Il summit coreano dei ministri delle Finanze e dei governatori della maggiori economie ha per ora scongiurato il rischio di una guerra delle valute.
"Siamo arrivati a Gyeongju pieni di apprensione - ha sintetizzato la francese Christine Lagarde - ce ne andiamo pieni di aspettative".
Tutti temevano la "svalutazione competitiva", cioè la corsa a ridurre il valore relativo della propria moneta per favorire le esportazioni. La Fed statunitense aveva già cominciato a inondare il sistema bancario di dollari per ridurne il valore. Gli Usa, in balia del deficit, puntavano il dito contro la Cina, accusata di mantenere artificialmente basso il valore dello yuan.
In Corea si è giunti al compromesso: il Fondo Monetario Internazionale fisserà degli indicatori, dei campanelli d'allarme universalmente riconosciuti, che segnalino quando gli squilibri globali si aggravano.
Non è invece passata la richiesta Usa di fissare un tetto - il quattro per cento del pil - al surplus commerciale dei singoli Paesi.
Oltre alla Cina, si sono opposti altri campioni dell'export, come Germania e Giappone, che non hanno mancato di ricordare che il rischio di instabilità è dato anche dalle politiche unilaterali della banca centrale statunitense.
I commenti dell'indomani parlano di una mezza vittoria per gli Stati Uniti: gli squilibri commerciali sono stati riconosciuti come un problema. Non solo: nel comunicato finale, la Cina ha accettato la formula per cui l'andamento delle valute deve essere "determinato dal mercato" e non semplicemente "orientato al mercato", una apparente sfumatura che però vieta, in linea di principio, ogni intervento politico sul valore delle monete.
In cambio, il Dragone ha ottenuto di contare di più all'interno del Fmi, di avere cioè più voce in capitolo nella scelta delle politiche economiche globali. L'Europa cederà due degli otto seggi che detiene nel consiglio dell'Fondo ai Paesi emergenti, i quali aumenteranno del sei per cento i propri contributi al capitale complessivo dell'istituzione.
Chi ne è uscito meglio? PeaceReporter lo chiede ad Andrea Di Stefano, direttore di "Valori".
I Paesi emergenti. Hanno ottenuto un inizio di riforma del Fondo e dall'altra parte la posizione statunitense, assolutamente strumentale, non è stata accettata. Il tetto del quattro per cento era una forma riveduta e corretta di protezionismo. Contro questo meccanismo che gli Usa volevano "automatico", si è creata un'alleanza inedita tra Brasile, Cina, Germania e Giappone, tutti i maggiori esportatori.
Da cosa dipendono gli squilibri globali: manipolazione delle valute o sostanziale fallimento del modello economico neoliberista?
Il disequilibrio è statunitense e Washington non può pensare di farlo pagare al sistema internazionale. La speculazione sulle valute agisce solo quando c'è uno squilibrio strutturale dell'economia Usa, il cui deficit della bilancia commerciale è pluridecennale. La globalizzazione e gli ultimi quindici anni di ideologia monetarista e neoliberista hanno peggiorato la situazione. Ci vorranno dieci anni perché ne escano.
Alcuni interventi strutturali di Obama richiedono tempi lunghi e sono difficili da far digerire: gli statunitensi devono consumare di meno, accedere meno al credito, risparmiare. Per esempio dovrebbero adottare un sistema di tassazione dei carburanti simile a quello europeo e culturalmente fanno fatica ad accettarlo, tant'è che hanno successo la campagne demagogiche e populiste.
Quindi c'è un nesso tra Tea Party e disequilibri globali?
Sicuramente. Obama ha cercato di cambiare il modello. Ad esempio nell'auto: la Chrysler che passa dal Cherokee alla Cinquecento, un miliardo di investimenti nell'auto elettrica, sono cambiamenti che si scontrano con la cultura degli Stati Uniti. E del resto le ricadute economiche delle misure anticicliche di Obama richiedono tempo.
La guerra delle valute è definitivamente scongiurata?
Assolutamente no, come non è scongiurato il rischio di nuove bolle finanziarie. Ci vorrebbero interventi più strutturali, come la tassazione sulle transazioni finanziarie. Ancora oggi, dei 7500 miliardi di scambi giornalieri, quasi la metà riguardano le valute. La percentuale relativa a reali scambi commerciali è infinitesima.
Il dollaro è ancora l'asso nella manica di Washington?
Non più come una volta. Un tempo rappresentava il settanta per cento degli scambi mondiali e oggi, dopo l'avvento dell'euro, solo il quaranta. Dopo di che gli Usa non possono giocare più tanto con lo strumento svalutazione, perché il loro debito è nelle mani di investitori internazionali, fondi sovrani soprattutto asiatici. E' vero che alle prime avvisaglie della crisi i cinesi hanno diminuito l'incidenza nei loro portafogli di titoli pubblici statunitensi, però la situazione non si è comunque riequilibrata.
Gabriele Battaglia