E' già stato definito "a trazione Hezbollah" il nuovo governo libanese, varato ieri sera dal premier incaricato Najib Miqati.
Ci sono voluti quasi cinque mesi di trattative per formare un esecutivo in cui, su 30 ministri, 19 sono esponenti del 'Partito di Diò sciita o suoi alleati. Gli altri 11 sono sostenitori o alleati del presidente Michel Suleiman o dello stesso premier, e vengono definiti "indipendenti".
Miqati, un miliardario sunnita, tycoon delle comunicazioni, dopo aver presentato la lista dei suoi ministri al presidente Suleiman ha affermato che il suo sarà "un governo di tutti i libanesi".
Tuttavia la coalizione del premier uscente, Saad Hariri, si è rifiutata di far parte del nuovo esecutivo e ora passerà all'opposizione.
Miqati era infatti il candidato di Hezbollah, che a gennaio aveva ritirato i suoi ministri dal governo di unità nazionale presieduto da Saad Hariri, provocandone la caduta. Il Partito di Dio era entrato in conflitto con l'ex premier per divergenze sul Tribunale internazionale (Tsl) che nei prossimi mesi avvierà il processo contro i presunti responsabili dell'attentato in cui nel febbraio 2005 venne assassinato l'ex premier Rafik Hariri, di cui Saad è figlio ed erede politico. Hezbollah, nel mirino della corte, vuole invece che Beirut prenda le distanze dal Tsl.
La politica verso il Tsl sarà di certo uno dei nodi più delicati da sciogliere per Miqati, ma non il solo: poche ore dopo la presentazione ufficiale della lista, uno dei suoi componenti ha già rassegnato le dimissioni. Si tratta del druso Talal Arslan, indicato come ministro di Stato, che ha sbattuto la porta denunciando "discriminazioni" da parte del premier incaricato, che non gli ha accordato alcun dicastero "chiave".