La chiamano "offensiva dello charme", è il tentativo cinese, ormai in corso da anni, di accompagnare la propria espansione economica con una buona dose di soft power, cioè la capacità di attrarre gli altri Paesi e perseguire i propri scopi senza metodi coercitivi.
Si tratta di rappresentare valori condivisi, promettere benefici, affascinare con la propria cultura, in una parola, piacere: lo charme, appunto.
Il concetto di soft power fu elaborato nei primi anni Novanta dal teorico statunitense Joseph Nye, già consigliere delle amministrazioni Carter e Clinton, e gli Stati Uniti godono di un appeal indubbio. Washington - o per meglio dire Hollywood - è una macchina rodata che sforna contenuti progettati già per il mercato globale e, di conseguenza, valori che si pretendono universali.
La Cina invece gode generalmente di pessimo marketing all'estero, almeno in Occidente: non è "democratica" e appare minacciosa anche dal punto di vista economico.
Ma è percepita così dappertutto?
Dall'Indonesia arriva la conferma che l'offensiva cinese dello charme funziona, o comincia a funzionare.
In un articolo del Jakarta Post, Randy W. Nandyatama - ricercatore al dipartimento di relazioni internazionali dell'università Gadjah Mada - invita il suo Paese a prendere esempio proprio dalla Cina.
Secondo lo studioso, Pechino sta espandendo il proprio soft power con un approccio pragmatico che coinvolge le relazioni commerciali ("sia di beni sia di servizi"), la possibilità di investimento ("come le infrastrutture e i progetti minerari"), ma anche lingua e cultura ("con la costruzione di molti Istituti Confucio nei Paesi in via di sviluppo"), nonché la dottrina di non intervento negli affari interni di altre nazioni.
Così facendo, la Cina dà sostanza alla promessa di "sviluppo pacifico" (heping jueqi), che controbatte la cosiddetta "teoria della minaccia cinese", in direzione di una "società armoniosa (hexie shehui) con le altre nazioni".
Nandyatama ritiene che anche l'Indonesia dovrebbe adottare una "politica degli investimenti", capire quali aspetti dell'identità nazionale promuovere all'estero e sedurre il mondo facendo passi avanti nel rispetto dei diritti civili delle minoranze.
In realtà, lo charme cinese arriva da lontano. Già in epoca dinastica, i Paesi che circondano il Celeste Impero gli riconoscevano un'egemonia regionale che si traduceva nel sistema dei tributi. Quando la Cina era fiorente, le periferie si arricchivano sia attraverso i commerci sia con il meccanismo alternativo di scambi costituito dai tributi stessi.
Molto più di recente, nel 2005, Asian Views of China [file .doc], uno studio del dipartimento di Stato Usa, metteva a confronto il Dragone e gli Stati Uniti nella percezione degli abitanti di sette Paesi dell'Asia Orientale (Corea, Giappone, Filippine, Malaysia, Thailandia, Indonesia, Australia). I risultati furono per certi versi sorprendenti (e preoccupanti per Washington), perché risultò che la Cina aveva una reputazione migliore in quattro Paesi su sette ed era quasi ovunque considerata il futuro polo d'attrazione economico della regione.
Lo stesso Joseph Nye ha di recente riconosciuto che la Cina ha fatto grandi passi avanti in termini di conquista pacifica dell'immaginario collettivo ed è arrivata a esprimere il massimo della propria potenza simbolica con le Olimpiadi di Pechino 2008 e l'Expo di Shanghai 2010.
Così l'inventore del potere soft si è messo di buona lena e nel suo The Future of power ha coniato un nuovo termine più consono alla natura di quello Usa: smart power. Non è altro che la somma del soft (persuasione e attrazione) con il buon vecchio hard power: coercizione e soldi.
Se gli Usa non sono in grado di lanciare un nuovo Piano Marshall per conquistare il mondo - anzi sono indebitati proprio con la Cina - restano tuttavia ancora irraggiungibili sul piano militare. E poi, c'è sempre Hollywood.
Gabriele Battaglia