10/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo in pochi anni ha dato in concessione centinaia di migliaia di ettari a società private

Sta diventando una sorta di La Mecca delle società che vanno a caccia di terra coltivabile da comprare o affittare da Paesi poveri che hanno bisogno di far cassa. L'Etiopia è uno degli stati in cui il land grabbing procede più speditamente. Ma gli enormi appezzamenti dati in concessione si trovano soprattutto in un'area: Gambella. Si tratta di una piccola entità amministrativa, un tempo nota come Regione 12, nella parte più occidentale del Paese, stretta tra il Baro e l'Akobo, due fiumi che in una regione in cui la siccità è un dramma con cui bisogna fare i conti ogni anno, sono un tesoro d'inestimabile valore. E' qui che investitori, privati ma non solo (tra i beneficiari cìè anche la Banca nazionale egiziana, ndr), si sono accaparrati enormi porzioni di territorio. La stampa si è concentrata spesso sul business gestito da finanziarie registrate nei Paesi del Golfo ma le fette più grosse della torta se le starebbero spartendo società europee ma soprattutto indiane. Solo negli ultimi due anni, sono venute a bussare alla porta del ministero dell'Agricoltura di Adis Abeba la Bho Agro Plc, che ha ottenuto 27 mila ettari in cui coltivare piante per biocarburante; stesso scopo del Ruchi Group, che si è assicurata 25 mila ettari. Bottini non indifferenti che scompaiono di fronte ai 300 mila ettari che il governo etiope ha concesso a Karuturi per coltivare cereali. In fila, c'è anche la Verdanta Harvest Plc, in trattative per poco più di cinquemila ettari per avviare una piantagione di thé, in un'area sulla quale si estende la foresta di Godere.

E proprio quest'ultima concessione ha messo in moto un tentativo di reazione da parte della popolazione della regione, che ha raccolto 1500 firme e le ha fatte arrivare al presidente Wolde-Giorgis Girma perché fermi lo scempio. Con poco successo, pare, perché il premier Meles Zenawi e il suo ministro dell'Agricoltura, Derebrew Tefera, sono intenzionati ad andare avanti. La vicenda però accende una luce su questione spesso dimenticata, quella riguardante i diritti delle popolazioni che vivono su quelle terre. Hanno voce in capitolo nelle trattative o sono saltati a pié pari da governi che hanno una concezione privatistica delle risorse naturali che dovrebbero amministrare a beneficio di tutti? La seconda risposta purtroppo è quella esatta, come conferma un esauriente rapporto firmato da Lorenzo Cotula per conto dell'International Institute for Environment and Development (Iied). Nelle 56 pagine del dossier, intitolato "Land Deals in Africa: What is in the Contracts?", l'autore studia il land grabbing dal punto di vista legale, esaminando la documentazione legata a 12 contratti siglati nel continente africano, dal Camerun al Sudan, dal Madagascar al Mali. E la conclusione è che, molto spesso, si tratta di contratti opachi, firmati da ministeri o agenzie governative, dopo negoziati con i soli acquirenti e con i mediatori, ma senza che la popolazione sia consultata o, ingannandola, quando un parere viene chiesto. Anche perché, come nel caso etiope, in alcuni Paesi la proprietà privata della terra è vietata per legge. Lo stato è l'unico proprietario e può darla in affitto per periodi piuttosto lunghi, che in genere vanno dai 30 ai 50 anni. Ne consegue che i contadini e i pastori locali possano essere espropriati con un tratto di penna e senza poter far nulla.

Per loro, vale il diritto ancestrale, che li fa sentire tranquilli: "Questa è la terra dei miei nonni, che l'hanno avuta dai loro nonni, quindi questa terra è mia", pensano. La stessa opacità circonda tale tipologia di contratti anche in altri Paesi che, come e più dell'Etiopia, hanno ceduto vaste porzioni di territorio a investitori privati, come il Sudan che, fonte World Bank, ha dato in concessione circa quattro milioni di ettari e il Mozambico (poco meno di tre milioni). Spesso, non è chiara nemmeno l'unicazione del terreno oggetto del contratto; in alcuni casi, osserva Cotula, si tratta di documenti di meno di dieci pagine che non contengono nemmeno le coordinate Gps. Altre volte, non è chiara l'estensione del territorio in questione, anche perché in alcuni si negozia per una quantità di ettari che dopo poco viene rivista al rialzo. E' il caso, per esempio, della Saudi Star Agricolture Development Plc, società che fa capo al miliardario etiope trasferitosi in Arabia Saudita, lo sceicco Mohammed Hussein al-Amoudi. La sua compagnia si era assicurata 10 mila ettari promettendo un programma di investimento di 450 milioni di dollari. Adesso vuole ingrandire la sua concessione fino ad arrivare fino a 250 mila ettari. Dove? Ovviamente nella regione del Gambella.

 

 

Alberto Tundo

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità