01/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro alle interruzioni dell'energia nella capitale giapponese c'è la spartizione delle reti tra le compagnie

Il 13 marzo, due giorni dopo il terremoto e lo tsunami, i dirigenti della la Tokyo Electric Power Co (Tepco) si sono presentati di fronte alla stampa preannunciando "ciò che il Giappone non ha mai sperimentato se non nei pochi anni di caos subito dopo la seconda guerra mondiale" (Japan Today). Parlavano di blackout.
Uno degli aspetti più tragicomici della catastrofe giapponese sono infatti le interruzioni di energia elettrica a rotazione che vengono inflitte alla popolazione di Tokyo, capitale-megalopoli in cui i flussi produttivi e perfino vitali viaggiano in buona parte sulla rete energetica.

Da quando le due centrali nucleari di Fukushima (Daiichi e Daini) sono in panne, la maggiore compagnia energetica del Paese ha infatti suddiviso la propria area di erogazione - che corrisponde su per giù alla grande Tokyo - in venticinque zone. L'elettricità manca in questa o in quella, alternativamente, per periodi di circa tre ore.

Anche in questo caso, come per la débacle dell'informazione che si protrae dall'inizio dell'emergenza nucleare, si scopre che dietro all'inefficienza si nascondono interessi che oggi appaiono paradossali: quelli di un capitalismo liberoscambista quando conviene e protezionista quando fa comodo.
La rete elettrica giapponese non è infatti omogenea. Da quando il settore è stato liberalizzato, tra il 2000 e il 2008, dieci compagnie private si sono spartite il territorio. La Tepco, come si diceva, è la principale.

Per evitare di pestarsi i piedi a vicenda, le "dieci sorelle" hanno però pensato di abolire la parola "competizione" dal loro vocabolario, altrimenti liberista quando si tratta di privatizzare il patrimonio pubblico (tutto il mondo è paese). Hanno letteralmente tagliato il Giappone in due, da nord a sud, e nella parte occidentale hanno adottato la distribuzione di energia a 60 hertz; In quella orientale, Tokyo compresa, impera invece la Tepco con i suoi 50 hz (come in Europa). Ognuno ha così il suo feudo.

Il blocco di Fukushima ha fatto perdere alla utility della capitale circa 21 milioni di kilowatt e nessuno adesso può prestarglieli.
In realtà, le compagnie hanno creato nel 2005 un organismo che si chiama Japan Electric Power Exchange e che dovrebbe proprio risolvere le emergenze favorendo lo scambio di energia tra le diverse reti. Sono stati quindi costruiti tre convertitori nelle prefetture di Shizuoka e Nagano. Tuttavia questi riescono a "scambiare" tra est e ovest solo un milione di kilowatt, un ventesimo circa di quanto ha perso la Tepco.

Così la luce a Tokyo si accende e si spegne. Al di là dei problemi per gli individui, ci sono in ballo anche gli interessi delle grandi industrie, che hanno bisogno di pompare energia nelle proprie linee produttive, già danneggiate dal blocco post-terremoto. Un capitalismo che si morde la coda.

Gabriele Battaglia

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