Ci sono anche due candidati cinesi tra i papabili per il ruolo di Dominique Strauss-Kahn, accusato di violenza sessuale e quindi dimissionario dalla direzione del Fondo Monetario Internazionale (Fmi).
Sono due economisti d'alto rango.
Il primo è Zhu Min, consigliere dell'ex direttore e quindi già inserito nei meccanismi dell'istituzione che detta ricette neoliberiste al mondo. Ha studiato negli Stati Uniti, poi è stato vicedirettore della banca centrale cinese (Zhongguo Renmin Yinhang - Pbc) e quindi ha trascorso sei anni alla Banca Mondiale. Di lui si dice - Wall Street Journal - che ha una visione "franca" del principale problema economico della Cina: l'inflazione, che non sarebbe un problema passeggero, bensì strutturale.
L'altro candidato è Zhou Xiaochuan, governatore attuale della banca centrale. Fu proprio lui, nel 2009, a proporre di sostituire il dollaro come moneta di riserva universale. Al posto del biglietto verde, Zhou avrebbe visto bene una supervaluta controllata proprio dal Fmi: lo Special Drawing Right (Sdr, "Diritti Speciali di Prelievo", in italiano).
Sia ben chiaro che molto difficilmente un cinese sarà scelto come direttore generale del Fmi. I tempi non sono ancora maturi per occupare una carica tradizionalmente prerogativa degli europei. Il britannico Peter Mandelson e la francese Christine Lagarde partono il pole position.
Ma il semplice fatto che se ne parli rivela lo spostamento di baricentro dell'economia mondiale verso Oriente.
Da almeno tre anni - cioè da quando il Fmi non è stato in grado di prevedere né tanto meno di scongiurare la crisi finanziaria globale - la Cina preme affinché il massimo organismo mondiale di regolazione economica si trasformi. Pechino vuole più stabilità dei mercati e maggiore peso decisionale per le economie emergenti. Al G20 dello scorso ottobre, questa linea ha ottenuto un primo successo, con l'attribuzione a Pechino di maggiori diritti di voto (dal 4 per cento al 6,39) in seno al Fmi e la cessione da parte dell'Europa di due seggi ai Paesi emergenti all'interno del suo consiglio.
Alla Cina preme soprattutto una crescita stabile: sia il graduale distacco dal dollaro - cioè dalla possibilità che gli Usa determinino in casa propria le crisi globali - sia la redistribuzione di potere all'interno del Fmi vanno in questa direzione. Pechino non vuole che le proprie riserve in dollari vadano in fumo per scelte prese a Washington; e neppure, come è già successo, che in caso di crollo della finanza internazionale, gli occupanti della "stanza dei bottoni" battano cassa oltre Muraglia per risalire la china e mantenere inalterato il sistema nel suo complesso.
Per ottenere questo scopo, il Dragone è disposto ad agire di sponda. Si fa quindi strada l'ipotesi sempre più probabile che i due ipotetici candidati cinesi, come in un conclave vaticano, siano nomi lasciati filtrare ad arte per creare una cortina fumogena. Uno più "di sistema" (internazionale), l'altro più "cinese", ma entrambi sacrificabili tranquillamente per un terzo candidato, proveniente da un altro Paese emergente. Così facendo, Pechino potrebbe anche conservare la propria libertà di movimento senza assumere troppe scomode responsabilità.
Gabriele Battaglia