15/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La liberazione di Aung San Suu Kyi non è sufficiente per cambiare la Birmania. E non è ancora chiaro cosa il regime le lascerà fare

La sua enorme presa sulla popolazione è stata appena confermata dal bagno di folla che l'ha accolta. Lei ha già moderato le sue posizioni, infondendo speranza ma stando ben attenta a non pestare i piedi alla giunta militare che l'ha tenuta prigioniera per 15 degli ultimi 21 anni. Mentre la Birmania e il mondo si sciolgono davanti alla liberazione di Aung San Suu Kyi, l'iniziale euforia di questi giorni dovrà però per forza scontrarsi a breve con la situazione reale sul campo: quella di un paese dove l'esercito non ha nessuna intenzione di cedere un potere che detiene da 48 anni, e dove una ricetta per la pacifica coesistenza dei generali e dell'eroina della democrazia non è stata ancora trovata.

Suu Kyi, l'ha confermato lei stessa, è libera senza condizioni. Almeno formalmente, ciò vuol dire che potrà girare a piacimento per la Birmania per lavorare al suo programma di riconciliazione nazionale. Ma quanto il suo attivismo sarà tollerato dal regime è tutto da dimostrare: Suu Kyi, va ricordato, era stata rimessa in libertà altre due volte, per poi tornare in detenzione con altri pretesti quando stava diventando un pericolo per il regime. Lo stesso entourage della donna teme per la sua sicurezza: "Basta un uomo armato tra la folla per attentare alla sua vita", ha ammesso Win Tin, uno degli anziani fondatori della Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi.

"Siamo alle cosiddette fasi di studio", spiega a PeaceReporter un osservatore di un'organizzazione per i diritti umani dotata di una capillare rete di informatori nel Paese. "Il regime ha concesso il momento di gloria a Suu Kyi, lei finora si è tenuta all'interno di una linea non scritta di cosa è consigliabile fare. I prossimi mesi saranno decisamente interessanti".

I sette anni consecutivi agli arresti domiciliari non hanno piegato lo spirito del premio Nobel per la pace, ma a giudicare da quanto dichiarato finora ne hanno smussato l'indisponibilità al compromesso con una giunta di cui, in passato, aveva sempre sottolineato l'illegittimità. "Non provo rancore verso chi mi ha tenuto agli arresti domiciliari", ha detto nel suo primo comizio, in cui non ha mai menzionato le elezioni del 7 novembre, con cui il regime si è assicurato una facciata democratica per il suo potere. Il tema su cui la donna è ritornata più volte è quello del dialogo. "Incontriamoci, e parliamo", è stato il suo messaggio al generalissimo Than Shwe. Rimane però da vedere se l'impenetrabile numero uno della giunta, a cui viene attribuito un irrazionale disprezzo verso Suu Kyi, condivide la voglia di sedersi a un tavolo con la sua spina nel fianco.

La nuova posizione della donna sulle sanzioni economiche applicate da Usa e Ue potrebbe però interessare i generali (e diversi paesi occidentali). Il tema divide da anni gli osservatori: colpiscono più i militari o il popolo? Con il passare degli anni, la seconda teoria ha acquistato sempre più sostenitori. Mentre in passato Suu Kyi approvava le restrizioni, in quanto giusta punizione per un regime le cui violazioni dei diritti umani non si contano, ora ha già aperto a un possibile ripensamento: "Se il popolo davvero vuole che siano tolte, ne terrò conto", ha detto dopo aver invitato la gente a "dirle cosa vuole". Dato che un terzo dei birmani vive sotto la soglia di povertà e praticamente tutti desiderano per prima cosa un innalzamento del proprio livello di vita, sarà interessante vedere se la posizione di Suu Kyi evolverà verso un appoggio alla rimozione delle sanzioni.

Gli interessi coinvolti sono enormi. Alle spalle della giunta militare, negli ultimi anni è fiorita in Birmania una ristretta ma potente cricca di businessmen con le

Parole chiave: Birmania, Myanmar, Aung San Suu Kyi
Categoria: Diritti, Donne, Politica
Luogo: Myanmar