"Stamani ci siamo svegliati e il regime non c'era più", la moglie del mio portiere mi saluta così. Cammino per strada e le persone sorridono rilassate, dopo trent'anni d'apnea tornano a respirare. Giro l'angolo della mia via e ci sono bambini che giocano a pallone, l'area attorno al ministero degli Interni non ha ancora riaperto al traffico. Incontro Mohsen, il tutto fare del mio palazzo, mi saluta commosso e mi dice: "Ti ricordi quando il 23 gennaio ti ho detto che quello che era successo in Tunisia poteva accadere anche qua e tu mi hai risposto - impossibile, non succederà mai!", ridiamo e ci abbracciamo.
Arrivo in Shar'ia Muhammad Mahmud e intravedo la piazza Tahrir. Centinaia di volontari sono al lavoro dal mattino presto per pulire i marciapiedi e rimuovere le barricate, le vetrine infrante e le pietre ammassate ai margini durante i giorni di scontro. "Tutto quello che vedi qua attorno non è più di Mubarak, è nostro e ora vogliamo prendercene cura, tenerlo pulito, per bene", mi spiega la ragazza al check point -uno solo quello ancora attivo per accedere alla piazza.
Erano circa le 6 di ieri pomeriggio, quando Tahrir è letteralmente esplosa in un urlo di gioia. Entrare dentro l'area della piazza era quasi impossibile. Gruppi in festa che suonavano tamburi e ballavano, bambini che correvano ovunque, persone che si abbracciavano commosse e riprendevano video con i soldati semplici, accanto, i carri armati che rimarranno lo sfondo di migliaia e migliaia di foto. Il centro del Cairo era tutto uno sventolio di bandiere e fazzoletti bianco, rosso e nero. Si è continuato a festeggiare per tutta la notte.
La felicità degli egiziani, liberati dopo decenni e decenni di regime, è inarrestabile. Le parole di Mubarak, quelle di giovedì sera, l'amarezza e la delusione che hanno suscitato e che ieri hanno portato per strada milioni di manifestanti -migliaia dei quali in marcia verso il palazzo presidenziale- fanno parte del passato. Chi si è chiesto per questi diciotto lunghissimi giorni se quella egiziana è stata una protesta, un'intifada o una rivoluzione, ieri sera ha visto sciogliersi ogni dubbio e ha lasciato alle spalle riflessioni ormai inutili: "Questo è l'Egitto giorno uno" mi dice un amico al telefono.
Incontro Hana per strada. E' in lacrime: "non sappiamo quello che sarà, non sappiamo quello che faranno i militari. Tra poco dovrebbero sospendere definitivamente lo stato di emergenza e aprire la transizione democratica. Non lo so io cosa succederà nei prossimi mesi, so che aspettavo questo giorno da quando sono nata e questo è il momento di festeggiare".
Chi vive in Egitto adesso è inebriato dalla gioia e ha la sensazione che il mondo attorno stia a guardare ammirato. Gli egiziani hanno dato una delle migliori lezioni di democrazia mai viste e con la loro lotta hanno indicato una strada ben precisa. Diciotto giorni di protesta ininterrotta, con alti e bassi certo, ma caratterizzati da elementi costanti -come la non-violenza, la determinazione su poche richieste molto chiare, l'auto-organizzazione che ha reso la permanenza in Tahrir sostenibile, l'integrazione dei diversi ceti sociali in un'unica voce.
Tutto ciò ha contribuito ad una crescita quasi continua del numero dei partecipanti, mentre il tanto invocato aiuto dalle potenze internazionali praticamente non è mai arrivato. "La cosa incredibile è che l'Egitto ha fatto quasi tutto da solo, senza pressioni degli alleati esterni su Mubarak. Io non ho mai avuto dubbi che ce l'avrebbero fatta -mi spiega una collaboratrice di NPR- la determinazione che sentivo in piazza era incredibile. Tutte le persone con cui parlavo mi dicevano: noi di qui non ci muoviamo, siamo pronti a restare anche sei mesi".
Da domani l'Egitto è chiamato ad un compito complesso. Il passaggio di potere all'esercito pone molti interrogativi in un Paese dove un alto numero di politici integrati nel regime ha un background militare ed è cresciuto nei ranghi dell'esercito, ma queste ore sono il tempo della speranza. Una cosa è certa: gli egiziani non accetteranno compromessi e mediazioni su libertà individuale e giustizia sociale, ora sanno cosa fare e dove andare per far sentire la loro voce.