Scritto per noi
da Tommaso Cinquemani
La comunità sudanese di Kampala, Uganda, è tutta in strada. Si fa baldoria, si canta, si balla e si mangia. La televisione, appoggiata su uno sgabello, ripete l'annuncio: "Il Sud Sudan è indipendente". Bisogna festeggiare, perché dopo quarant'anni di guerra civile, due milioni di morti e atrocità contro la popolazione, Juba ha il suo stato. Al referendum di gennaio, previsto dagli accordi di pace tra il Nord e il Sud del 2005, hanno partecipato quasi 4 milioni di persone e il 98,83% della popolazione avente diritto di voto ha scelto la secessione. I risultati sono stati resi noti dalla commissione referendaria durante una cerimonia a Khartoum in presenza delle più importanti personalità sudanesi.
"Questo è un momento storico", racconta a Peacereporter Deng Riak, che qui a Kampala fa il venditore ambulante. "Dopo tanti anni e tante sofferenze il Sud Sudan è libero. Ora dobbiamo tornare a casa per ricostruirlo". Già, perché nel nuovo Sud Sudan bisogna ricominciare da capo, partendo dal nome. C'è chi ha proposto di ribattezzarlo Repubblica del Sud Sudan, altri vorrebbero ispirarsi ad una delle lingue locali. Steve Uondu lavora anche lui come ambulante. Vende ricariche telefoniche, spazzole, noccioline tostate. "Io non provo rancore verso il nord, possiamo ancora lavorare assieme. Ma come due stati indipendenti, non come padrone e suddito".
La famiglia di Steve ha potuto esprimere il suo voto a Kampala. Fin dai tempi della seconda guerra civile, l'Uganda è stato un Paese alleato del Sud. Forniva armi e addestramento alle milizie del Sudan People's Liberation Army. Milizie che ora sono in subbuglio. Si sono imbarcate all'ultimo momento nel governo e adesso, grazie al peso militare, sperano di partecipare al taglio della torta. Salva Kirr Mayardit, che dal 2005 guida il governo ed è a capo del Sudan People's Liberation Movement (Splm), sta cercando di mantenere i suoi uomini nei ranghi. Ma tra gli ex-ribelli c'è poca voglia di aspettare. Hanno lottato per l'indipendenza e ora vogliono il potere.
Se le divisioni interne sono il problema più grosso, non vanno meglio i rapporti con il Nord. Nonostante il presidente Omar al-Bashir abbia reso possibile il voto, ha fatto di tutto per ostacolare il governo del sud e alzare il prezzo politico della secessione. In campo ci sono ancora molti problemi da risolvere e il presidente nord sudanese vuole trattare da una posizione di forza. Prima fra tutte la questione di Abyei, regione contesa tra Khartoum e Juba, ricca di petrolio e terreno di scontro tra i nomadi del nord, i Misseryia, e le popolazioni stanziali del sud, i Dinka. Secondo gli accordi di pace del 2005 questa regione avrebbe dovuto votare durante il referendum, ma le pressioni di Khartoum non lo hanno reso possibile. Probabilmente ora si proseguirà con accordi privati tra i due governi e c'è da scommettere che al-Bashir venderà cara la pelle. In cambio della cessione di Abiyei potrebbe chiedere una percentuale sulle esportazioni di petrolio, che comunque anche adesso viene pompato al nord, verso Port Sudan, oppure una spartizione favorevole del debito pubblico o la cancellazione di Khartoum dalla lista nera degli stati Uniti.
Quel che al-Bashir ora teme sono le proteste di piazza. Il popolo vede nella secessione il fallimento del presidente. I moti che stanno sconvolgendo Egitto e Tunisia non aiutano a calmare la situazione. Manifestazioni e scontri con la polizia sono all'ordine del giorno, mentre i prezzi dei beni basilari si impennano e i nord sudanesi si chiedono se non sia ora di cambiare. "Con il petrolio sarà tutto più semplice. Il nostro Paese sarà ricco. Non dovremo più dividere nulla con il nord", ne è convinto Isaiah Jook, mentre stappa una bottiglia di birra Bell. Tra la gente del Sud c'è molta speranza. Sono certi che una volta raggiunta l'indipendenza il Sud Sudan diventerà uno stato ricco e prospero. Molti, qui a Kampala, hanno già lasciato l'Uganda per ritornare a Juba. Si calcola che dall'inizio di ottobre siano arrivate 200.000 persone e che altrettante ne arriveranno nei prossimi mesi. Nonostante lo spirito di ricominciare sia forte, i problemi sono molti. Il referendum è stato il primo passo, ma la strada verso la creazione di un vero Sud Sudan è ancora lunga.