21/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo decenni di discriminazioni, il regime cambia rotta?
Lo scorso marzo in Iraq è stata varata una costituzione che, per la prima volta, era scritta anche in lingua curda, e un curdo, Jalal Talabani, è stato eletto presidente del Paese. Nel nuovo parlamento iracheno i partiti curdi hanno conquistato una consistente rappresentanza e stanno ora spingendo per un’ampia autonomia della regione curda nel nord del paese.
 
Senza diritti e identità. A poca distanza dal kurdistan iracheno, oltre il confine con la Siria, vivono un milione e mezzo di curdi che si accorgono di come, per i loro fratelli iracheni, le cose stiano cambiando molto velocemente, mentre loro, tra speranze e vessazioni, vedono la propria situazione in una luce molto diversa. A dispetto dei progressi nei diritti civili e politici, per i curdi in Iraq e in Turchia, i curdi siriani vivono da decenni sotto un regime che li discrimina in molti campi fondamentali della vita civile: sul lavoro, nelle scuole e nell’esercito. Se sei curdo, non ti è concesso nemmeno di parlare la tua lingua. E la regione nordorientale in cui vivono soffre di un marcato sottosviluppo rispetto al resto del Paese.
Ci sono poi altri due o trecentomila curdi che vivono in Siria, ma che legalmente sono apolidi da quando, nel 1962, un censimento non tenne conto di centoventimila di loro. Ancora oggi, questi ultimi e i loro discendenti non possono votare, registrare proprietà a proprio nome e nemmeno espatriare. Tutto il malcontento e le frizioni sociali accumulatesi negli anni tra curdi e maggioranza araba sono esplose nel marzo 2004, quando un incontro di calcio degenerò in una serie di scontri di piazza con la polizia. Le manifestazioni nelle città di Qamishli e Aleppo portarono alla morte di 40 persone (25 secondo le autorità siriane) e al successivo arresto di duemila curdi provenienti da tutto il paese.
 
Scontri del marzo 2004 Il regime apre ai curdi? Dal marzo 2005 sembra essere iniziato un lento processo di dialogo tra le autorità siriane e la minoranza curda: ad esempio gli abitanti della città di Hasakeh hanno inscenato una manifestazione in favore del presidente Bashar al Assad e si sono astenuti dai festeggiamenti per il Newroz, il capodanno curdo. Le autorità siriane, in cambio, hanno promesso di occuparsi del problema degli apolidi e, secondo diverse testimonianze, starebbero redigendo un nuovo censimento che permetta di offrire una nazionalità a centociquantamila curdi, un numero tuttavia molto inferiore al totale degli interessati. Al Assad si è esposto in prima persona per mandare un messaggio distensivo tanto ai curdi siriani che al presidente iracheno: ha prospettato l’istituzione di un consiglio per tutelare gli interessi della minoranza curda siriana, ha concesso l’amnistia a trecentododici dei detenuti curdi imprigionati dopo gli scontri del marzo 2004, e in occasione dell’elezione di Talabani ha autorizzato dei festeggiamenti pubblici con tanto di costumi tipici e inno nazionale curdo.
 
Bashar al Assad
Stabilità e democrazia. Certamente, dietro queste aperture del regime siriano si riconosce la pressione statunitense, motivata da preoccupazioni etiche e geopolitiche. Ma è molto probabile che al Assad si sia anche reso conto di come, per la futura stabilità della Siria nel  mutato contesto regionale, sia indispensabile trovare una collocazione civile e politica per quel 10 percento di popolazione che, anche per via delle discriminazioni, sente di essere più curda che siriana. Ibrahim Hamidi, commentatore per il quotidiano Daily Star, descrivendo la situazione siriana identifica tre poteri: “c’è il regime, con gli stumenti politici e militari di cui dispone, gli islamisti, che hanno religione e moschee ma nessuno strumento politico, e poi ci sono i curdi, che dispongono di 11 partiti politici clandestini ma ben organizzati, una base sociale molto coesa e una rete di legami politici, familiari e tribali con i curdi in Iraq, in Turchia, in Europa e negli Stati Uniti.” Ora dunque la prima proccupazione per la tenuta del regime è quella di impedire una saldatura tra gruppi islamici e curdi. Faisal Bard, un avvocato curdo la cui moglie è un’apolide, ci tiene però a scansare l’idea del separatismo curdo in Siria: ”la grande maggioranza di noi curdi –ha dichiarato al New York Times- vuole vedere i propri problemi risolti entro la cornice della nazione siriana. Concedere la cittadinanza ai curdi sarebbe un progresso, ma ancora molto parziale. Quello che vogliamo è la democrazia in Siria”.
 
Manifestazione contro al AssadProclami e smentite. Nonostante il rilascio dei trecento prigionieri, da parte curda l’ottimismo vene elargito con molta cautela; pare infatti che degli arrestati nel marzo 2004 ancora cento siano detenuti e che, come riportato da alcuni quotidiani curdi, una nuova serie di arresti sia in corso in parallelo con le annunciate amnistie. “Numerosi leader di partito sono stati arrestati” ha annunciato all'emittente al Arabiya Hassan Saleh del partito Yakity senza però fare nomi. Domenica 15, davanti alla tristemente nota Corte per la Sicurezza dello Stato, centinaia di curdi hanno manifestato per chiedere il rilascio di tutti i detenuti politici e per sollecitare la fine delle leggi speciali del regime baathista siriano. “Nonostante tutti i proclami –dichiarava Anwar Bunni, un avvocato che si occupa di diritti umani- le autorità siriane continuano ad impiegare i servizi di sicurezza e la loro illegittima Corte per reprimere le società civile e i partiti di opposizione”.

Naoki Tomasini

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