Cecchini che sparano sulla folla, gruppi pro-regime, armati e inviati contro i manifestanti; in Egitto la situazione che diventa giorno dopo giorno sempre più esplosiva. Nel, frattempo, quello che sembrava uno dei regimi più stabili del Medio Oriente si sta irrimediabilmente sfaldando, senza che sia emersa una credibile alternativa politica, in grado di sostituirsi al presidente Hosni Mubarak. Qualsiasi opzione è n salto nel buio, a meno che la transizione non avvenga sotto la tutela dell'esercito. Remigio Benni, per 15 anni corrispondente dell'Ansa dal Cairo, ci aiuta a capire perché e a decifrare alcuni enigmi della transizione egiziana.
Oggi scade l'ultimatum lanciato da Mohammed el Baradei a Mubarak. La stampa occidentale evoca il rischio di una guerra civile: è un'ipotesi reale?
E' una valutazione molto delicata e molto difficile. Onestamente non vedo questo rischio perché, allo stato attuale, non esistono gruppi contrapposti e armati. Esistono gruppi di sostenitori di Mubarak, alcuni violenti e in qualche caso addirittura armati; esiste una gran massa di manifestanti contro Mubarak e contro il regime che non fa uso di armi e privilegia la protesta civile.
Chi sono i sostenitori di Mubarak? E' una forza organizzatasi spontaneamente o c'é una regia dietro, magari anche una collusione di apparati del regime, come sostenuto da qualcuno?
Probabilmente sono vere entrambe le cose. Questa è l'unica spiegazione che stando sul posto è logico darsi. C'è una middle class di impiegati che solidarizza col presidente, che crede davvero che Mubarak sia un padre, il loro Faraone. Accanto a questi, però c'è anche una fetta di gente assoldata, pagara da alcuni potenti che sentono minacciati i loro interessi da un eventuale cambio di regime e che quindi reagiscono in maniera nervosa, anche violenta, pagando persone che vengono armate e inviate a creare provocazioni ed anche ad uccidere.
Sembrerebbe che gli americani abbiano scaricato Mubarak e abbracciato le istanze dei manifestanti ma è difficile che siano disposti a perdere un alleato così importante in un zona così calda: da lì i giochi sembrano già fatti?
Tutto questo è da valutare con molta attenzione. La presa di posizione dell'amministrazione americana nei confronti di Mubarak si spiega soprattutto con le violenze che ci sono state, con il mancato rispetto dei diritti umani ma non credo si tratti di un'opposizione definita e politica della Casa Bianca al presidente egiziano, tanto è vero che a dispetto dei tanti inviti rivoltigli a lasciare il potere, fino a questo momento non c'è stato nessun intervento diretto e non c'è nessuna interferenza nel Paese. Ci sono contatti tra Washington e il vicepresidente Omar Suleiman perché si valuti l'ipotesi di un governo transitorio, guidato proprio da quest'ultimo, ma comunque dovrebbe far rfilettere che proprio ieri, dopo il colloquio con la Casa Bianca, lo stesso Suleiman ha dichiarato alla televisione di stato che Mubarak non se ne può andare, che deve rimanere 70 giorni per fare le riforme e che non può lasciare fino alla fine del mandato sennò sarebbe il caos. Poi ha ringraziato i giovani di piazza Tahrir, definendoli il fuoco che ha innescato le riforme. Questo è un discorso estremamente ambiguo e contraddittorio che mette in difficoltà qualsiasi analista e non consente di definire in maniera netta la situazione.
La crisi però ormai dura da 11 giorni e nel frattempo non è emersa nessuna alternativa, il che fa pensare che il dopo Mubarak sia un salto nel buio. Chi sono le personalità da tenere sott'occhio ed eventualmente quali alleanze si stanno formando?
E' proprio questo salto nel buio che spinge la Casa Bianca a non interferire e a non spingere perché Mubarak se ne vada immediatamente. Per quel che si legge, si sa e si sente, non c'è un ricambio , non c'è un'alternativa. Il tentativo di Mubarak, nominando Suleiman vicepresidente, la settimana scorsa dopo le prime proteste, sembrava proprio un mode per dire. "adesso nomino un vice, cosa che nonostante me lo imponesse la costituzione, non ho mai fatto in 30 anni di presidenza, mentre cerco una via per andarmene". L'unica concessione che ha fatto alla piazza, è stata la promessa di non ricandidarsi. Queste parole vanno prese per quello che valgono, perché tutto può cambiare nel giro di settimane e mesi. Allo stato attuale, non c'è nessun ricambio chiaro: el Baradei non è una figura sulla quale puntare realmente; Amre Moussa gode di una certa popolarità ma è stato messo da parte dal regime per lungo tempo. Era ministro degli Esteri, poi è stato mandato alla Lega Araba e non sembra che goda di un supporto politico e del sostegno dei gruppi economici che lo possano spingere alla presidenza. Ogni soluzione è un salto nel buio. L'unica alternativa è quella che un gruppo di militari che controlla realmente l'esercito e soprattutto i poteri economici legati all'esercito - non dimentichiamo che c'è un ministero delle Produzioni militari e che molti militari sono stati messi a capo di industrie - se questo è vero, ci potrebbe essere una successione nell'ambito delle Forze armate. C'è un problema: l'esercito ha dichiarato la sua fedeltà al rais e al suo sistema politico. Quindi, qualsiasi successione di questo tipo potrebbe avvenire solo molto gradualmente. Ed è questo il succo del messaggio che ieri Suleiman ha inviato attraverso la televisione di stato egiziana.
Visto da fuori, il regime egiziano sembrava uno dei più stabili nell'area. Nel giro di pochi giorni sembra arrivato al capolinea. E' stata davvero una crisi repentina o Lei ha visto dei segni che potessero lasciar presagire questo esito?
Assolutamente no. Non c'era nessuno che potesse prevedere qualcosa del genere. Sono qui da 15 anni e fin dall'inizio ho sentito dire che questo regime sarebbe esploso o imploso, che questo Paese sarebbe arrivato a fare i conti con la difficoltà di buona parte della popolazione a sopravvivere. L'ho sentito dire per 15 anni e non è mai successo nulla. Questa volta sono scesi in campo i blogger, gli stessi che due anni fa avevano convocato una grossa manifestazione nel delta del Nilo per non far chiudere una fabbrica che avrebbe lasciato sul lastrico centinaia di persone, riuscendo nel loro intento.
Alberto Tundo