Da Osaka, dove sta aiutando molti italiani a prendere i voli per rimpatriare, Atsushi Shizumi ci scrive: "La centrale nucleare di Fukushima è sempre stata a rischio. In un articolo ho letto che l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica aveva avvertito già l'anno scorso che un un maremoto come quello del Cile avrebbe creato difficoltà incalcolabili qui da noi. Ma la Tepco ha continuato a dire che la centrale era sicura. La compagnia non vuole che si parli di Fukushima ma anche di tante altre cose. E la nostra agenzia per la sicurezza nucleare fa parte di un ministero, dove trovano lavoro i burocrati che sono passati per i servizi amministrativi. Non sanno nulla della tecnologia nucleare ed eseguono esami sulla sicurezza senza verificare bene. L'ho capito facendo ricerche e informandomi su internet."
Incertezza e quindi paura e recriminazione. È il sentimento che accomuna molti giapponesi di fronte ai ritardi e all'inattendibilità delle informazioni snocciolate dal governo e dalla Tepco, l'azienda di servizio pubblico che gestisce Fukushima.
Fin dall'11 marzo, il buco informativo appare doppio: la Tepco - che ha già una storia di informazione non trasparente - avverte il governo in ritardo e insufficientemente. A sua volta, l'esecutivo rallenta le comunicazioni e le sintetizza all'osso.
Succede per esempio poche ore dopo il terremoto e lo Tsunami. L'azienda elettrica sa già che i sistemi di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3 di Fukushima sono fuori uso e avverte le autorità parlando di un generico "problema del raffreddamento dei reattori". Alle 19.46 ora locale - il terremoto si è verificato alle 14.46 - il portavoce del governo è ancora più vago: "È stata dichiarata l'emergenza nucleare a scopo precauzionale - spiega - Non c'è fuga radioattiva. La linea di evacuazione è di 3 chilometri dal sito".
Poche ore dopo - all'1.27 del mattino del 12 marzo - le autorità sono ancora più rassicuranti: la prefettura di Fukushima informa che per il pomeriggio "i sistemi di raffreddamento dei reattori saranno nuovamente in funzione". Ma la Tepco sa già che questo è impossibile, tant'è che comincia il rilascio di vapore radioattivo nell'atmosfera per evitare che la pressione faccia esplodere i reattori.
L'incidente viene classificato di livello 4, cioè con "conseguenze locali" che non implicano misure straordinarie nei confronti della popolazione. Ma il 13 marzo, lo stesso governo estende l'area di evacuazione a 20 chilometri dalla centrale e distribuisce pillole di iodio alla gente, che comincia a non fidarsi più delle rassicurazioni e a fuggire in massa.
La mattina del 15 marzo esplodono i reattori 2 e 4. Il primo ministro Naoto Kan lo viene a sapere dalla stampa e sbotta in diretta contro le omissioni della Tepco: "Vorrei sapere che diavolo sta succedendo". Poi confessa: "Il rischio di fuga radioattiva sta crescendo". A quel punto i primi dati ufficiali vengono diffusi e si apprende che il livello delle radiazioni ha raggiunto i 400 millisievert l'ora, cioè duecento volte la dose che un essere umano assorbe naturalmente nell'arco di un anno.
Il paradosso è raggiunto il 16 marzo. Un gruppo di reporter sta assistendo all'ennesimo briefing della Tepco e qualcuno chiede se sarà versata acqua di mare sui reattori di Fukushima per evitare la fusione. Il responsabile della manutenzione dell'impianto, Masahisa Otsuki, risponde che "la compagnia sta considerando questa ipotesi". Nello stesso istante, uno schermo lì vicino trasmette l'immagine di un elicottero che prende il volo con una cisterna d'acqua appesa sotto la pancia. Al bombardamento di domande dei giornalisti, i funzionari della compagnia rispondono: "Ci scusiamo, dobbiamo fare una verifica".
E così via fino a oggi, in un gioco a rincorrersi tra (non) informazione e realtà.
Le ragioni dell'omertà sono varie, spaziano dal culturale al materiale. Senza addentrarsi nella psicologia sociale di un popolo, va osservato che la Tepco è valutata in borsa, così tira il freno a mano nella diffusione di notizie preoccupanti. Ma dall'inizio dell'allarme-Fukushima ha già perso il settanta per cento del proprio valore azionario. Segno che le bugie - specie quando si scontrano con i fatti palesi - hanno le gambe corte: gli investitori la penalizzano perché la mancanza di informazioni chiare fa sempre propendere per lo scenario peggiore.
A questo punto, con la consapevolezza di un colpevole buco informativo, ci sarebbero tutte le condizioni per un'insurrezione popolare. Perché non avviene? Eccessiva deferenza dei giapponesi verso l'autorità?
Tomohiko Taniguchi, ex portavoce del governo e ora professore della Keio University, l'ha spiegato così ai microfoni della Bbc: "È come se il Giappone fosse stato accoltellato da un pugnale gigantesco. E sanguina senza sosta, perché il bilancio delle vittime continua a crescere. Allo stesso tempo siamo terribilmente nervosi per questa situazione simil-Chernobyl. Così non abbiamo abbastanza energia psicologica per criticare anche il governo, ci sono cose molto, ma molto più importanti da fare."
I giapponesi sono troppo preoccupati per l'immediato impatto del disastro - la perdita dei propri cari e delle proprie cose - per trovare il tempo, ora, di criticare l'amministrazione.
Ora. Ma la rabbia cova. Miho Mak, una casalinga sfollata con la famiglia a Hong Kong dice: "Siamo furenti per la mancanza di informazioni da parte sia del governo sia della Tepco. Ci siamo anche accorti che sono versioni che si contraddicono tra loro. I media stranieri ci spiegano che l'impatto dell'incidente nucleare sarà disastroso e quelli giapponesi sminuiscono. Questa lacuna ci ha spinti ad andarcene".
La sensazione è che prima o poi qualcuno dovrà rispondere alla domanda sulla bocca di tutti: la Tepco ha costruito sei reattori nucleari su una faglia sismica, dove era evidente che terremoti e tsunami avrebbero potuto verificarsi. Perché è stato possibile?
Gabriele Battaglia