04/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



I fedelissimi di Mubarak terrorizzano la gente, mentre la paura del futuro diventa angosciante

dal nostro inviato

"Come fa a non capire?", chiede Alaa, grattandosi la testa calva, mentre discute con l'impiegata della compagnia aerea a Malpensa, che impone il sovrapprezzo sul peso del bagaglio. "Abbiamo bisogno di portare cibo alle nostre famiglie in Egitto. Vivo da quattordici anni in Italia, appalti nelle ristrutturazioni. Me la cavo bene, anche con la crisi. La mia famiglia non l'ho mai portata con me. Ho due bimbe, piccole. Volevo tenere duro per un po' e poi tornare a casa. Loro devono crescere a casa loro, ma adesso tutto è confuso. Le vorrei portare al sicuro".

Il volo dall'Italia per il Cairo è colmo: decine di uomini, poche donne, il check-in impazzito per il sovrappeso di tutti i bagagli. "Sono riuscito a comunicare con loro grazie al telefono fisso - spiega Alaa - ma per qualche giorno senza cellulari e internet pensavo di impazzire. Cosa credo che succederà? Non lo so...da un lato penso al futuro dei miei figli e sarebbe bello che li attendesse un futuro libero. D'altra parte, però, ho paura. E' la nostra casa, anche se ci sono delle cose che non ci piacciono. Dopo questo, invece, che succederà? Non vedo l'ora di arrivare per capire meglio, ci sono i vicini che pensano alla mia famiglia, ma voglio guardare con i miei occhi. In Italia siete presi da altro, non capisco bene quello che accade. Per fortuna c'è al-Jazeera''.

Qui non c'è. Nell'unico caffè aperto fuori dall'aeroporto, in un silenzio irreale, cinque avventori guardano avvolti dal fumo della shisha un televisore sintonizzato su al-Arabiya. Al-Jazeera è stata spenta, anche se molti egiziani hanno provveduto a risintonizzare le parabole. Per trovare un telefono locale consigliano il centro commerciale di fronte all'aeroporto.

Sono centinaia. Sembrano bambini, durante la ricreazione a scuola. Malesi, in maggioranza, ma anche indonesiani. Seduti per terra, occupano la sala centrale del grande magazzino.
Tutto intorno a loro uno scenario da città abbandonata: negozi chiusi, vetrine spente, un vigilante triste che osserva malinconico gli asiatici - uomini, donne e bambini - che mangiano provviste portate da casa."Aspettiamo per tornare a casa", dice Syed, l'unico che parla un inglese stentato. "Abbiamo paura, non capiamo quello che succede qui. Il lavoro, siamo qui per quello. Cucine degli alberghi, dei ristoranti, pulizie. Ma con questa situazione tutto è chiuso e torniamo a casa, io devo pensare ai miei figli". Che sono tre e gli stanno attorno, mentre la mamma con il viso giovane incorniciato dall'hijab, serve il riso e le verdure. Un unico, piccolo, negozio aperto.

"Non posso attivare la sim, non va internet - dice il gestore, Ahmed, piccolo e tarchiato - Sei il primo cliente che vedo in due giorni...ho sognato che le cose cambiassero per anni, ma così moriremo di fame. Non si può andare avanti con le scuole chiuse. I bancomat non funzionano, tra un po' se non finisce il cibo, finiranno i soldi per comprarlo. A questo punto, comunque vada, spero finisca presto".

Il tassita, prima di trattare sul prezzo, s'informa sulla destinazione: "Ok, sicuro. Andiamo". Altrove non si va, anche prima del coprifuoco, slittato dalle 15 alle 17. La strada da Heliopolis, zona del terminal, attraversa il cuore del regime. Le caserme dell'esercito, dove la gigantografia di Mubarak non è stata toccata da nessuno, il palazzo presidenziale. Cavalli di frisia, tank, migliaia di uomini. Una prigione, al punto che non si capisce se l'inquilino è protetto o trattenuto.

Un'ambiguità che ti accompagna per le strade di Downtown e del centro: il controllo del territorio è capillare da parte dei militari. I tank, al centro della carreggiata, controllano tutto. La sensazione è che, se solo volessero, potrebbero mettere fine a tutto. Magari non è così, però è come se si fossero ritagliati un ruolo da osservatori.

Nei pressi di Tahrir square un assembramento impressionante: centinaia di persone affacciate, le une accanto alle altre, guardano da un cavalcavia quello che accade nella piazza. Scontri, fumo. Lo scenario di questi giorni incerti. Migliaia di telefonini levati al cielo, per riprendere, per raccontare. La voce gira da un paio di giorni: gli uomini fedeli al regime, prezzolati o meno (si parla di 5mila pound per bastonare - circa 600 euro), hanno ottenuto il risultato principale: terrorizzare la gente.
La caccia ai giornalisti stranieri non ha alcuno scopo pratico, nessuno s'illude di bloccare il flusso di informazioni, ormai irrefrenabile. Unico obiettivo è far passare l'immagine che alle concessioni del regime non c'è alternativa. Settembre o caos. Stesso meccanismo con l'altra grande platea da utilizzare a questo scopo: gli internazionali, meglio se cooperanti, meglio ancora se coinvolti nella difesa dei diritti umani.

Fermi, controlli, documenti trattenuti. Perquisizioni in casa, di gente che si qualifica come agenti di polizia, ma non in divisa. Il tam tam raduna attorno a cellulari, internet (quando va) e televisori ricercatori, impiegati delle sedi diplomatiche e consolari, o persone che hanno semplicemente deciso di vivere qui. "E' sempre stato tutto tranquillo". E hanno ragione, perché magari capita che il padrone di casa, Ahmed, un omino basso e con l'espressione preoccupata, non si ponga il problema delle venti persone che gli occupano l'appartamento e dell'affitto che non arriva, perché il bancomat non va e il cibo viene prima di tutto. Eppure chiede: "Sicuri che non avete bisogno di niente? Soldi, cibo?". Perché il futuro dell'Egitto è incerto, ma anche soffrendo in molti si rendono conto che il momento per un vero cambiamento è adesso. Bisogna tener duro, come le migliaia di persone che sfidano il coprifuoco e restano in piazza Tahrir senza che nessuno li paghi.

Christian Elia

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