pagheranno più se ci saranno nuove crisi, ma non spiega perché e non dice come trasformare il sistema bancario.
Il problema dei "too big to fail" è stato discusso perché le economie emergenti non hanno istituti così grossi e pongono il problema di non istituire, per le proprie banche che agiscono magari solo a livello nazionale, vincoli così stretti come per Citigroup, Goldman Sachs o Deutsche Bank. Chiedono una differenziazione. Per i grandi gruppi si tratterebbe di porre vincoli addirittura superiori a quelli di Basilea 3, ma tutte le decisioni sono rimandate.
Quindi si tratta di dare limiti diversi alle banche del mondo ricco e a quelle dei Paesi emergenti?
In questa direzione forse si sta pure andando. Ma quello che andrebbe fatto è differenziare rispetto agli utilizzi del credito. Per sostenere l'innovazione o la green economy, noi abbiamo bisogno di creare nuove realtà produttive. Quindi si tratta anche di scommettere finanziariamente, prendersi dei rischi perfino maggiori rispetto a ora. Quando invece si sostiene il business tradizionale, ci vogliono regole ferree.
Il problema è che Basilea 3 risponde solo alla domanda: come garantiamo la stabilità finanziaria? Non risponde invece alla domanda: a cosa ci serve un sistema finanziario migliore?
Questo è il problema a monte. In più c'è il fatto che le maggiori banche Usa ormai sono allineate ai limiti di Basilea 3. Hanno una grossa capitalizzazione e non avranno problemi a rientrare nei vincoli, mentre è il loro operato che continua a essere un problema. Allora si discute anche di porre ulteriori vincoli ai grossi conglomerati.
Ma la nostra domanda è: non sarebbe molto più semplice rispacchettare ulteriormente il loro business, tornare a dividere banca commerciale e banca d'investimenti? Un approccio a monte che probabilmente oggi sarebbe molto più efficace.
Oggi abbiamo un pezzetto della riforma, Basilea 3, non sappiamo ancora come verrà applicato ai grandi conglomerati, ma soprattutto non abbiamo la risposta alla domanda fondamentale: quanto questa trasformazione obbedisca alle esigenze reali dell'economia. La partita è aperta.
Sintetizzando, possiamo dire che si vada ancora una volta verso un Fmi al servizio del G20, secondo il principio per cui il bene dei più ricchi farà, a cascata, anche il bene dei più poveri?
Di sicuro, in materia di sviluppo, il G20 oggi propone ricette che solo in parte vanno oltre il "consenso di Washington". Per i Paesi poveri si chiedono ulteriori liberalizzazioni commerciali. Allo stesso tempo, il G20 ha contraddizioni al suo interno: il braccio di ferro tra Usa e Cina e, in parte, Germania. Di fronte a ciò, i venti chiedono al Fmi di studiare la situazione, suggerire vie d'uscita e monitorare il comportamente dei Paesi, in quanto sanno benissimo che il Fondo è un'istituzione in grado di imporre ricette ai Paesi poveri ma che per imporle a quelli forti ha bisogno del loro consenso.
Gabriele Battaglia