Scritto per noi da
Luca Bellusci (ICTS Analyst)
Nel dodicesimo anniversario dalla cattura del leader del Pkk Abdullah Ocalan, avvenuta il 15 febbraio del 1999, la condizione della minoranza curda in Turchia rimane costantemente sotto pressione a causa del cronico disimpegno da parte dello stato, ma anche di una certa parte più intransigente dello stesso movimento curdo, nel cercare di risolvere un contenzioso lungo più di trent'anni. La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (Ecri) ha pubblicato agli inizi di febbraio il quarto rapporto sulla Turchia, una relazione lucida dello stato dell'arte sul rispetto delle minoranze del paese.
La nuova pubblicazione fa seguito alla recente sentenza della Corte europea dei diritti umani che ha condannato la Turchia per l'incarcerazione non giustamente motivata di Güler Menteş, attivista e membro del disciolto partito filo-curdo HADEP. La Corte ha espresso preoccupazione per il mancato rispetto del diritto di opinione in Turchia, in particolare modo nei confronti delle donne.
Nel rapporto stilato dall'Ecri sulla situazione delle minoranze in Turchia, pubblicato lo scorso 8 febbraio, si sottolineano gli sforzi dello stato nel cercare di colmare le profonde lacune nei confronti di curdi, alevi e rom. Ma viene evidenziato anche come siano necessari interventi strutturali per garantire, nei diversi ambiti, il giusto trattamento di queste minoranze. Nelle note di apertura del rapporto, si evidenzia come dal 2005 ad oggi siano stati fatti significativi passi avanti verso una convergenza agli standard europei, ma rimangono ancora molti punti da affrontare in termini di rispetto dei diritti civili, in particolare per le minoranze etniche e religiose che in Turchia rappresentano 1/3 della popolazione.
Nella sezione preliminare vengono definiti gli obiettivi raggiunti e i progressi fatti. Il rapporto giudica sostanzialmente positiva l'iniziativa del governo nei confronti della minoranza curda, definita anche come "apertura democratica". Positivi anche in questo senso gli sforzi per introdurre lo studio della lingua curda all'interno di corsi di laurea nelle università del sud-est turco. Inoltre, per quanto riguarda gli interventi di assistenza medica verso rom e curdi, ci sono stati importanti sviluppi in accordo con le precedenti raccomandazioni.
Merita un discorso a parte la valutazione fatta in merito al pacchetto di riforme costituzionali, votato tramite referendum il 12 settembre 2010. La relazione dell'Ecri non entra nel merito della riforma costituzionale ma si limita a evidenziarne i punti cruciali come: l'allargamento dei diritti civili, l'introduzione di meccanismi per la protezione dei principi costituzionali, la riforma della Corte Costituzionale e dei relativi poteri dell'Esercito.
Da come titola il quotidiano turco "Zaman": "ECRI report lauds Turkey's progress on human rights but still has concerns", la stampa turca ha accolto con generale ottimismo il rapporto, sottolineando i progressi fatti dal governo dell'Akp nel garantire alle minoranze un trattamento più equo. Ma nel rapporto la parte più consistente è dedicata proprio ai mancati interventi o "raccomandazioni" con cui l'Ecri si esprime, al fine di evidenziare alcuni aspetti che l'amministrazione turca non ha affrontato con il giusto impegno.
Tra i punti più rilevanti emergono la mancata realizzazione di specifici istituti o enti contro il razzismo e la discriminazione, la costante marginalizzazione delle minoranze etniche nei pubblici impieghi, l'utilizzo arbitrario dell'articolo n.301 del codice penale, le scarse politiche di integrazione dei richiedenti asilo (UNHCR), l'adattamento delle leggi anti terrorismo agli standard internazionali e alle relative convenzioni (ad esempio la ratifica del protocollo n.12 della Convenzione europea sui diritti umani).
L'aspetto più complesso è sicuramente quello riguardante la minoranza curda in Turchia, che conta circa 20 milioni di persone e ha una propria rappresentanza politica, tramite il partito del BDP. La questione politica legata alla minoranza curda è al centro di un discusso processo giudiziario basato sul presunto legame tra il Congresso della società curda (KCK), di cui fanno parte molti membri del BDP, e il movimento armato del PKK, giudicato terroristico da Usa, Ue e Turchia. Il processo rappresenta solo la punta di un iceberg che sta pericolosamente avvicinandosi alle elezioni nazionali, in programma per il prossimo mese di giugno.
Il piano del PKK per una rivolta popolare. In un recente rapporto dell'intelligence turca, pubblicato dal quotidiano "Bugün", si descrive uno scenario di destabilizzazione politica e sociale compiuta dal PKK, nel periodo che precederà le prossime elezioni. L'informativa fornita dal Dipartimento Nazionale di pubblica sicurezza afferma come il KCK, di cui fa parte anche il PKK, abbia ordinato alcune serie di attacchi e dimostrazioni al fine di aumentare la tensione nella regione. L'ordine - secondo la nota - sarebbe stato dato dal presidente del Consiglio esecutivo del KCK, nonché capo del braccio armato del PKK, Murat Karayılan.
Intanto lo stesso PKK ha affermato che nel mese di marzo verrà presa la decisione se continuare o meno la tregua unilaterale, dichiarata lo scorso settembre. La motivazione che sta dietro questo possibile cambio di rotta è da attribuire allo scarso impegno con cui il governo Erdogan sta affrontando la questione curda e le relative richieste del PKK, influenzando negativamente l'opinione pubblica. Inoltre, mentre il PKK al momento si concentra in una strategia di contenimento, l'esercito turco sta aumentando le pressioni e gli attacchi lungo il confine che separa la Turchia dall'Iraq.
In conclusione, l'atteggiamento passivo dell'amministrazione Erdogan, nei confronti della minoranza curda, sembra essere più una "strategy in progress" in attesa che il clima elettorale si surriscaldi, per poter utilizzare a fini propagandistici eventuali aperture al blocco politico curdo del BDP. Un programma per la verità già visto in passato, come nella tornata elettorale del 2007, dove l'AKP riuscì a conquistare il 53 per cento dei voti dalle provincie a maggioranza curda del paese. Ma questa volta, dopo quattro anni di promesse non mantenute, le previsioni non possono che essere al ribasso.