Lo scorso marzo in Iraq è stata varata una costituzione che, per la prima volta,
era scritta anche in lingua curda, e un curdo, Jalal Talabani, è stato eletto
presidente del Paese. Nel nuovo parlamento iracheno i partiti curdi hanno conquistato
una consistente rappresentanza e stanno ora spingendo per un’ampia autonomia della
regione curda nel nord del paese.

Senza diritti e identità. A poca distanza dal kurdistan iracheno, oltre il confine con la Siria, vivono
un milione e mezzo di curdi che si accorgono di come, per i loro fratelli iracheni, le cose stiano cambiando molto velocemente, mentre loro, tra speranze
e vessazioni, vedono la propria situazione in una luce molto diversa. A dispetto
dei progressi nei diritti civili e politici, per i curdi in Iraq e in Turchia,
i curdi siriani vivono da decenni sotto un regime che li discrimina in molti campi
fondamentali della vita civile: sul lavoro, nelle scuole e nell’esercito. Se sei
curdo, non ti è concesso nemmeno di parlare la tua lingua. E la regione nordorientale
in cui vivono soffre di un marcato sottosviluppo rispetto al resto del Paese.
Ci sono poi altri due o trecentomila curdi che vivono in Siria, ma che legalmente
sono apolidi da quando, nel 1962, un censimento non tenne conto di centoventimila
di loro. Ancora oggi, questi ultimi e i loro discendenti non possono votare, registrare
proprietà a proprio nome e nemmeno espatriare. Tutto il malcontento e le frizioni
sociali accumulatesi negli anni tra curdi e maggioranza araba sono esplose nel
marzo 2004, quando un incontro di calcio degenerò in una serie di scontri di piazza
con la polizia. Le manifestazioni nelle città di Qamishli e Aleppo portarono alla
morte di 40 persone (25 secondo le autorità siriane) e al successivo arresto di
duemila curdi provenienti da tutto il paese.
Il regime apre ai curdi? Dal marzo 2005 sembra essere iniziato un lento processo di dialogo tra le autorità
siriane e la minoranza curda: ad esempio gli abitanti della città di Hasakeh hanno
inscenato una manifestazione in favore del presidente Bashar al Assad e si sono
astenuti dai festeggiamenti per il Newroz, il capodanno curdo. Le autorità siriane,
in cambio, hanno promesso di occuparsi del problema degli apolidi e, secondo diverse
testimonianze, starebbero redigendo un nuovo censimento che permetta di offrire
una nazionalità a centociquantamila curdi, un numero tuttavia molto inferiore
al totale degli interessati. Al Assad si è esposto in prima persona per mandare
un messaggio distensivo tanto ai curdi siriani che al presidente iracheno: ha
prospettato l’istituzione di un consiglio per tutelare gli interessi della minoranza
curda siriana, ha concesso l’amnistia a trecentododici dei detenuti curdi imprigionati
dopo gli scontri del marzo 2004, e in occasione dell’elezione di Talabani ha autorizzato
dei festeggiamenti pubblici con tanto di costumi tipici e inno nazionale curdo.
Stabilità e democrazia. Certamente, dietro queste aperture del regime siriano si riconosce la pressione
statunitense, motivata da preoccupazioni etiche e geopolitiche. Ma è molto probabile
che al Assad si sia anche reso conto di come, per la futura stabilità della Siria
nel mutato contesto regionale, sia indispensabile trovare una collocazione civile
e politica per quel 10 percento di popolazione che, anche per via delle discriminazioni,
sente di essere più curda che siriana. Ibrahim Hamidi, commentatore per il quotidiano
Daily Star, descrivendo la situazione siriana identifica tre poteri: “c’è il regime,
con gli stumenti politici e militari di cui dispone, gli islamisti, che hanno
religione e moschee ma nessuno strumento politico, e poi ci sono i curdi, che
dispongono di 11 partiti politici clandestini ma ben organizzati, una base sociale
molto coesa e una rete di legami politici, familiari e tribali con i curdi in
Iraq, in Turchia, in Europa e negli Stati Uniti.” Ora dunque la prima proccupazione
per la tenuta del regime è quella di impedire una saldatura tra gruppi islamici
e curdi. Faisal Bard, un avvocato curdo la cui moglie è un’apolide, ci tiene però
a scansare l’idea del separatismo curdo in Siria: ”la grande maggioranza di noi
curdi –ha dichiarato al New York Times- vuole vedere i propri problemi risolti
entro la cornice della nazione siriana. Concedere la cittadinanza ai curdi sarebbe
un progresso, ma ancora molto parziale. Quello che vogliamo è la democrazia in
Siria”.
Proclami e smentite. Nonostante il rilascio dei trecento prigionieri, da parte curda l’ottimismo
vene elargito con molta cautela; pare infatti che degli arrestati nel marzo 2004
ancora cento siano detenuti e che, come riportato da alcuni quotidiani curdi,
una nuova serie di arresti sia in corso in parallelo con le annunciate amnistie.
“Numerosi leader di partito sono stati arrestati” ha annunciato all'emittente
al Arabiya Hassan Saleh del partito Yakity senza però fare nomi. Domenica 15,
davanti alla tristemente nota Corte per la Sicurezza dello Stato, centinaia di
curdi hanno manifestato per chiedere il rilascio di tutti i detenuti politici
e per sollecitare la fine delle leggi speciali del regime baathista siriano. “Nonostante
tutti i proclami –dichiarava Anwar Bunni, un avvocato che si occupa di diritti
umani- le autorità siriane continuano ad impiegare i servizi di sicurezza e la
loro illegittima Corte per reprimere le società civile e i partiti di opposizione”.