09/02/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Biodiversità, dighe e geopolitica del sudest asiatico

Quest'anno il livello del fiume è stato il più basso degli ultimi trent'anni a causa del monsone in ritardo. Effetti del global warming, si dice, che riduce anche i ghiacciai himalayani.
Il surriscaldamento del pianeta è anche all'origine del rischio più immediato per il Mekong, cioè l'innalzamento del livello del mare al suo estuario, in Vietnam, con l'acqua salmastra che dal delta penetra lungo il suo corso e ne sconvolge l'ecosistema: un paradiso della biodiversità dove, secondo il Wwf, sono state scoperte 145 nuove specie animali nel solo 2009.

Come se non bastasse, entro il 2025 il Mekong sarà arginato, deviato, rallentato, da una ventina di dighe, di cui almeno otto in Cina (capaci complessivamente di 15.200 megawatts, cioè energia per 75 milioni di persone) e undici nel suo corso inferiore. Saranno un'altra causa di alterazione dell'ecosistema, probabilmente la principale. E qui entra in gioco la politica.

Con i suoi 4.900 chilometri, il fiume cha attraversa il sudest asiatico è il dodicesimo al mondo per lunghezza, il decimo come portata d'acqua. Il quarantaquattro per cento del suo corso è in Cina (dove si chiama Láncāng Jiāng, "fiume turbolento") mentre nei cinque Paesi del Lower Mekong Basin (Lmb) - Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam - vivono sessanta milioni di persone: otto su dieci dipendono dal fiume per il proprio sostentamento.

Il punto è che il Dragone tira su le dighe senza consultare i vicini a valle. Questi, a loro volta, appaltano la costruzione delle proprie a imprese cinesi e, in subordine, occidentali. Nel gioco di sovrapposizione e contrapposizione degli interessi, la Cina passa repentinamente dal banco degli imputati all'assoluzione senza processo e viceversa.

Da un lato, i governi del sudest asiatico evitano di esprimere critiche, perché la Cina li foraggia. Valga l'esempio del Primo ministro cambogiano Hun Sen che, per non offendere il maggior finanziatore del proprio Paese, ha sposato in toto la versione di Pechino: le dighe cinesi non alterano in alcun modo il normale flusso del "fiume turbolento", i problemi dipendono esclusivamente dal global warming.

Peccato che sia proprio uno studioso cinese, Qin Hui - docente di storia all'università Qinghua di Pechino - a smentire questa tesi.
E' vero - sostiene in un articolo comparso sul sito ambientalista Chinadialogue - che solo il quattordici per cento del volume d'acqua al delta del Mekong arriva dalla Cina, ma è altrettanto vero che a Luang Prabang, Laos, la percentuale sale al settantacinque per cento. Inevitabilmente, tutto l'ecosistema di quei luoghi dipende da scelte cinesi. Lo stesso vale per molte zone lungo il basso corso del fiume.
L'impatto crescerà ulteriormente quando sarà pronta la diga di Nuozhadu, con un bacino capace di 23.7 miliardi di metri cubi e molto vicina al confine con il Laos.

Secondo Milton Osborne - studioso australiano associato al Lowy Institute - il ritmo naturale delle piene e delle secche ha una regolarità che dà vita a ecosistemi sensibili. Anche una semplice variazione per mano umana provoca scompensi. Le dighe bloccano inoltre le migrazioni dei pesci e il flusso del limo che, sedimentandosi a valle, fa da nutrimento alle piante. Infine, abbassamenti e innalzamenti artificiali del livello dell'acqua possono provocare erosione delle rive.

Qin ritiene che l'impatto delle dighe possa essere sia positivo sia negativo.
Da un lato, l'azione umana sul corso del fiume può prevenire le inondazioni e poi innalzare il livello delle acque nei periodi di secca.
Ma se la politica cinese fosse quella già adottata nella Diga delle tre Gole o in quella di Sanmenxia, l'effetto sarebbe esattamente contrario. Infatti, per mantenere stabile il livello del bacino idrico, si lascia fluire l'acqua nel periodo delle piene e si accumula durante le secche. In questo caso, la Cina ha dei benefici perché si garantisce il rifornimento energetico e gestisce meglio il flusso del limo, ma a valle l'impatto è negativo: l'acqua manca quando ce ne è bisogno e viceversa.
Il problema della Cina - secondo Qin - è quindi la mancanza di trasparenza: non spiega come sta gestendo le dighe esistenti e come intende gestire quelle in costruzione. Semplicemente nega che il problema esista. E, tra le altre cose, partecipa alla Mekong River Commission - che dal 1995 riunisce Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam sotto patrocinio Onu - solo come osservatore. 

Dato che la Cina non è trasparente, tutti le danno la colpa: anche per motivi che teoricamente si escluderebbero a vicenda.
Ecco un esempio. Nel 2008, alluvioni nella piana di Ventiane e secche eccessive nel nord del Laos, indussero i laotiani ad accusare la Cina di rendere più estremi i picchi stagionali del fiume.
Ma nell'area del lago di Tonle Sap, in Cambogia, le popolazioni locali imputano alle dighe cinesi il contrario: che i picchi si siano eccessivamente ridotti. Ecologia ed economia locali godono proprio del fatto che il livello del fiume cambi notevolmente su base stagionale: nel periodo di piena, le acque del Mekong risalgono infatti lungo un affluente favorendo la migrazione dei pesci verso il lago stesso e portando il limo che nutre la locale varietà di riso; nella stagione secca, il flusso si inverte, l'acqua torna nel Mekong e la popolazione può raccogliere il riso e prendere i pesci rimasti impigliati nelle reti.
E' chiaro che la Cina non può essere colpevole in entrambi i casi, ma la mancanza di dati trasparenti induce a darle la colpa sempre e comunque.

Gabriele Battaglia

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